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venerdì 13 gennaio 2017

La strage delle Fonderie Riunite (Modena 9 gennaio 1950, sei morti), che molti vogliono dimenticare...

Fonderie Riunite: prima serrata Le Fonderie Riunite, costruite nel 1938, facevano parte del gruppo Orsi, che comprendeva settori come metallurgia e servizi, e conobbero un grande sviluppo, dovuto soprattutto alle commesse pubbliche in seguito alla politica di riarmo condotta dal regime fascista. La figura di Adolfo Orsi era controversa: era diventato il numero uno della Confindustria modenese e uno dei più potenti imprenditori nazionali. Grazie a lui si è avuto il trasferimento della Maserati da Bologna a Modena. Di fronte alle nuove condizioni del dopoguerra, molte di queste imprese entrarono in crisi e la maggioranza degli industriali reagì non con lo sforzo di ammodernare gli impianti, ma scatenando un'offensiva contro il lavoratori. Il 1948 fu un anno denso di avvenimenti. La Democrazia Cristiana vinse le elezioni politiche di aprile e a luglio si verificò l'attentato a Togliatti, segretario del Partito Comunista. Alla sconfitta politica delle sinistre, gli imprenditori lanciarono un'offensiva contro le conquiste operaie, sia in termini salariali sia in termini di organizzazione sindacale all'interno delle fabbriche.
Nell'ottobre del 1947 si verifica la prima crisi tra Fonderie e Fiom, e la vertenza sui 26 operai si concluse con il licenziamento in tronco di tutto il gruppo. Adolfo Orsi, sottraendosi alle trattative con il sindacato, diede disposizioni di impedire l'ingresso in fabbrica ai 26 lavoratori licenziati. Il 23 giugno i lavoratori che si presentarono regolarmente in fabbrica per andare a lavorare trovarono i cancelli chiusi e la polizia a presidiare lo stabilimento. A Modena si verificava così la prima serrata, che consisteva nella chiusura della fabbrica e nella riassunzione di altro personale. Il padrone metteva in atto questo strumento per rivendicare il diritto della proprietà privata e del suo pieno controllo sullo stabilimento. La vertenza si concluse con il successo del sindacato e il 26 giugno le Fonderie vennero riaperte.. Nelle fabbriche si procedeva ad assunzioni discriminate e la "celere", la polizia inventata da Romita e perfezionata da Mario Scelba si dimostrò da subito come un efficace strumento da usare contro il mondo del lavoro.
1948: un'Italia di manifestazioni e repressioni. Nel luglio del 1948, con l'attentato a Togliatti, si parlò di un'Italia sull'orlo della guerra civile e la "celere" di Scelba non esitò ad intervenire contro diverse manifestazioni. In questo contesto si inserirono le repressioni contro i lavoratori e i contadini di Melissa in Calabria, Montescaglioso in Basilicata e Torremaggiore in Puglia dove la 'celere' intervenne con le armi da fuoco e uccise 7 braccianti. Il 9 gennaio del 1949 la Camera del Lavoro proclamò uno sciopero di solidarietà per difendere gli operai licenziati alla Maserati, ma in piazza Roma a Modena la 'celere' cominciò a sparare, provocando alcuni feriti. Nonostante questo clima di tensione, causato anche dalla serrata alla Maserati, la classe operaia continuò a battersi soprattutto in difesa dell'occupazione e contro i licenziamenti. I salari italiani erano i più bassi d'Europa, dopo quelli greci e spagnoli. Proprio sul controllo del collocamento cominciò la lunga vertenza fra il gruppo Orsi e la Fiom.
1949: seconda serrata. Nella primavera del 1949 Orsi cominciò a lamentarsi del bilancio passivo e del cottimo collettivo e iniziò un'altra vertenza lunga quasi tutta la primavera. Si arrivò a una tregua soltanto a luglio, interrotta poi a novembre con la decisione di licenziare 120 dipendenti. Tutta Modena reagì all'ennesimo schiaffo di Orsi, manifestando per le vie cittadine; inoltre la direzione delle Fonderie fissò per il 19 novembre la cessazione di ogni attività dello stabilimento alla Crocetta. Orsi ruppe le trattative con il sindacato, e il 5 dicembre effettuò la seconda serrata alle Fonderie, appoggiato da un grande dispiegamento di forze dell'ordine. Dopo 25 giorni, nel pieno delle festività natalizie, Orsi precisò il suo piano: in un manifesto fatto affliggere indica nel 9 gennaio, la riapertura delle Fonderie, con il particolare che a sua piena discrezione solo 250 dipendenti su 560 sarebbero stati riassunti. Della complicata situazione se ne discusse anche in Comune. Il sindaco Corassori incontrò Orsi, ma non si giunse ad alcun accordo, intanto in città cominciarono ad arrivare rinforzi per presidiare la riapertura della fabbrica fissata per il 9 gennaio.
La mattina del 9 gennaio 1950. Con l'inizio del 1950 si avvicinò il giorno di riapertura delle Fonderie Riunite. La mattina del 9 gennaio occorrevano accordi scritti tra direzione e sindacati, ma Orsi si trovava fuori Modena e il prefetto non si impegnava a concludere l'accordo. I sindacati proclamarono allora sciopero generale in piazza Roma dalle 10 alle 11, in solidarietà con i lavoratori delle Fonderie, ma alla Crocetta l'atmosfera era ormai tesa. Era una fredda mattina invernale, con il sole, e la questura, prevedendo l'afflusso di numerosi manifestanti e il tentativo di occupare non solo le Fonderie Riunite ma anche altre fabbriche, aveva disposto misure rigidissime. Lo stabilimento era presidiato, circondato dalla polizia, e tutto il quartiere era blindato da posti di blocco nei punti cruciali. Rinforzi erano arrivati da Cesena, Bologna, Ferrara, Parma, Reggio Emilia. Ventimila persone cominciarono a radunarsi nella zona industriale. La 'celere', dopo aver allontanato alcuni operai che tentarono di entrare nelle Fonderie, cominciò a scatenarsi con il suo repertorio fatto da caroselli, manganellate, lacrimogeni. La polizia cominciò ad aprire il fuoco da diversi punti contro i manifestanti.
Sei persone uccise. Angelo Appiani, meccanico ed ex-partigiano, di 30 anni, venne ucciso proprio davanti alle Fonderie; Renzo Bersani, un ragazzo di 21 anni, operaio metallurgico, venne colpito a morte in un punto lontanissimo dagli scontri, mentre cercava di fuggire dalla zona; Arturo Chiappelli, spazzino disoccupato, anni 43, venne invece colpito vicino alla Fonderia, dalla parte della linea ferroviaria, mentre attraversava i binari; Ennio Garagnani faceva il carrettiere nelle campagne di Gaggio. Aveva 21 anni. Anche lui trovò la morte mentre cercava di allontanarsi dalla zona calda degli scontri. Sempre un ragazzo, Arturo Malagoli, 21 anni, operaio ed ex-partigiano, venne colpito davanti al passaggio a livello; Roberto Rovatti, operaio metallurgico di 36 anni, venne circondato dalla celere, colpito coi calci dei fucili, gettato in un fosso e finito con un colpo sparato a distanza ravvicinata. Secondo le cifre ufficiali vennero ferite quindici persone, ma in verità furono molte di più, quasi duecento. I feriti non andarono all'ospedale per la paura di essere incarcerati e discriminati poi successivamente sul posto di lavoro. L'inchiesta dell'opposizione di sinistra al governo parla di un vero e proprio tiro al piccione, a freddo, premeditato. In tutto il paese ci furono scioperi, manifestazioni di solidarietà, prese di posizione. Negli anni seguenti al 1950 non si verificarono più fatti così cruenti, anche se la repressione della celere continuava a colpire e a uccidere operai e manifestanti. Fin dai primi telegrammi, il prefetto Laura, parlò degli scontri in termini di un attacco preordinato da parte degli operai contro la forza pubblica schierata in difesa dello stabilimento, mentre per il ministro Scelba il paese esigeva ordine e tranquillità. L'undici gennaio la popolazione di Modena si presentò unita ai funerali delle vittime e da quel momento si aprì una pagina di riflessione nella storia d'Italia.

CIRCOLO DI INIZIATIVA PROLETARIA “GIANCARLO LANDONIO”, BUSTO ARSIZIO

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