lunedì 2 gennaio 2017

LA NOSTRA LISTA DEI DESIDERI

GIULIANO PISAPIA
È APPENA cominciato il nuovo anno, dunque è tempo di auguri e di auspici. Mi sono chiesto quale potrebbe essere l’augurio migliore da fare a tutti noi e devo confessare che ci ho messo un po’ a trovare la risposta. Il 2016 non è stato un anno semplice. E anche il 2017 si annuncia come un anno difficile. Non c’è una ricetta facile per risolvere le grandi questioni e non ce n’è nemmeno una condivisa per quelle più piccole. A casa nostra, in questo momento, domina l’incertezza. Si faranno le elezioni a giugno? Quali saranno le risposte della Corte Costituzionale sull’Italicum e sui referendum della Cgil? Quali conseguenze produrranno? Come si sbroglierà la matassa dei voucher? Come uscire da una crisi economica, ma anche politica e di valori? Come sarà la nuova legge elettorale?

C’è tanto da fare, ci sono temi, problemi, bisogni e speranze che non possono attendere. Quali sono le priorità per il Paese? Graduatoria difficile da comporre… nella mia al primo posto vedo il lavoro. Ho letto, da fonti diverse, dati contraddittori: crescita del “posto fisso” ma calo dell’occupazione giovanile; una persona su quattro a rischio di povertà e un divario crescente tra Sud e Nord, ma anche un maggior clima di fiducia dei consumatori. Dati e numeri letti e interpretati in maniera diversa, spesso opposta. In un contesto del tutto nuovo, al quale è impossibile applicare le vecchie ricette: il lavoro di oggi e di domani non è, e non sarà più, il lavoro che abbiamo conosciuto fino ad ieri. Bisogna esserne consapevoli e avere il coraggio di mettere in discussione le proprie certezze anche cambiando rotta, ascoltando e confrontandosi con chi rappresenta il nuovo.
Poi vedo il tema dei profughi e dell’immigrazione. Gli italiani e le istituzioni hanno dimostrato di essere capaci di grande solidarietà e generosità nei confronti di chi scappa dalla guerra, dalla violenza, dalla tortura, dalla fame. L’arrivo di popolazione dal sud del mondo è diventato un fenomeno strutturale ed è comprensibile che, con i disagi e le difficoltà, cresca la paura: l’assistenza e la solidarietà non bastano. Ci sono degli obblighi che ci derivano dalle Convenzioni internazionali verso chi ha diritto allo status di rifugiato, che però riguarda una percentuale limitata di migranti. Ma questo si può sapere solo dopo che quelle persone sono state salvate dalla morte. È vergognoso dire “ributtiamoli in mare”, ma è anche difficile, e spesso impossibile, rimandare nel loro Paese coloro che non hanno diritto a rimanere nel nostro. Bisogna trovare una soluzione, ma, ancora una volta, partendo dalla realtà e non dall’odio o dalla propaganda.
In parte legato a quello dell’immigrazione, c’è il tema della sicurezza. Che è un diritto, mentre l’accoglienza è spesso un dovere. I dati ufficiali ci dicono che i reati, negli ultimi anni, sono diminuiti e che gli episodi di illegalità sono più numerosi nelle zone centrali. Quello che indubbiamente aumenta, però, è la percezione di insicurezza. E su questo bisogna puntare, non dando immagini e numeri parziali e fuorvianti.
Alla fine, mi è venuto in mente quale può essere il vero augurio: riuscire ad avere un approccio diverso, da parte di tutti, ai problemi. Che si basi sull’analisi dei dati reali e sulla consapevolezza della complessità e delle difficoltà. In questi ultimi tempi raramente si è discusso sui dati di fatto: spesso non si è visto il buono dov’era e neppure i difetti, dov’erano. In tante occasioni ha prevalso la partigianeria preconcetta, o la mera ricerca del consenso, non sulla realtà delle cose e sulla possibilità effettiva di cambiarle. In un’epoca che ha visto il crollo delle ideologie, si è come sviluppata un’ideologia soggettiva, sorda, cieca e impermeabile alla complessità dei problemi da affrontare. Senza generalizzare è una riflessione che riguarda politici, media, cittadini.
Non ho dubbi: l’augurio è che la politica torni ad avere il ruolo fondamentale che le spetta, oltre le secche della faziosità. Non è un invito all’ecumenismo, il contrario. È un elogio della politica contro la partigianeria preconcetta; non sono le stesse conclusioni, quelle a cui si deve arrivare, ciò che conta è elaborare il proprio pensiero a partire dai dati di realtà. Ognuno dia risposte — le più diverse, frutto delle differenti opinioni politiche — ma dia risposte senza strumentalizzazioni e sulla base della realtà e delle difficoltà. L’analisi, il più oggettiva possibile, è il primo antidoto contro il populismo.
E c’è un altro auspicio, per illuminare il 2017: quando si critica, o si contesta una proposta di altri, si proponga un’alternativa realistica e percorribile e non ci si limiti a proposte irrealizzabili o alla mera critica distruttiva. È troppo facile, a ogni livello, dire sempre “no, non va bene” o, come si sente spesso, “il problema è un altro”. La speranza deve guidare il cammino, ma senza il bagno nella realtà la risposta è la demagogia, non la realizzazione di un sogno. Ritroviamo la strada perché la politica torni ad essere, come diceva Vittorio Foa, lo strumento per pensare, oltre a se stessi, anche agli altri, e oltre all’oggi anche al domani.

La Repubblica, 2 gennaio 2017

1 commento:

a.saporito56@gmail.com ha detto...

Un articolo che tutti dovrebbero leggere con attenzione, per superare partigianerie, preconcetti e faziosità e tuffarsi nella cruda realtà per elencare, oltre che ai problemi che tutti vediamo, anche e soprattutto le soluzioni per risolverli. Spero, veramente, che quanto letto possa essere un punto di partenza per la formazione di una forte e coesa coalizione di centrosinistra.