lunedì 24 giugno 2019

Roma, il grande spreco dei beni confiscati alla mafia


di Fabio Tonacci
Sono 70, la metà vuoti o occupati abusivamente. Ma la sindaca Raggi ne chiede altri 71
Vuoti, e a perdere. Oppure occupati, ma dagli inquilini sbagliati. Talvolta preda di senza tetto e cani randagi, altre volte di abusivi che, in assenza di controlli, fanno quel che vogliono. Roma Capitale, eternamente a corto di case e spazi per i suoi cittadini, non sa gestire i palazzi che ha strappato alla mafia. Il Comune è proprietario di 70 immobili confiscati a boss e clan, eppure quelli "in regola" — cioè utilizzati, accessibili e amministrati realmente da chi li ha avuti in concessione — sono meno della metà. Appena 31. Una cifra che fotografa l’ennesimo, clamoroso, spreco di una città che non vede la fine della notte. Le case abbandonate in centro.
Il 14 marzo scorso la Polizia locale ha dato il via a una serie di verifiche sui beni confiscati, per i quali il Campidoglio ha l’obbligo del controllo e del monitoraggio. Diciotto gruppi di vigili urbani sono stati spediti a fare 86 sopralluoghi presso gli indirizzi indicati dal Comune, in diversi giorni e diversi orari, nell’arco di circa due mesi.

Repubblica ha avuto accesso ai documenti ufficiali che riportano, nel dettaglio, l’esito del censimento. Ben 18 immobili sono risultati vuoti e in fase di degrado. Alcuni sono in pieno centro storico, come l’alloggio di 63 metri quadrati in via della Mercede, che è sotto la responsabilità proprio del Gabinetto della sindaca Virginia Raggi. È vicino al Parlamento, venne confiscato al cassiere della Banda della Magliana Enrico Nicoletti, e l’idea era di farne uffici istituzionali: è chiuso da quattro anni. O come un mega appartamento di 210 metri quadrati in via Federico Cesi, a due passi dalla Corte di Cassazione: sulla carta è stato assegnato all’associazione Andromeda, ma i vigili sono andati due volte senza trovare nessuno. «Non lo usano più da diversi anni », ha riferito il portiere. O, ancora, come l’alloggio di 139 metri quadrati di via Muratori vista Colosseo, che era della moglie di un boss della Camorra. Vuoto.
Altri sono in zone più periferiche, ma il trattamento è lo stesso: incuria e abbandono. Il terreno di 1.500 metri quadrati con un fabbricato in via Anagnina, ad esempio: da un paio di anni è in fase di assegnazione. «Immobile inutilizzato — scrivono i vigili — Si rilevano effrazioni ed è usato come ricovero notturno da parte di ignoti». Ci dormono tossicodipendenti e barboni, in altre parole.
La coop di Mafia capitale
In dieci casi, i beni confiscati e assegnati hanno delle irregolarità, per via della concessione scaduta, della presenza di manufatti abusivi, di subaffitti non autorizzati. Pure su Villa Osio, anch’essa del ricchissimo Nicoletti e che oggi ospita la Casa del Jazz, si allunga l’ombra della malagestione. Al sopralluogo il parco era «in stato di abbandono», l’impianto di irrigazione fuori uso perché danneggiato anni fa durante una festa e mai riparato, uno dei tre edifici era deserto ma col riscaldamento acceso. Stavano costruendo un bar ristorante, e a fare i lavori aggiudicati con bando di gara c’era la Sapori Catering srl, i cui soci hanno precedenti di polizia per associazione a delinquere e frode in pubbliche forniture. Per questo, e per la gestione nel complesso, è stata fatta una segnalazione alla procura.
Per non dire, poi, dei sette immobili occupati o abitati dai precedenti inquilini in attesa di essere sgomberati. Al civico 97 di via delle Capannelle i vigili hanno trovato la cooperativa sociale Edera, colpita nel 2015 da interdittiva antimafia perché il titolare fu coinvolto nell’inchiesta Mafia capitale. Quella di Edera è una storia non semplice da chiudere, dato che impiegava 150 persone che rischiavano il posto di lavoro. Oggi però il settimo municipio di Roma reclama il luogo, e la coop è da sgomberare.
Raggi ne vuole altri settanta
Nel censimento compaiono anche situazioni che hanno una giustificazione. Il palazzo di via Quattro Novembre vicino a Piazza Venezia, confiscato al boss di Camorra Michele Zaza, pur assegnato all’associazione antimafia Libera, è chiuso da quasi un anno. «È la nostra sede legale — spiega Davide Patia, di Libera — ma i tecnici hanno scoperto che una parte è inagibile e bisogna intervenire sulle solette. Cosa che faremo a nostre spese, coordinandoci col comune, poi torneremo lì. L’immobile per noi ha un valore speciale: fu uno dei primi ad essere confiscati a Roma e l’abbiamo dedicato alla memoria di Saveria Antiochia, la mamma del poliziotto Roberto Antiochia, assassinato da Cosa Nostra».
La sindaca Virginia Raggi, dunque, ha un problema: un enorme patrimonio sottratto alle mafie, eppure dalla sua amministrazione mal gestito, quando non del tutto sprecato. Ma invece di investire risorse per salvare il salvabile, recuperando per l’emergenza abitativa la pletora di palazzi abbandonati in centro e in periferia, ne vuole di più. Con la delibera di giunta del novembre scorso, Roma Capitale «ha manifestato interesse per altri 71 immobili confiscati presenti sul territorio urbano», ed è tornata a interpellare la Conferenza di servizi indetta dall’Agenzia nazionale e dalla prefettura di Roma. Come se quelli che il Comune ha già a disposizione fossero ben utilizzati . La realtà è l’esatto contrario, e racconta di una sconfitta per tutti, non solo per Roma: quando lo Stato si riprende la casa di un boss, e poi quella casa rimane vuota, decadente, o, peggio, occupata da abusivi, vincono loro. Vince la mafia.
La Repubblica, 23 giugno 2019

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