martedì 21 novembre 2017

Corleone, un brand per l’antimafia

GIORGIO RUTA
Dopo la morte di Riina in tanti pensano di trasformare l’immagine del paese grazie a una nuova sfida culturale t-shirt, vini, gadget possono diventare testimonial di qualità nel mondo di una comunità che vuole voltare pagina
Le parole hanno il loro peso, soprattutto se si parla di Corleone. «Forse adesso avrà un altro significato», osservava un liceale, nella piazza principale del paese Palermitano, appena appresa la notizia della morte di Totò Riina. E in effetti basta fare un semplice giro sul web o sui bazar per turisti per capire quanto Corleone sia un brand con un valore milionario sul mercato. Ci sono magliette, felpe, borse con su scritto Corleone. Ma anche shampoo e pomate, orologi e tazze. Il marchio tira ed è legato alla saga del Padrino.
«È un’etichetta difficile da togliere, che non rende giustizia a tanti corleonesi», riflette il sindacalista Dino Paternostro. Un comitato di cittadini ha chiesto ai commissari che amministrano il comune sciolto per mafia di ridare dignità al nome. Ed ecco fatto: è stato pubblicato un regolamento che prevede un marchio da poter apporre sui veri prodotti provenienti da Corleone. Un piccolo gesto, forse simbolico, ma è già qualcosa. Come un altro regolamento che prevede l’autorizzazione del comune per girare immagini nel paese. «Perché noi non siamo soltanto la città di Riina, siamo anche quella di Placido Rizzotto e di tanta gente che ha combattuto la mafia», specifica Paternostro.

L’ultima trovata ha le gambe a Napoli e la testa a Palermo. Da qualche mese su internet si possono comprare capi di abbigliamento con la scritta in bella mostra “Corleone”. Al telefono dell’azienda risponde il napoletano Giosuè Amirante: «Abbiamo registrato il marchio Corleone clothing brand in tutto il mondo. Lo sa chi è l’ideatore? Tony Colombo». Proprio, il cantante neo melodico palermitano che riempie le piazze con le sue hit. «Abbiamo scelto questo nome perché è un paese famoso in Sicilia e Tony viene dall’Isola. Non abbiamo mai pensato alla mafia», precisa Amirante.
Ma chi dice Corleone oggi, dice soprattutto mafia e padrino, Riina e Provenzano. Sarà così per sempre? Gianfranco Marrone, semiologo all’università di Palermo, propone un esempio:«Pensate a Dolce e Gabbana e alle loro pubblicità spesso legate a molti luoghi comuni. Quello che hanno fatto è un’operazione interessante: hanno capovolto il loro significato dando risalto al prodotto. La parola Corleone può assumere un altro valore soltanto se viene associato a merce che valga quanto o più del brand».
C’è già chi dà a Corleone un altro senso. Nel paese palermitano ci sono due cooperative targate Libera Terra che gestiscono territori confiscati alla mafia. «Con il nostro impegno diamo un significato diverso a questo nome: lo leghiamo a chi ha combattuto Cosa Nostra in questa comunità e ai prodotti che questo territorio offre», racconta Valentina Fiore, amministratrice delegata di Libera Terra. Ogni anno centinaia di ragazzi vanno a fare esperienza su questi campi e i loro prodotti vengono venduti in tutto il mondo. «Noi puntiamo sulla qualità perché chi compra il nostro vino, per fare un esempio, deve associarlo al territorio. Ecco, così si prende un’altra strada e la parola assume un altro significato», conclude Valentina.
Ci ha provato anche una giovane artista di Bologna a dare un altro senso. Si chiama Margherita Gregori Ferri e due anni fa ha partecipato a un bando del comune per ridisegnare la parola Corleone: «Puntai sulla parola scoprire, perché se conosci questo paese dai risalto ad altri elementi, alle viuzze strette e caratteristiche o al buon mangiare ». Margherita, 24 anni, si ferma un attimo per riflettere, poi torna a parlare: «Un’idea ce l’ho. Bisognerebbe fare una grande operazione di marketing e legare Corleone a un festival importante già conosciuto. La gente verrebbe per questo». Senza marranzani e padrini.

La Repubblica Palermo, 21 novembre 2017

1 commento:

Leonardo Terrusa ha detto...

Leggendo l'articolo, purtroppo non posso fare altro che dovr precisare un particolare, non soffermandomi sull'assoluta inutilità dell'articolo stesso e sul suo ribadire per l'ennesima volta l'idiozia, dal mio personale punto di vista, di dover riconvertire il nome di Corleone, quanto non si è ancora capito che al di fuori della cittadina, il nome Corleone non interessa a nessuno se non a quattro sciacalli che cercano di emergere nel mondo dell'inforamzione.
Comunque volevo precisare quanto associato all'artista bolognese Margherita Gregori Ferri sul bando lanciato per il Brand Corleone. Si tratta di un'inizitiva privata ideata dal gruppo di progettazione INTUS (Caterina Trumbaturi, Giovanni Pecorella, Cosimo Lo Sciuto, Aldo Grizzaffi, Vittorio Lanza e Leonardo Terrusa) con la collaborazione dell'Ass. IL GERMOGLIO di Corleone e la sponsorizzazione dell'ALLIANZ ASSICURAZIONE (nella persona del Dott. Mario Midulla) che ha raccolto più di cento idee progettuali sulla creazione del BRAND CORLEONE su tutto il territorio nazionale e proclamato il vincitore nel mese di giugno 2015 con una tre giorni di mostra anche per la promozione dei prodotti locali...ma ovviamente dal comune di Corleone e dai Corleonesi scarsissimo interesse.
La prima cosa di cui questo paese ha bisogno è l'onestà intellettuali da parte di tutti...ergo bisogna informarsi bene, prima di scrivere sempre per luoghi comuni...anche perchè mi pare faccia parte del codice deontologico dei giornalisti...sempre che si sappia cosa sia il codice deontologico. Buon lavoro!
Architetto Leonardo Terrusa