giovedì 26 maggio 2016

IL LIBRO DI LORENZO BALDO. ''Suicidate Attilio Manca''

La prefazione di Luigi Ciotti
Ogni vittima innocente delle mafie è stata per la sua famiglia, i suoi cari, la sua cerchia di affetti una perdita incolmabile. A maggior ragione se alla perdita si è aggiunto – come è accaduto spesso – il vuoto di verità e giustizia, o persino la calunnia e la diffamazione a danno della vittima. Mi riferisco a quelle vicende in cui non solo l’omicidio è rimasto impunito, ma è stato attribuito a una presunta seconda vita della persona, a un suo frequentare mondi e situazioni distanti dal ruolo svolto in pubblico. Rischiò di essere vittima di questa macchinazione don Peppe Diana, del quale qualcuno scrisse, a cadavere ancora caldo, che era stato ucciso per una “storia di donne”, salvo essere smascherato per uno al soldo della stessa camorra che aveva assassinato don Peppe. Ma penso anche a quelle vicende in cui un omicidio viene fatto passare, con fretta sospetta, come un suicidio, una conseguenza delle fragilità e delle debolezze della vittima.
È il rischio che tuttora incombe su Attilio Manca, di cui questo libro racconta la vicenda. Non si può non restare sbalorditi di fronte alla meticolosa ricostruzione che ne fa Lorenzo Baldo. L’autore riporta e analizza una grande quantità di documenti, perizie, testimonianze, sentenze. Ma non si limita a questo. In un sapiente dosaggio di empatia e di documentazione, servendosi delle parole dei famigliari, degli amici, dei colleghi di lavoro, ci restituisce il ritratto della persona, ci fa comprendere il carattere di Attilio, il suo spessore umano.

Veniamo così a conoscere Attilio come un ragazzo profondo, sensibile, positivamente irrequieto, animato da molteplici interessi – la musica, la lettura, la scrittura – e con un innato talento a farsi benvolere. Studente di medicina dotato al punto che il professore con cui discute la tesi lo invita a trasferirsi per un periodo a Parigi, al fine di specializzarsi in una tecnica chirurgica d’avanguardia. Tornato in Italia, diventa presto un urologo affermato. Lavora prima a Roma, poi a Viterbo, dove però la mattina del 12 febbraio 2004 viene trovato a casa cadavere, due segni d’iniezione sul braccio sinistro e di violenza su diverse parti del corpo.
Non è mia intenzione – sarebbe superfluo, dopo l’analisi puntuale ed equilibrata di Lorenzo Baldo – entrare nel merito della vicenda giudiziaria e nella serie d’incongruenze e di omissioni che l’hanno caratterizzata: dal mancato rilevamento di alcune impronte digitali, alla palese stranezza, per un mancino come Attilio, di praticarsi un’iniezione di eroina nel braccio sinistro. Né dell’ipotesi che alla base della morte ci sia l’aver riconosciuto in Bernardo Provenzano il paziente ricoverato sotto falso nome in una clinica di Marsiglia, che lui, Attilio, avrebbe operato in una successiva trasferta Oltralpe.
Ma come cittadino che ha a cuore una giustizia non succube a poteri di sorta, non posso non pormi una serie di domande di fronte alla tesi sostenuta con forza dagli avvocati della famiglia Manca, ossia che le omissioni e le false piste dell’indagine sono collegate al fatto che fare luce sulla morte di Attilio Mancasignifica scoperchiare parte della cosiddetta trattativa Stato-mafia, avviata da Cosa nostra per chiedere, in cambio della cessazione della stragi, quella del regime di carcere duro per i boss.
Sono domande a cui la Direzione distrettuale antimafia di Roma, a cui è stato assegnato un ulteriore filone di indagini, mi auguro sappia rispondere. Sarebbe, oltre che una vittoria della verità, un giusto – per quanto incompleto – risarcimento ad AngelaGino e Luca, i famigliari di Attilio, di cui ammiro l’enorme forza d’animo e la grande dignità, e che questo libro farà sentire meno soli.
Mi limiterò dunque a due considerazioni finali.
La prima riguarda la ricerca di verità, che non può essere solo compito della magistratura e delle forze di polizia. Tutti ne dobbiamo essere artefici, non certo calandoci nei panni degli investigatori, ma facendo la nostra parte di cittadini vigili e responsabili, affinché il bene comune non sia intaccato dalle zone d’ombra, da accordi sottobanco o trattative inconfessabili.
La seconda riguarda, la “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”, che quest’anno si è svolta a Messina, nella terra della famiglia Manca, che risiede nei paraggi, a Barcellona Pozzo di Gotto, così come vicino a Messina vive quella di Graziella Campagna, anche lei vittima innocente delle mafie, a cui i Manca sono legati.
Ebbene proprio a Messina – come in altre città d’Italia, collegate il 21 marzo con il capoluogo della Sicilia orientale – Libera ha toccato con mano un esempio di quella cittadinanza vigile e responsabile: scuole, associazioni, membri dell’amministrazione e delle istituzioni, realtà di Chiesa e semplici cittadini si sono messi in gioco, desiderosi di mostrare il volto di una Sicilia pulita, ribelle ai giochi sporchi, alle zone d’ombra, alle complicità fra le mafie e i poteri corrotti, all’indifferenza e alla rassegnazione che le rendono possibili.
È bello pensarlo come un segno della presenza di Attilio, e come una tappa dell’impegno collettivo necessario per restituirgli verità e giustizia.

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