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lunedì 9 giugno 2014

La mafia è cambiata: dal pentito Vitale al collaboratore Flamia

Leonardo Vitale
Quarantuno anni fa, il 29 marzo 1973, in una chiesetta nei pressi della Questura di Palermo, Leonardo Vitale si accusò di amolti crimini, delitti ed estorsioni compiuti per ordine dei boss. Raccontò soprattutto la mafia siciliana così com’era: la cupola, i capi, gli affari, i padrini politici. Fece i nomi dei capi e dei loro amici politici, che intrallazzavano con le cosche. Grazie alla confessione di Vitale – si trattava di pentimento vero e proprio – furono arrestate una quarantina di persone e successe il finimondo. Solo un pazzo tradisce la mafia. E Leonardo Vitale non poteva che essere fuori di testa. Ed in effetti divenne pazzo. E ci rimase, pazzo, altri dieci anni, la sua follia era la prova che le sue delazioni non avevano né capo né coda. Quando  finì di essere pazzo, e cominciò ad ottenere credito, lo ammazzarono.

Quarantuno anni dopo, Sergio Flamia, racconta la nuova mafia di Bagheria e dintorni, con i suoi collegamenti oltreoceano. Fa arrestare 31 persone. Non c’è un solo colletto bianco, anzi. Flamia svela che un collaboratore di giustizia  dice bugiarderie dul conto di un servitore dello Stato. Alcuni magistrati gli credono, altri invece dicono che è inattendibile proprio per questa ragione. Non è pazzo, come Leonardo Vitale, ma un mistificatore sì.
Chi volesse capire come è cambiata la mafia in Sicilia deve studiare il caso Vitale ed il caso Flamia. Troverebbe tutto ciò che cerca, analogie impressionanti e diversità.
Leonardo Vitale, a proposito di diversità, è un pentito, Sergio Flamia un collabarore di giustizia. Non è cosa da poco: il primo non potè utilizzare la premialità oggi concessa ai collaboratori, e così finì  nei manicomi criminali di mezza Italia. Se non era pazzo, ci diventò.
Sergio Flamia si accusa di delitti come Vitale, ma ottiene tutela e mezzi di sostentamento. Il pentito è costretto a frequentare in carcere e nelle udienze dei processo, i boss che accusa nelle sue confessioni; Sergio Flamia è un infiltrato, continua a delinquere per non essere scoperto, consegna alla giustizia i clan e a conclusione del lavoro, non ha nulla da temere per  sé. Sicurezza, assistenza. Tutto ciò che serve per sopravvivere alle rivelazioni.
La licenza di delinquere e, soprattutto,  i sospetti lanciati su un collaboratore di giustizia, che accusa il colonnello Mori di avere trattato, a nome dello Stato, i boss nel 92/93, suscitano il dissenso dei pm impegnati nel processo sulla trattativa Stato-Mafia, che vede l’ex alto ufficiale dei carabinieri sul banco degli imputati.
Dopo la retata del 1973 cominciarono i guai di Leonardo Vitale, dopo la retata dei giorni scorsi potrebbero cominciare perciò i guai di Sergio Flamia. Il mondo di Flamia è un altro e Flamia è un lucidissimo collaboratore di giustizia ( ha riferito una ottantina di omicidi, quaranta anni di crimini) , ma la storia si ripete.
Qualcosa non quadra, tuttavia. E’ dal 2008 che i servizi si servono delle soffiate di Flamia, lasciato in carcere per potere mantenere i contatti con i clan. La qualità delle sue esternazioni avrebbe dovuto essere apprezzata o, al contrario, giudicata una mistificazione, un imbroglio. E’ singolare che dopo cinque anni di collaborazione la sua attendibilità sia ancora, letteralmente, sub judice.
Le due retate, infine. Nel 1973, la mafia era impastata con la politica. Nel 2014 la mafia impone il pizzo agli imprenditori, ricatta e minaccia. La cupola ha cambiato nome, si chiama direttorio, e i collegamenti nelle varie province sono mantenuti attraverso regole adottate di comune accordo per ottenere il controllo del territorio ed evitare sconfinamenti e guerre.  Sembra tutto uguale a prima, ma non èaffato così. Quella odierna è una struttura orizzonate,  non piramidale. Assai simile alle organizzazioni criminali americane, clan di gangster agguerriti. Né rituali, né padrini politici. Contiguità e collusioni, certo. Da verificare.
SiciliaInformazioni

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