lunedì 16 giugno 2014

Imprese confiscate: come scongiurare un altro fallimento?

di  Umberto Santino
Con il fallimento del supermercato di Castelvetrano confiscato a Giuseppe Grigoli, ritorna un problema che è ancora lontano dal trovare soluzione. Le imprese mafiose confiscate il più delle volte hanno un destino segnato: la morte dell’impresa e il licenziamento dei lavoratori. Qualche mese fa il problema era stato posto ma la polemica tra l’ex direttore dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati, alcuni magistrati e la presidente della Commissione antimafia, si era esaurita senza la ricerca di una soluzione adeguata.
L’agenzia attende ancora un nuovo direttore, e il ritardo non mi pare casuale, un disegno di legge presentato dalla Ggil continua  a giacere nei cassetti, e le imprese continuano a chiudere. Lo scrivevo già qualche tempo fa su queste pagine: è la logica della liquidazione che va archiviata, ma la soluzione non può essere rappresentata da una svolta di tipo manageriale proposta da chi pensa che le imprese possano reggere sul mercato, una volta cancellate le caratteristiche che le contrassegnavano come mafiose: la personalità dell’imprenditore o di chi ne fa le veci, la facilità di disposizione di capitali di provenienza illecita, le modalità di gestione della concorrenza con l’uso o la minaccia di violenza. Una volta che quei caratteri, che le rendevano competitive, non ci sono più, non si può pensare che possa affrontarsi con buone prospettive la navigazione nel mercato. Si dice: bisogna fare di tutto per salvare i posti di lavoro e si indica la strada della applicazione anche in questi casi delle disposizioni sulla cassa integrazione. Ben venga la casa integrazione se non c’è altro da fare, ma bisognerebbe percorrere un’altra strada e suggerivo di fare quello che già si sperimenta con le imprese sociali, come le cooperative per la gestione di terreni confiscati. Solo che bisognerebbe passare dalla dimensione della microimpresa a qualcosa di più consistente. E occorre risolvere in primo luogo il problema del credito, non solo cancellando le ipoteche ma soprattutto aprendo adeguate linee di finanziamento, e contestualmente formare un personale che sia in grado di gestire, co-gestire con i lavoratori, l’attività imprenditoriale. Al di fuori di queste indicazioni non vedo altre soluzioni.
Quello che bisognerebbe tenere presente, da parte di tutti gli operatori, ai vari livelli, che su questo terreno si gioca una partita fondamentale, quella di un’antimafia che invece di preludere alle saracinesche abbassate e ai licenziamenti, apra possibilità di lavoro e per far questo il tema dell’uso sociale dei beni confiscati deve legarsi a quello del consumo critico e alla mobilitazione antimafia nel suo complesso, a cominciare da quella antiracket che è l’unica, fino adesso, che abbia assunto dimensioni consistenti anche se ancora inadeguate. La scelta della Confindustria di allontanare gli imprenditori collusi o omertosi è certamente significativa, ma bisogna passare da una politica di esclusione ed epurazione a una strategia positiva, di progettazione e gestione di attività imprenditoriali sane o risanate o risanabili. Per avviare questo percorso occorre un’intesa reale tra le varie istituzioni e dovrebbero essere ben’accolte le discussioni se portano ad affrontare i problemi nella loro gravità e a cercarne le soluzioni. Altrimenti si replicano protagonismi stantii ma duri a morire e di questi l’antimafia, a tutti i livelli, ne ha visti troppi e purtroppo ne continua vedere. Non solo sul tema delle imprese mafiose ma anche su altri temi decisivi, come il rapporto dei gruppi mafiosi con le istituzioni e con politica. Le recenti diatribe sulla “trattativa” ne sono un’ulteriore riprova e non hanno fatto altro che confermare, e irrigidire, schieramenti contrapposti, non dissimili dalle tifoserie. Falcone, ai primi successi dell’attività investigativa, diceva: “tifano per noi”, riferendosi ai cittadini, ma non credo che pensasse al tifo degli stadi, ma mi accorgo che sto cedendo anch’io alla tentazione di far parlare i morti. Dobbiamo assolutamente evitare di farlo.



Pubblicato su “Repubblica Palermo” del 14 giugno 2014, con il titolo: Così è possibile salvare l’antimafia dai fallimenti.

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