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domenica 22 giugno 2014

Giuseppe Lumia: "per i beni confiscati è necessaria una riforma..."



Nel pomeriggio del 17 giugno sono intervenuto al Senato dove si discuteva la Relazione della Commissione antimafia sulle prospettive di riforma del sistema di gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. I beni confiscati rappresentano uno straordinario patrimonio economico e simbolico per rafforzare, attraverso il loro riuso sociale e produttivo, il contrasto alle mafie e la promozione della legalità e dello sviluppo. Spesso tuttavia, a causa di una serie di difficoltà, lo Stato fa una grandissima fatica a riutilizzare i beni confiscati. Ecco perchè è necessaria una riforma che snellisca le procedure e assicuri il loro riuso. Di seguito il testo integrale del mio intervento.
Giuseppe Lumia
Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, colleghi, siamo di fronte a un buon lavoro che ha fatto la Commissione parlamentare antimafia su un tema decisivo, strategico, molto delicato: l'aggressione ai patrimoni dei boss mafiosi e soprattutto la loro destinazione sociale e produttiva, un tema molto caro alla grande intuizione di Pio La Torre.

Fu un'invenzione di portata straordinaria quella di aprire, nella lotta alla mafia, all'aggressione ai patrimoni. Ricordo a tutti i colleghi che questo causò quel periodo devastante che nel 1982 portò prima alla caduta, il 30 aprile, di Pio La Torre e di Rosario Di Salvo, e poi, il 3 settembre, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che con Pio La Torre condivideva questa moderna strategia.


Il Parlamento arrivò dopo, il 13 settembre, quando decise di dar vita alla normativa contro l'associazionismo mafioso, prevedendo il 416-bis e aprendo, quindi, finalmente, la via all'aggressione ai patrimoni.
Colleghi, siamo dovuti poi arrivare al 1996 per definire la destinazione sociale e produttiva dei beni confiscati: una tappa importantissima a cui si è pervenuti grazie anche al milione di firme raccolte dal mondo associativo guidato da Libera. All'epoca ero un giovane parlamentare che, alla Camera, con altri colleghi, partecipò alla stesura del relativo testo. Rappresentava un'altra novità assoluta il fatto di preoccuparsi della destinazione sociale e produttiva dei beni confiscati. Mi ricordo che non avevamo alle spalle un'esperienza che ci potesse aiutare, perché pochissimi casi erano giunti alla confisca definitiva e quasi nessun bene alla destinazione sociale. Elaborammo quindi un modello, un'idea.
Cari colleghi, l'esperienza ci impose poi alcune considerazioni e valutazioni e arrivammo finalmente all'approvazione di quell'altra grande idea - è l'anno 2010 - che è la costituzione dell'Agenzia. Dobbiamo riconoscere con molta onestà intellettuale che, nella fase applicativa, sono molti i limiti, i fallimenti e le difficoltà incontrate. La fase applicativa - come accade di solito nel nostro Paese - non ha dato il meglio di sé. Per questo motivo il lavoro della Commissione è preziosissimo, perché sfida il Parlamento a trovare moderne soluzioni in questo punto delicato: fare in modo che l'aggressione ai patrimoni possa diventare una grande risorsa per creare legalità e sviluppo nel nostro Paese. Sono migliaia i beni confiscati e m! iliardi le risorse confiscate. Non possiamo lasciare questi beni in freezer, congelati, non usarli, perché potrebbero diventare servizi sociali diffusi capillarmente nel nostro Paese. Alcuni lo sono, ma sono pochi. Le aziende potrebbero dare lavoro ma, al contrario, sono pochissime quelle ritornate produttive, perché nella stragrande maggioranza dei casi sono fallite. Ricordo al riguardo due casi micidiali, due storie diventate due storiacce. Mi riferisco al fallimento del Gruppo 6 GDO, facente parte del Gruppo Despar di Giuseppe Grigoli, prestanome del boss ancora latitante Matteo Messina Denaro. Centinaia sono i posti di lavoro che rischiano di saltare, quando invece si avrebbe la moderna opportunità di consegnare quella realtà al territorio dimostrando che, con l'antimafia, lo Stato è in grado di promuovere il lavoro meglio e di più della mafia.
Un'altra vicenda trasformatasi in storiaccia riguarda la Riela Group, che lavora nel campo dei trasporti. Si tratta di una realtà in mano alla mafia di Ercolano, che è stata così abile da svuotarne il contenuto e da farla diventare una scatola vuota non più in grado di agire come potenzialmente avrebbe potuto fare. È un'altra storia pessima, come ce ne sono tante altre nel nostro Paese, che la Commissione ha raccontato e descritto per potere da esse trarre alcune lezioni.
La prima lezione è che bisogna passare ad una fase progettuale, sistemica, fatta bene, che cura i particolari e non si limita semplicemente a definire le norme in generale, ma è in grado di entrare nel merito e di fare dell'aggressione ai patrimoni una nuova stagione di lotta alla mafia nel nostro Paese.
Il senatore Gaetti, vice presidente della Commissione, ci ha descritto l'organizzazione del documento, le analisi fatte e le proposte avanzate. Ci sono alcuni punti di fronte a noi molto evidenti.
Cresce in modo esponenziale il numero delle confische, quasi triplicato nel 2012 rispetto al 2011 (è un dato costante), mentre non vi è stato lo stesso andamento per quanto riguarda le confische definitive e le loro assegnazioni: dal 2009 non ci siamo. Si è avuto un picco di recente, nel 2013, ma anche questo non è un fatto che ci lascia tranquilli, perché comunque è lontano dai numeri assoluti e potenziali che ci sono.
È come se ci trovassimo di fronte a questa condizione: c'è una richiesta e una fame da parte dello Stato di avere delle sedi per gli enti locali, c'è ancora fame e sete da parte delle associazioni di ottenere un bene confiscato, c'è ancora una sfida senza precedenti di reimmettere nel circuito legale aziende sottratte definitivamente a dei boss, e lo Stato complessivamente si comporta come se ci fosse una fabbrica di automobili in grado di produrre a pieno ritmo, con i cittadini che sono pronti a comprare queste auto, ma nei concessionari ci sono i piazzali pieni, e quelle macchine non si vendono. Questa è la condizione di oggi che dobbiamo affrontare e alla quale dobbiamo dare una risposta seria e qualificata.
La prima questione è quella dei tempi della fase processuale: c'è bisogno di un tribunale specializzato, e questo può avvenire se si mettono al centro le sedi distrettuali. Il presidente Grasso conosce quest'idea tanto cara a Falcone, che deve essere completata, resa sistemica e capace finalmente di decollare. Bisogna potenziare anche le misure di sequestro patrimoniale preventivo, ma anche l'aggressione ai patrimoni e il sequestro penale. Bisogna dare finalmente maggiori poteri al procuratore nazionale antimafia. Bisogna insomma fare in modo che i tempi processuali, che nel codice antimafia erano stabiliti in due anni e mezzo, siano reali e che ci sia un'ulteriore implementazione, attraverso interventi chirurgici che possiamo effettuare sul piano normativo, per rag! giungere uno standard elevato e di qualità in questa delicatissima fase.
L'altro punto che veniva sottolineato è quello dell'affidamento dei beni. Sotto questo profilo, ci troviamo di fronte ad una questione molto delicata. La Commissione parlamentare stessa ha dovuto registrare un conflitto tra le sezioni delle misure di prevenzione delle procure e la stessa Agenzia. Uno Stato non può permettersi questo conflitto, quindi abbiamo bisogno di far decollare l'albo degli amministratori giudiziari, con più criteri nella scelta degli amministratori giudiziari, con meno discrezionalità e più professionalità, e dobbiamo creare una sinergia e una collaborazione tra l'Agenzia e le sezioni delle misure di prevenzione, in un rapporto sinergico. Bisogna evitare che si creino quelle zone opache, che pure ci sono state e che in div! ersi contesti abbiamo dovuto analizzare.
Signor Presidente, su questo punto la credibilità dello Stato è messa a dura prova: chi si occupa dei beni non può essere un amministratore monopolista sul territorio, ma bisogna allargare, bisogna avere più professionalità, bisogna fare in modo che la gestione sia continuamente certificata, e va data continuamente una giustificazione e anche una comunicazione pubblica dei risultati.
I risultati vanno garantiti, perché non conta gestire un bene, ma conta riaffidarlo socialmente, e conta soprattutto, quando si tratta di un'azienda, rendere produttivo quel bene. Per fare questo, però, in qualche occasione bisogna saltare anche gli stessi amministratori giudiziari, perché quando si ha un'attività specifica e particolare il migliore riutilizzo produttivo di quell'azienda è di affidarla, soprattutto in fase di sequestro, a un'azienda leader del settore, un'azienda di livello internazionale. Ciò serve ad evitare, come nel caso dei supermercati, che anche il più bravo amministratore, non essendo però dotato di quella cultura, di quel know-how, di quella professionalità specifica, pos! sa non essere in grado di mantenere sul mercato un'attività così complessa e così sottoposta allo stress della concorrenza. Naturalmente, quando poi quel bene è confiscato definitivamente può diventare oggetto di prelazione per quell'azienda leader che ha dimostrato, con efficienza e trasparenza, una moderna gestione e un mantenimento dei livelli occupazionali.
Signor Presidente, anche sulla gestione dei beni siamo chiamati a fare un salto di qualità: va organizzato meglio un fondo che ci viene richiesto da tanto tempo per quanto riguarda la parte mobile, i soldi, i titoli.
Voi sapete, colleghi, che tutto è andato a finire nel fondo giustizia, e anche su questo fronte, prima di capire come realmente stanno le cose, la Commissione ha dovuto sudare sette camicie, perché la complessità, il modello burocratico, i tanti vincoli previsti impediscono a quella massa enorme (miliardi di euro) di arrivare a diventare un'opportunità, in quel caso per la giustizia e per il Ministero dell'interno.
Penso che dobbiamo rivedere le procedure e dobbiamo fare in modo che il fondo giustizia non solo sia destinato all'attività per i nostri magistrati e per i nostri uffici (ad esempio, il 33 per cento), non solo per il Ministero dell'interno, per le carenze che ha (il 33 per cento): ci vorrebbe un 33 per cento per costituire un fondo per il rilancio sociale e produttivo delle attività, perché un determinato bene immobile per diventare asilo nido ha bisogno di investimenti; quella azienda per diventare azienda di mercato ha bisogno di investimenti. Da quel fondo, da quel 33 per cento possiamo trarre le risorse per fare un salto di qualità.
Questo però richiede anche una rivisitazione strutturale del ruolo dell'Agenzia. Lo dicevo allora proprio in quest'Aula, quando nel marzo 2010 approvammo il decreto che lanciò l'Agenzia per i beni confiscati. Era un momento tanto atteso, però già allora si scontrarono due approcci: il modello dell'Agenzia - chiamiamolo così - a cultura ministeriale, l'idea che l'Agenzia dovesse diventare una sorta di IRI, un altro Ministero gestito con una cultura burocratica, e un'altra idea che allora non riuscì ad imporsi (ci provammo in tutti i modi ma non ci riuscimmo), e cioè l'idea di un'Agenzia moderna. Colleghi, un'Agenzia moderna non ha bisogno di un apparato elefantiaco, ma il paradosso è che quell'idea burocratica alla fine si spos&ogra! ve; con un'Agenzia che aveva solo 30 unità di organico: un'idea vecchia con un corpo piccolissimo e non in grado di operare. Adesso, invece, dobbiamo finalmente avere il coraggio di passare all'idea di un'Agenzia moderna: basterebbero 60 unità professionalizzate al massimo e avere comitati (che si è rivelato fattore di successo negli anni) presso tutte le prefetture.
Colleghi, non abbiamo bisogno di dividerci su dove l'Agenzia deve avere la sede centrale, se a Reggio Calabria, a Palermo o a Milano: si può essere centralisti stando a Reggio Calabria, a Palermo, a Milano. Noi abbiamo bisogno di un'Agenzia qui a Roma che abbia soprattutto compiti di indirizzo, di controllo, con poteri sostitutivi se sul territorio non si agisce, ma l'attività ordinaria deve essere distribuita su tutti i territori presso le prefetture. Questa è una proposta avanzata dalla Commissione ed è una proposta di eccellenza e di qualità che ci fa uscire dal quasi fallimento di questi anni del modello di Agenzia ministeriale.
È necessario poi, Presidente, che l'Agenzia abbia la possibilità di valorizzare quelle professionalità che il mondo imprenditoriale, le associazioni antiracket, la stessa Confindustria hanno messo a disposizione dello Stato e tutta quella conoscenza ed esperienza maturata nel mondo del volontariato e dell'associazionismo, perché ci sono esperienze di successo, grazie al loro lavoro, che lo Stato deve fare proprie.
Insomma, Presidente, siamo chiamati a questo salto di qualità: la Commissione antimafia ci offre questa opportunità e penso che, con la sua guida e con il contributo di tutti i Gruppi, qui al Senato e poi alla Camera questo salto di qualità finalmente lo possiamo e lo dobbiamo fare.

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