venerdì 6 marzo 2020

Lenticchie e pomodori siccagni: la rinascita della “mafiosa” Villalba


di Alan David Scifo
I ragazzi rimasti, tra i mille abitanti, hanno deciso di guardare altrove e aprire industrie agricole “ Vogliamo toglierci l’etichetta di paese di mafia, siamo stanchi di essere associati a don Calò Vizzini”
 Un carcere a Villalba, nel paese di don Calò Vizzini. Sembrava essere un primo passo verso la redenzione di un luogo marchiato a fuoco dalla persona simbolo della mafia, vissuto a cavallo tra le due guerre mondiali, ma alla fine questo passo non si concretizzò. Costato 8 miliardi di lire, quell’immensa incompiuta che segna l’ingresso di Villalba, paesino tra i monti di Caltanissetta, non ha mai aperto i battenti.

In quel paese si fermò anche il viaggio di Pippo Fava, che due anni prima della sua morte descrisse, tra coppole e donne vestite di nero, uno spaccato della mafia raccontando il viaggio da Villalba a Palermo per la Rai. Nell’enorme piazza che in una mattina conta più auto che persone, c’è chi però è stanco della solita cantilena della mafia associata al paese di Villalba, la cittadina di Calò Vizzini, il mafioso, appartenente alla cosca nissena dei Varsallona, scagionato in diversi processi per insufficienza di prove, nonostante su di lui pendessero accuse di omicidio e furti, e alla fine sindaco di Villalba nel travagliato passaggio storico della liberazione della Sicilia da parte delle truppe americane dopo la Seconda guerra mondiale.
«Siamo stanchi di essere associati continuamente a don Calò — spiega Jim Tatano, giovane giornalista e scrittore, tra i pochi ragazzi rimasti ancora a Villalba — questa è la terra che ha dato i natali a personaggi come Michele Pantaleone, uno dei primi giornalisti siciliani a scrivere di mafia, nel 1962 con la pubblicazione del testo “Mafia e politica”».
Se in quegli anni Villalba era una terra popolata, sfiorando anche le 5 mila persone residenti, oggi, quando i cittadini sono appena mille, di quegli anni non rimane che il ricordo, di piazze piene e di agricoltori raccolti per ascoltare i comizi del partito socialista, di cui lo stesso Pantaleone era un esponente, in aperto scontro con Vizzini, i cui scagnozzi lanciarono, in un episodio ancora famoso, delle bombe durante un comizio. Di quei tempi, di piazza Vittorio Emanuele e dei contadini in rivolta davanti il balcone dei comizi rimangono adesso solo le foto in bianco e nero, alcune celebri come quelle di Ferdinando Scianna e di Sergio Larrain. «L’etichetta di paese di mafia è un’etichetta che vogliamo toglierci — racconta ancora Jim Tatano — ancora oggi circolano aneddoti e addirittura barzellette su Vizzini. Ma noi siamo anche altro. In pochi raccontano infatti la storia di Michele Palmieri, letterato oggi studiato in Francia, amico di Dumas e di Stendhal, che a lui dedica un capitolo della Certosa di Parma».
I ragazzi rimasti hanno deciso di guardare altrove e aprire industrie agricole dedicandosi all’altro simbolo di Villalba: la lenticchia. Alla coltivazione di questo prodotto, lavorano infatti diversi giovani che hanno deciso di sfruttare l’opportunità, lavorando all’ombra dell’affascinante “Rocca della finestra” che sembra rappresentare ai villalbesi un “bacio” tra due massi rocciosi.
«Sono laureato in Ingegneria edile — racconta Filippo Calafato presidente associazione produttori lenticchie di Villalba — ma ho deciso di rimanere qui per custodire questo patrimonio e non disperdere i sacrifici di mio padre». La coltivazione della lenticchia di Villalba era sparita, dopo il suo culmine negli anni Sessanta, ma grazie ai nuovi produttori è stata riscoperta e oggi viene venduta in tutta Italia: «Siamo riusciti a ottenere il presidio slow food per la tutela della lenticchia e adesso stiamo iniziando ad esportare il prodotto unico anche all’estero».
Tra i terreni del paesaggio villalbese, più di 10 ragazzi sono coltivano oggi lenticchie e pomodori “ siccagni”, come Giuseppe Ricottone, vicepresidente 37 enne del consorzio di tutela: «Da un ventennio abbiamo riscoperto la produzione di questa lenticchia certificata come unica per via del ferro che contiene. Rimanere qui non è facile ma non molliamo e partecipiamo ogni anno a fiere ed eventi in tutta Italia per far conoscere questo prodotto, lavorando anche per ottenere il marchio Dop».
I segni del passato restano però visibili. Poco più in là della montagna dove si coltivano lenticchie si vede però uno degli ultimi simboli di “malapolitica”: un ristorante in cima alla collina, ultimato con fondi europei nei primi anni Duemila per farne una struttura di accoglienza turistica, ma mai aperto al pubblico e oggi irraggiungibile. Se infatti milioni di euro sono stati spesi per la struttura, nessuno ha pensato ad aggiustare le strade per raggiungerlo.
La Repubblica Palermo, 6 marzo 2020

Nessun commento: