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domenica 26 marzo 2017

Giuseppe Rizzo, nipote di Puntarello: "Finalmente la memoria di mio nonno oggi si trasforma in memoria collettiva condivisa"

Giuseppe Rizzo, nipote di G. Puntarello
Giuseppe Rizzo
nipote di Giuseppe Puntarello
Il contesto storico dell’Italia del dopoguerra, dopo il ventennio fascista, è quello di un Paese sconfitto sul campo e devastato dai combattimenti. A questo si aggiunge una tragica spaccatura fra nord e sud. In particolare il periodo che va dal 1943, anno in cui gli alleati sbarcano in Sicilia (nella notte tra il 9 e il 10 luglio), e il 1945 (25 Aprile 1945) anno della liberazione, è uno dei più drammatici della storia italiana, con una popolazione stremata dai bombardamenti alleati e stretta tra i due fuochi degli occupanti nazisti e delle truppe alleate. Le distruzioni causate direttamente dalle operazioni belliche, innanzi tutto, avevano colpito duramente l’arretrata agricoltura nazionale: posto 100 il 1938, l’indice della produzione agricola era precipitato a 67,3 nel 1945. L’indice della produzione industriale era calato drasticamente: posto a 100 nel 1938, aveva raggiunto 29,1 nel 1945.
La Sicilia fu la prima regione in cui si sviluppò, nel secondo dopoguerra, un movimento di lotta contadino Nella Sicilia del 1944, occupata dagli alleati, era entrata in vigore la legge Gullo (comunista, ministro dell’agricoltura del governo Badoglio), che riconosceva ai contadini riuniti in cooperative il diritto di ottenere in concessione le terre incolte o mal coltivate degli agrari. Quasi una rivoluzione, in un territorio in cui, secondo il censimento del 1936, i quattro quinti degli addetti all’agricoltura non possedevano neanche un pezzo di terra o ne possedevano talmente poca da potersi considerare poveri.
Dall'autunno del 1944, i coltivatori dell'isola si ribellarono alla mancata attuazione dei cosiddetti Decreti Gullo, dal nome del ministro dell'Agricoltura del Governo Badoglio Fausto Gullo, che li emanò ad ottobre di quell'anno, che deliberavano la concessione delle terre incolte e mal coltivate ai contadini, la modifica dei contratti agrari, le procedure dello scioglimento degli usi civici e la quotizzazione dei demani. Questi rivoluzionari Decreti erano boicottati con cavilli giuridici o con prove di forza dai latifondisti, che non volevano rinunciare ai loro secolari privilegi, provocando la ribellione dei contadini. Le agitazioni per l'applicazione dei decreti Gullo durarono fino al 1946 e innescarono un processo politico che portò alle riforme agrarie sia in Sicilia (Regione a Statuto Speciale che legifera in modo autonomo) che nel continente.
E’ in questo contesto storico che il movimento sindacale, che si trova a combattere e lottare contro due fronti: I latifondisti che continuavano a negare i diritti sociali, e la mafia, che negava i diritti individuali, diventa bersaglio privilegiato degli uni e degli altri e che matura anche l’omicidio di Giuseppe Puntarello. Fra il 1944 ed il 1948 vengono assassinati più di quaranta sindacalisti. L’elenco è lungo ma fra questi vi sono i delitti di Nicolò Azoli, (21 dicembre 1946) Segretario della Camera del Lavoro di Baucina (Pa), di Accursio Miraglia (4 gennaio 1947), sindacalista, Segretario della Camera confederale circondariale di Sciacca, la Strage di Portella della Ginestra: 11 morti e 56 feriti (1° maggio 1947), contadini celebranti la festa del lavoro. Epifanio Leonardo Li Puma (2 marzo 1948), Sindacalista ed esponente del Partito Socialista Italiano, capolega della Federterra e di Placido Rizzotto (10 marzo 1948) ex partigiano, dirigente del Partito Socialista Italiano e Segretario della Camera del Lavoro di Corleone e del piccolo Giuseppe Letizia, che fu ucciso dal mandante del delitto Rizzotto, il medico Michele Navarra, con un’iniezione letale.
Giuseppe Puntarello nasce a Comitini il 14 agosto del 1892, figlio di Carmelo e Alfonsa Alaimo. Nel 1932 si stabilisce a Ventimiglia di Sicilia dove aveva trovato lavoro e una casa in via Garibaldi. Dalla moglie, Vincenza Samperi, ebbe cinque figli: Carmelo, Alfonsa, Giuseppe, Matteo e Vincenzo. Nel 1939 dovette emigrare ad Asmara (Eritrea), tornò due anni dopo.
Nell'immediato dopoguerra si distinse per il coraggioso impegno in difesa del movimento contadino di Ventimiglia. Puntarello. Lavorava come autista della ditta INT e da diversi anni ormai conduceva l'autobus che collegava il paese con Palermo, alternandosi nella guida con un compagno di lavoro.
All'alba del 4 dicembre 1945 il suo collega, trovandosi “si disse” nell'impossibilità di andare a prelevare l'autobus dall'autorimessa determinò la tragica e fatale sostituzione; di conseguenza Giuseppe Puntarello recandosi all'autorimessa al posto del collega fu colpito alla testa, a colpi di lupara, da dietro (notizia appresa da mia mamma, ovvero l’unica figlia femmina di mio nonno). Molti in quei giorni dissero che l'obiettivo dei killer non era Puntarello, ma il suo compagno di lavoro. La verità venne a galla qualche anno dopo. Era stato ucciso per il suo impegno di dirigente del partito Comunista e Segretario della Camera del Lavoro. Si era trattato, di uno dei tanti omicidi che in quegli anni la mafia compiva contro il movimento dei lavoratori agricoli.
Quando venne assassinato il figlio più piccolo (mio zio Vincenzo) aveva dieci anni, la moglie Vincenza 48 rimase senza pensione perché allora non c'era la legge sulla reversibilità. Dopo una ventina di giorni la mamma di Puntarello Giuseppe (Alfonsa Alaimo), recatasi a Ventimiglia di Sicilia per il tragico evento, morì di crepacuore. Il marito (Carmelo Puntarello) a quel punto rimasto solo, si trasferì a Napoli dove viveva il figlio Giacomo Puntarello, (che accompagnò mia mamma all'altare in occasione del suo matrimonio - 27/10/1955, avvenuto a Ventimiglia di Sicilia, con mio padre Filippo Rizzo, anch'egli di Ventimiglia di Sicilia). Il figlio Matteo, che era sordomuto, venne portato in collegio: Il figlio Giuseppe, dopo qualche anno venne assunto al posto del padre, ma successivamente venne licenziato.
Qual è l’importanza di questo Riconoscimento postumo che tutti noi abbiamo voluto tributare alla figura di mio nonno?  Quale lezione trarre dal suo sacrificio?
Innanzitutto il ricordo della figura di mio nonno, fino a ieri vivo solo nella sfera intima e familiare, oggi si trasforma in memoria collettiva, in memoria condivisa. Da questa diversa prospettiva nasce la risposta al secondo quesito, ovvero che la memoria collettiva, al di là della solennità del momento commemorativo, chiama a raccolta tutti noi ad un rinnovato impegno contro ogni forma di sopraffazione, senza tentennamenti, non esitando a stare dalla parte dei più deboli, che oggi più che mai sono i disoccupati e gli immigrati che fuggono dalle guerre. E’ questa, credo, la lezione etica e morale che possiamo trarre dal sacrificio di mio nonno e dei tanti valorosi sindacalisti che sono caduti per affermare i principi della democrazia, dei diritti e delle tutele dei lavoratori e che, con il loro sacrificio, hanno mobilitato le coscienze dei cittadini restituendogli la consapevolezza e la forza di continuare a lottare, preparando il terreno per le successive conquiste sindacali. Vorrei concludere questo mio breve intervento condividendo con Voi il messaggio di chiusura dell’intervento di Don Ciotti a LOCRI in occasione della XXII Giornata della Memoria e dell’Impegno in Ricordo delle Vittime Innocenti delle mafie “La terra promessa, su questa terra, è l’impegno di tutti noi a costruirla”.
Giuseppe Rizzo

nipote di Giuseppe Puntarello

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