martedì 8 gennaio 2019

Legalità e diritti : tutte le leggi vanno rispettate?


Umberto Santino
Vorrei riprendere le riflessioni di Giovanni Fiandaca sulla decisione del sindaco Orlando di non applicare le disposizioni del decreto sicurezza e avviare la procedura per la richiesta del vaglio costituzionale su alcune norme del decreto, cioè farsi processare, e mi riferisco in particolare alle considerazioni su legalità e legittimità e sull’educazione alla legalità che ha fatto da architrave del lavoro nelle scuole negli ultimi decenni. Come si ricorderà, le attività cosiddette antimafia nelle scuole siciliane sono cominciate in seguito a una legge regionale del giugno 1981, che disponeva provvedimenti “per contribuire allo sviluppo di una coscienza civile contro la criminalità mafiosa”. La legge veniva dopo l’assassinio del presidente Piersanti Mattarella e cadeva in un periodo in cui imperversava la guerra di mafia più sanguinosa nella storia della mafia.

Allora ad operare nelle scuole, utilizzando lo spiraglio offerto dalla legge, eravamo in pochissimi, tra cui il Centro siciliano di documentazione Peppino Impastato e la Cgil.
Abbiamo subito rilevato che considerare il fenomeno mafioso soltanto come un fatto criminale era indice di un’analisi inadeguata, che ne ignorava gli aspetti culturali, sociali e politici.
Bisognava attendere le stragi del ’92 e del ’93 perché queste attività venissero estese a tutte le scuole d’Italia con la circolare dell’allora ministra Iervolino sull’“educazione alla legalità”. La circolare definiva la mafia come una “emergenza speciale della nostra società” e individuava in una figura praticamente inesistente come il docente di educazione civica il referente della “legalità”, come se gli altri docenti ne fossero dispensati.
Capitava di entrare nelle aule tappezzate di scritte come “Ricordati di rispettare le leggi” e a incipit dell’incontro chi scrive poneva una domanda, rivolta sia ai docenti che agli studenti: «dobbiamo rispettare tutte le leggi, anche quelle di Hitler e Mussolini contro gli ebrei?». Da qui cominciava una sorta di sperimentazione pedagogico-didattica per cercare di veicolare una visione che distingueva legalità formale e sostanziale, ponendo il problema della rispondenza di ogni singola legge quanto meno ai principi della Costituzione, già da tempo sostanzialmente inapplicata e già allora soggetta ad arrembaggi che ne adulteravano o stravolgevano lettera e senso. E proponevamo che, per correggere in qualche modo il tiro, si ponesse accanto al sostantivo “legalità” l’aggettivo “democratica”. Ma non si trattava solo di questo. In primo luogo si poneva il tema dell’analisi della mafia che più che un’ “emergenza speciale”, una congiuntura transitoria, era un fenomeno sistemico, più che un antistato era qualcosa di più complesso, con un piede fuori, avendo un suo codice e una sua giustizia e non riconoscendo il monopolio statale della forza, e un piede dentro le istituzioni e lo Stato, con le varie forme di interazione, dal controllo del voto a un lungo percorso storico fatto di connivenze e trattative.
Non so se e fino a che punto siamo riusciti in questa demistificazione degli stereotipi, soprattutto quello dell’emergenza, tenendo conto che anche il legislatore vi prestava orecchio, se è vero che la legge antimafia è venuta dopo l’assassinio di Dalla Chiesa e le altre leggi dopo i grandi delitti e le stragi, in una logica di reazione all’escalation della violenza mafiosa.
Ora il problema della dicotomia legalità-legittimità si ripropone con il decreto sicurezza ritenuto incostituzionale in quanto viola e nega diritti umani che si considerano inviolabili, anche se troppo spesso sono rimasti sulla carta. Si è riproposto con l’incriminazione del sindaco di Riace Mimì Lucano e ora con la presa di posizione del sindaco di Palermo, seguita da altri amministratori. Sia Orlando che gli altri sindaci sono ben consapevoli che la loro scelta viola la legalità formale e va incontro a conseguenze giudiziarie. Ma una legalità che risponde a pulsioni emotive e incarna pratiche politiche che replicano linguaggi e comportamenti che non è azzardato classificare come razzisti, può essere contrastata e messa in discussione solo in nome di valori che si ritengono irrinunciabili, anche in una stagione come questa in cui, di fronte a problemi strutturali, come i grandi flussi migratori, si reagisce alzando muri e chiudendo porti. Che da Palermo cominci una rivolta di civiltà è una buona notizia e un augurio di buon capodanno.
La Repubblica Palermo, 8 gennaio 2019

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