domenica 30 dicembre 2018

L’intervista. Il prefetto De Miro: "I clan cambiano. Mafiosi in cerca di riabilitazione"


SALVO PALAZZOLO
«I mafiosi sono in cerca di spazi di riabilitazione», avverte il prefetto di Palermo Antonella De Miro. «L’ultimo episodio scoperto dalla Procura deve fare riflettere: il capo della Cupola 2.0, Settimo Mineo, affidato ai servizi sociali dopo l’ennesima scarcerazione, era riuscito addirittura a farsi inserire in un’attività di volontariato della Chiesa di San Saverio all’Albergheria. Aiutava a fare il doposcuola ai bambini, ostentava un cambiamento che poi si è rivelato del tutto falso».
Quanto è diffusa questa voglia di riabilitazione in nome di una finta antimafia?
«Atti giudiziari e dichiarazioni di pentiti ci raccontano di una mafia che prova a nascondersi e a rifarsi un’immagine attraverso la denuncia di un’estorsione, ovvero cercando di avvicinarsi all’associazionismo antiracket. Le interdittive che ho emesso sono servite a capire anche questo, alcune ditte ostentavano ostilità verso le cosche, in realtà erano ancora vicine ad ambienti di mafia. È emerso pure un fenomeno nuovo: la costituzione di attività clone di quelle confiscate, nella disponibilità di stretti congiunti o amici, per aggirare l’offensiva dello Stato e l’applicazione della legge Rognoni La Torre».

Negli ultimi due anni, ha emesso 157 interdittive antimafia nei confronti di 100 ditte. Che mafia ha visto dal suo osservatorio?
«Le interdittive dei prefetti sono uno straordinario strumento di prevenzione, per scoprire con tempestività i nascondimenti della mafia nell’economia legale. Uno strumento che interpreta a pieno quanto detto dall’articolo 41 della Costituzione: l’attività economica non può svolgersi in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. I provvedimenti emessi confermano quanto emerge dalle indagini della magistratura: la sconfitta dello stragismo terroristico mafioso corleonese non ha significato la sconfitta di Cosa nostra. Un dato su tutti, che abbiamo letto nell’ultimo fermo disposto dalla procura di Palermo: come ai tempi del prefetto Dalla Chiesa, Cosa nostra palermitana e quella catanese sono alleate, gli uomini della nuova Cupola organizzano incontri nella città etnea, non certo per amene gite fuori porta».
Su che direttrici dovrebbe proseguire la lotta a Cosa nostra e ai suoi complici?
«La mafia sarà sconfitta, lo ha ribadito il ministro dell’Interno. Per questo non possiamo arretrare nell’azione giudiziaria e nella prevenzione, il sistema delle norme antimafia va difeso e sostenuto. È la nuova rinnovata sfida che deve muovere da Palermo. Un compito arduo, ma avvincente. Per la storia della città, per le ferite inferte nella sua carne viva dalle troppe morti innocenti che reclamano giustizia piena e verità. Una sfida, innanzitutto, culturale. Palermo si è tolta ormai il marchio di città di mafia, ma tuttavia non può ancora chiudere con il suo drammatico passato, non c’è spazio per un’eutanasia del dolore, è ancora necessaria un’azione corale che veda insieme Stato, istituzioni locali e società civile».
Come si mettono insieme prevenzione antimafia e cultura?
«La prefettura è stata impegnata anche a sostenere il progetto Palermo capitale della cultura, con esposizioni del proprio patrimonio artistico, e a dialogare in modo costante con gli studenti e con la società civile. L’immagine più bella che porto con me è quella dei ragazzini dello Zen chiamati al tavolo del prefetto per raccontare, fiduciosi, il loro progetto di quartiere».
Quali sono stati quest’anno i momenti più complessi al tavolo di villa Whitaker?
«Il tavolo del prefetto è metafora di importanti sinergie che sono volte a garantire la sicurezza di ogni giorno e poi in occasione di grandi eventi, come la visita del Santo Padre e la conferenza internazionale sulla Libia. Su altri fronti, non sono mancati momenti in cui è stato necessario mantenere nervi saldi per decidere con lucidità e prontezza. Penso ai giorni dell’alluvione e dei gravi incendi estivi».
Chi vuole ricordare fra i palermitani del 2018?
«Durante l’alluvione, è morto un giovane medico, Giuseppe Liotta, che viveva il suo lavoro con spirito missionario. La nostra coscienza si deve interrogare. La morte dell’uomo buono è un monito, deve diventare una guida. Ogni giorno bisogna impegnarsi per cercare il bene della comunità».
La Repubblica Palermo, 30 dic 2018

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