mercoledì 28 febbraio 2018

Il dibattito. In famiglia, sui social e al lavoro. Il grande dilemma a sinistra: votare o no per i dem?


CONCETTO VECCHIO
«Comunque io il Pd non lo voto». Ci hanno costruito perfino lo spot elettorale sul dubbio che dilania, mai come questa volta, il popolo del centrosinistra. Che fare, domenica? Sicuri di dare ancora fiducia ai democratici? In ogni famiglia c’è uno che si alza e annuncia solenne: «Voto Bonino, per lanciare un avvertimento a Renzi». «Sì, - è la rituale replica però ricordati che Emma in economia è di destra». Votare Insieme, come ha suggerito Romano Prodi, per stare dentro il perimetro della coalizione?
D’accordo, ma Insieme supererà mai la fatidica soglia del tre per cento? Turarsi allora il naso e segnare la croce sul simbolo del Pd, come suggerì Indro Montanelli per la Dc nel ’76, temendo il sorpasso comunista (che non ci fu)? Quanta confusione, quante incertezze.
Ieri anche l’ex direttore dell’Unità Emanuele Macaluso, grande vecchio della sinistra, ha fatto un endorsement per +Europa. «E si stupisce?», dice al telefono. «Bisogna sostenere il centrosinistra con tutte le forze, non c’è altra scelta, ma bisogna fare in modo che Renzi abbia meno chance di tutti. Come me la pensano tanti vecchi compagni. Vede, il segretario non pronuncia mai la parola centrosinistra, dice solo Pd, al singolare. Allo stesso tempo i delusi percepiscono che dare un voto a Grasso è come annullarlo, perché Leu è fuori dalla vera partita, che riguarda centrosinistra, destra e M5S. La scissione è stata una scelta disastrosa».

Che fare, quindi? Se ne parla sui luoghi di lavoro, sui social.
Tradire il Pd, è il ragionamento che fanno in tanti, significherebbe favorire una destra con venature razziste, o l’incompetenza Cinquestelle.
Non resta che il Pd, «una scelta tanto semplice quanto deprimente»: si può riassumere così il post del vicedirettore del Post Francesco Costa, il sito online diretto da Luca Sofri, la cui accorata confessione, “Guardiamoci negli occhi”, vanta la palma del post più virale di questa campagna elettorale. La sua tesi: il Pd, con tutti i suoi limiti, è l’unico partito in grado di governare il Paese, perché dispone di una classe dirigente degna di questo nome. Il pezzo è stato letto da un milione di persone, segno che ha saputo interpretare lo straniamento di un mondo. Ne è sorto un dibattito appassionato. I più hanno rinfacciato a Costa di esercitare il solito ricatto del voto utile, di imporre di votare il meno peggio. Una tesi questa sostenuta su minima& moralia da Marta Fana e Giacomo Gabbuti, in un lungo pezzo in cui si bocciano molti protagonisti del governo Gentiloni, da Poletti a Madia, da Minniti a Lorenzin, perché «una cosa che noi, tutti, non possiamo proprio più permetterci è di continuare a considerare tutto questo “governo da paese normale”».
«Facendo così il Pd non imparerà mai a essere migliore, e io voglio votare una vera sinistra», è l’altra obiezione ricorrente. Costa ha risposto citando il caso Raggi: «A Roma gli elettori hanno voluto dare una bella lezione al Pd alle ultime comunali, col risultato di… far restare il Pd romano quello che era prima. I partiti umiliati e sconfitti si rimpiccioliscono: fanno scappare i benintenzionati e fanno restare gli altri».
Claudio Giunta, che ha scritto Essere # Matteo Renzi, giudica l’analisi di Costa «molto ragionevole, nei modi e nella sostanza», ma non vuol dire cosa voterà. «Questa è la prima campagna elettorale decisa dai social, la più triste e la più allarmante di sempre, anche i politici più assennati si sono dovuti adattare a una comunicazione emotiva». Ha avuto vasta circolazione anche un decalogo elettorale dello storico Antonio Gibelli, per cui «Renzi non è il mio nemico. Ha fatto molti sbagli, ma non è responsabile di tutti i mali».
Gibelli chiude con un appello tutto in maiuscolo: «È assai probabile che ci aspettino venti anni peggiori dei venti che ci hanno preceduto: se la diga si rompe il nuovo fascismo dell’indifferenza è alle porte».
«Il mio spaesamento è totale», confessa però Nadia Terranova, l’autrice de Gli anni al contrario.
«Nel mio collegio il Pd candida Orfini. Non ho ancora deciso quel che farò, ma ho deciso quel che non farò: votare Pd o Cinquestelle. I democratici sull’immigrazione si sono allineati alla destra: una delusione enorme». Giuseppe Provenzano, vicedirettore dello Svimez, fresco di rinuncia a una candidatura nel Pd, aggiunge questo dettaglio. «Sono stato all’Università di Salerno, dove alcuni professori mi hanno detto: “Ma perché dovremmo votare per il figlio di De Luca? È più dignitoso il candidato del Movimento”. Al Sud ci sono troppi impresentabili: lo dico con dolore».
La sinistra è in affanno ovunque in Europa. In Germania l’Spd, precipitata al 20,5%, suo minimo storico, accende discussioni infinite sul suo destino. La faglia non riguarda più soltanto destra e sinistra, ma anche globalizzazione e sovranismo, garantiti e precari, e pone a tutti un ripensamento. Il caso italiano è reso più complicato dal fattore Renzi, un leader reputato antipatico. La lista +Europa rischia così di diventare un rifugio per un mondo che aveva guardato con speranza al Pd negli anni di Veltroni. Ieri anche il critico Goffredo Fofi ha detto che sceglie Bonino: «Ci si può ancora fidare delle singole persone che credono ancora nella politica».
Votare per il Pd o punirlo? Nello spot alla fine spunta Renzi in carne e ossa, e dice al militante dubbioso: «Pensaci». Convincerà i tanti disorientati di queste ore?
La Repubblica, 27 febbraio 2018

Nessun commento: