mercoledì, dicembre 10, 2014

Centenari da record nei Monti Sicani (Sicilia occidentale)


Vincenzina Butera e Nicolò Catalano
di ANTONINO GIUSEPPE MARCHESE
 Quando i nostri nonni mangiavano pane e cipolla (e godevano una buona salute)
Più che i geni è la dieta in chiave mediterranea, basata sul modello della restrizione calorica, a determinare il fenomeno della vita sana e lunga nei paesi del “Triangolo del Triona”, ove la signora Vincenzina Butera di Chiusa Sclafani (110 anni) e il signor Nicolò Catalano di Giuliana (106 anni), veterano della Seconda guerra mondiale, detengono in atto il record di longevità massimale di genere in Sicilia. A riguardo, ospitiamo volentieri un articolo del medico-scrittore giulianese Antonino Giuseppe Marchese, che da anni indaga tale fenomeno in sintonia col team di ricercatori del professor Calogero Caruso della Scuola di Medicina dell’Università di Palermo.


«Agli anziani verrà dato il dono dei sogni», leggiamo nella Bibbia (Gioele, 3, 1); tuttavia, dal mito di Gilgamesh al transumanesimo biotecnologico di Fukuyama (passando per il Faust di Goethe e la commedia L’affare Makropulos di Karel Capek), il vero sogno coltivato dagli uomini è stato quello dell’immortalità (e/o dell’eterna giovinezza), che, al di là degli intenti di coloro che lavorano “seriamente” a tale progetto, rimane pur sempre un pio desiderio. Ma, a parte gli inconvenienti previsti da Umberto Eco in un suo assunto («E’ proprio pensandomi centenario che inizio a scoprire gli inconvenienti dell’immortalità»), vale la pena in proposito ricordare il pensiero del grande genetista Edoardo Boncinelli, autore della Lettera a un bambino che vivrà 100 anni (Rizzoli 2010): «Non saremo eterni, e, temo, neanche necessariamente felici, ma sempre alla ricerca di qualcosa».

Questo “qualcosa” è stato certamente trovato da una supercentenaria di Chiusa Sclafani, Maria Santa Butera vedova Catalano, meglio nota presso la comunità locale come la zia Vincenzina, la quale ha raggiunto, il 2 dicembre 2014, la veneranda età di 110 anni. «Bona sugnu», ha detto ai cronisti durante il momento conviviale, nei locali attigui alla chiesa di Santa Caterina, ove, accanto all’affetto (scontato) dei suoi quattro figli superstiti: Giuseppe, Giuseppina, Letizia (suor Alessia) e Gina (l’inseparabile angelo custode), dei dieci nipoti (in primis Nino Doria, figlio della figlia Giuseppina) e dei cinque pronipoti (con la protezione dalla gloria dei cieli del marito, morto 36 anni fa, e delle due figlie Concetta e Franca, decedute anch’esse già da tempo), è letteralmente esploso il calore dei chiusesi: dalle scolaresche alle autorità municipali (il sindaco Giuseppe Ragusa e il presidente del consiglio comunale Giuseppe Giglio) sino alle autorità regionali (con la presenza dei deputati Nello Musumeci, presidente della Commissione antimafia, e Giovanni Joppolo, membro della Commissione sanità), che si sono raccolti nella monumentale chiesa per assistere alla cerimonia liturgica presieduta dal vicario della curia di Monreale don Antonino Dolce, con la concelebrazione del parroco don Bernardo Giglio; mentre l’arcivescovo monsignor Michele Pennisi e il presidente dell’Assemblea regionale Ardizzone hanno voluto inviare i loro telegrammi gratulatori. 

Non poteva mancare, infine, la benedizione particolare di papa Francesco, un atto dovuto per una supercentenaria, quale la zia Vincenzina, una donna tutta casa e chiesa, con la grande passione per il ricamo, che già alcuni anni fa ha voluto mettere la fede in Dio al primo posto nel “paniere” dell’elisir di lunga vita, durante un’intervista rilasciatami ai fini di uno studio sul fenomeno della longevità nei Monti Sicani, da me condotto in sintonia con il team di ricercatori del professor Calogero Caruso, della Scuola di Medicina dell’Università di Palermo.
Al secondo posto pare che vi sia il latte di capra, munto fresco tutte le mattine, da sempre presente nella dieta della zia Vincenzina, con un incredibile parallelismo con i centenari dell’isola greca di Ikaria e dell’area dell’Ogliastra in Sardegna, che riconoscono nel formaggio di latte di capra il loro elisir di longevità. Al terzo posto metterei la serenità e il senso positivo della vita (che sottendono i sacri valori della famiglia), elementi che si riscontrano pure nel “collega” di Giuliana Nicolò Catalano (prossimo al traguardo dei suoi 106 anni), ma con una marcia in più costituita dallo spiccato senso di humour col quale questi ha cercato di prendere in giro la fatica del vivere (oltre al duro lavoro nei campi, la partecipazione alla guerra Italo-etiopica del 1935-36, nel corso della quale riportò serie ferite nella battaglia di Taga-Taga, del 12 febbraio 1936, e poi al Secondo conflitto mondiale, allorché fu fatto prigioniero dagli inglesi ed internato per circa sette anni nel campo di concentramento di Zondelwater, nel sud Africa).

Attualmente, la signora Butera di Chiusa Sclafani e il signor Catalano di Giuliana detengono il primato di longevità massimale di genere in Sicilia. Più che nel patrimonio genetico (peraltro non dissimile da quello dell’intera popolazione siciliana), il segreto della loro longevità risiede tuttavia nei fattori ambientali, con particolare riguardo al regime alimentare, in chiave mediterranea. Un segreto estensibile agli altri centenari dei paesi del “Triangolo del Triona” (Bisacquino, Chiusa Sclafani, Giuliana, noto ormai come il triangolo della lunga vita), che con l’1,5 per mille di centenari (ovvero 15 centenari distribuiti su una popolazione complessiva di diecimila abitanti) supera di gran lunga sia la media regionale (0,20 per mille) che nazionale (0,25 per mille). L’alimentazione di questi nostri centenari è piuttosto semplice e frugale, “ristretta” dal punto di vista calorico, e tuttavia con spiccati caratteri antinfiammatori per l’organismo: pane e pasta, legumi, verdura e frutta, formaggi e latticini (la cosiddetta dieta mediterranea, già studiata, nel dopoguerra, relativamente all’area del Salento, dal medico americano Ancel Keys, esperto nutrizionista nonché professore all’Università di Minnesota, cui si deve l’invenzione della razione kappa, il kit per il fabbisogno calorico giornaliero dell’esercito americano).

L’alimento base è il pane bianco di frumento, analogamente agli antichi greci (cui si deve peraltro la colonizzazione dell’isola, a partire dall’VIII sec. a.C.) i quali si qualificavano come “mangiatori di pane”, stando ad un passo di un’ opera di Esiodo (Le opere e i giorni, 82), mentre la grande “assente” risulta essere la carne rossa, un’assenza che è il retaggio di un atavico status di povertà legato al vecchio mondo contadino, allorché la si mangiava (quannu si quannu no) soltanto nella ricorrenza delle grandi feste religiose (sappiamo bene come, oggi, le morti per malattie causate da iperalimentazione abbiano superato quelle carenziali del passato). Le uova erano, invece, destinate ai bambini (tuttavia, “cu ‘a scusa du figliolu ‘a mamma si mangia l’ovu”).
La pasta (con la verdura, l’estratto di pomodoro, le fave e le lenticchie) ha una presenza pressoché quotidiana nella mensa dei centenari, accanto al consumo di verdure cotte (cavoli e cicoria conditi con olio d’oliva), alla frutta secca (fichi, noci, mandorle), a parte i formaggi (pecorino, tuma) e il latte (quello di capra è, come abbiamo visto, il preferito dalla zia Vincenzina), non mancano le olive da mensa (famose le “giarraffe” di Giuliana), con una preferenza particolare da parte della signorina Giovanna Pizzolato di Chiusa Sclafani (103 anni), la quale fa colazione tutte le mattine, alle ore 10, con un po’ di pane e sette olive (sic); mentre il signor Antonino Altamore di Giuliana, che ha superato i 101 anni (suo fratello Sebastiano i 100) le olive se le mangiava “a munnedda”, secondo un’espressione iperbolica di una delle nuore. Costante è l’uso di aglio (di cui sono abbastanza noti gli effetti ipotensivi) e cipolla (quella rossa di Bisacquino, Allium cepa L., si segnala per i suoi effetti antinfiammatori e antiallergici nonché per le sue proprietà inibitrici della sintesi del fattore di aggregazione piastrinica), come pure la frutta di stagione e la verdura, specie quelle colorate, ricche di pigmenti come le antocianine, che attivano la longevità delle cellule, tra cui le ciliegie di qualità di Chiusa Sclafani e gli ortaggi di Bisacquino; ma anche pesche di San Carlo e arance di Burgio, uva di Sambuca e Contessa Entellina (i vigneti di Entella furono cantati in epoca romana dal poeta Silio Italico), fichidindia di Santa Margherita, pere di Giuliana (con le numerose varietà autoctone: pitirru, gaddina, gamma ‘i donna, zuccarinu, spatuni, santannaru, mastrunatali), pistacchi di Caltabellotta, nonché le nespole d’inverno, comuni a tutto il territorio, che hanno dato luogo all’antico modo di dire: «Quannu viditi nespuli chiangiti ca è l’ultimu fruttu di l’estati».

Alla mensa dei centenari dei Monti Sicani non può mancare la bevanda tradizionale per antonomasia, il vino, quello che, come osserva Umberto Eco, «è stato fin dal suo apparire un eccezionale marcatore culturale, tra uomini e no, tra Greci e barbari, tra uomini e dèi». Sappiamo adesso che: il vino contiene il resveratrolo, che stimolando la fabbricazione del collagene costituisce una delle migliori molecole antinvecchiamento; l’olio d’oliva contiene un acido polinsaturo, il linoleico, che agisce interferendo con la fissazione del colesterolo nelle arterie; il frumento del Corleonese (comprendente anche quello di Contessa e Bisacquino), che risulta tra i primi dieci al mondo presenti alla “borsa del grano” di New York, contiene alcune proteine particolari, i lignani, inibitori delle proteasi, che hanno un riconosciuto ruolo antitumorale (pare infatti che l’incidenza dei tumori in questo territorio sia inferiore alla media nazionale). Il risultato di questa dieta per i nostri centenari, che praticamente non prendono medicine (poiché non ne hanno bisogno; la zia Vincenzina prende soltanto mezza compressa al giorno di Doxazosina da 2 mg, un antipertensivo, che per la sua età si rivela praticamente un placebo) è che hanno valori bassi di pressione arteriosa e bassi valori glicemici e di colesterolo LDL.
Persino un poeta dialettale chiusese, Totò Mirabile, ha voluto di recente magnificare questi tre prodotti che sono alla base della piramide alimentare sostanzialmente vegetariana dei nostri centenari (grano, olio, vino) in un suo componimento dal titolo “L’elisir di longa vita”, ove l’autore, desideroso di conoscere il segreto della longevità, immagina di correre di qua e di là e di girare intorno fino a chiedere lumi a lu zu Cola Catalanu di Giuliana, a la za Vincenzina Butera di Chiusa e a lu zu Petru Pillitteri di Bisacquino, non senza aver consultato anche un “dutturi” che gli sembrava un “Marchisi”: «Caminannu caminnannu mi misi a pinsari / e a lu ritornu versu lu lannaru m’assittai / vidennu lu dutturi un veru Marchisi arrivari / ci gridai di luntanu ca l’elisir l’attruvai. / Lu pani di Chiusa e l’ogghiu di Giuliana / e vinu di Busacchinu ca ponnu cangiari / l’ogghiu di Chiusa e lu vinu di Giuliana / pani sempri di Busacchinu pi mangiari».
Del resto, il frumento, l’olio e il vino, elementi base nel menù dei nostri centenari, costituivano per la tradizione alchemica medievale l’elisir di lunga vita, ovvero l’oro potabile. Una tradizione alchemica peraltro abbastanza presente in Sicilia, se è vero che nella Biblioteca comunale di Palermo si conserva, tra l’altro, un manoscritto dell’alchimista umanista Giovanni Braccesco degli Orzinuovi, ma in copia del sec. XVII,  dal titolo Dialogo denominato Legno della vita, nel quale si dichiara qual fosse la medicina per la quale i primi padri vivevano novecento anni. Anche il famoso impostore palermitano del ’700, nonché medico-ciarlatano, Giuseppe Balsamo detto il conte di Cagliostro, confezionò degli elisir di lunga vita, dopo essere stato allievo a Messina dell’alchimista d’origine greca Althotas.
Abbiamo già accennato alla scarsa incidenza della genetica (meno del 30%) sul fenomeno della longevità nei Monti Sicani. Al riguardo il genetista Giuseppe Passarino, dell’Università della Calabria, in una sua intervista rilasciata a “Panorama” ha affermato che «invecchiare non è qualcosa che la natura ha programmato: l’evoluzione ha selezionato i geni che servono a vivere fino a riprodursi. Passata questa fase la selezione non si occupa più di noi. Il processo di invecchiamento non è geneticamente determinato, in altre parole». Lo studio dei centenari non è tuttavia fine a se stesso, come apprendiamo da un’intervista rilasciata al Corriere della Sera dal professor Giovanni Scapagnini, biochimico clinico dell’Università del Molise, ma serve «per capire che cosa fa invecchiare e ammalare l’organismo». Dal canto suo, il professor Calogero Caruso, patologo generale dell’Università di Palermo, in un’intervista al “Giornale di Sicilia”, ha affermato: «Non è casuale se in Sicilia, sui Monti Sicani, e in Sardegna, che è la regione più longeva, ha grande spazio la dieta mediterranea, anche se sempre più bambini mangiano all’americana».
Tuttavia, nel determinare la longevità della popolazione del “Triangolo del Triona”, oltre agli alimenti di qualità, prodotti a km zero, e al mangiar leggero, incide certamente anche l’armonizzazione antropica con l’ambiente naturalistico particolarmente salubre (peraltro indenne da rifiuti tossici a carattere industriale), tale da presentarsi ai conquistatori arabi del IX secolo come un “giardino dell’Eden”. Questo è infatti il significato del termine arabo gennārt al-ārd da loro dato al Monte Genuardo, alle cui falde fanno corona i centri di Bisacquino, Chiusa Sclafani, Giuliana, Contessa Entellina, Campofiorito, Sambuca di Sicilia, Santa Margherita Belice, Caltabellotta e Burgio, ove invecchiare in buona salute costituisce la norma. Lo stile di vita (tale è del resto il senso vero del termine greco di dieta) che sostiene il benessere di questa popolazione, determinandone una vita sana e lunga, merita di fare inserire questi luoghi tra le cosiddette “Zone Blu” del pianeta, affiancandosi così alle quattro o cinque sino ad oggi conosciute (Sardegna, Isola di Okinawa, California meridionale, Costa Rica, Isola di Ikaria), secondo la definizione data da due famosi ricercatori, l’italiano Gianni Pes e il belga Michel Poulain.
La zia Vincenzina Butera in Catalano è nata agli esordi del XX secolo, quando Chiusa Sclafani, come tanti altri paesi agricoli di Sicilia, viveva un momento storico particolarmente drammatico per le lotte contadine miranti alla conquista della terra, col supporto delle associazioni cooperativistiche di ispirazione sia socialista (facenti capo al leader corleonese Bernardino Verro, che aveva fondato i Fasci dei lavoratori) che cattolica (facenti capo al giovane prete locale V. Fici, ispirato al “modernismo sociale” di don Luigi Sturzo), in quell’anno fatidico 1904 (ovvero dieci anni prima dello scoppio del Primo conflitto mondiale) compreso tra il primo volo di un aeroplano dotato di motore (effettuato dai fratelli Wright, 1903) e la formulazione della Teoria della relatività ristretta da parte di Albert Einstein (1905). Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti del Po, dell’Arno e del Tevere: la dittatura fascista (con l’episodio famoso della “giornata della fede”, del 18 dicembre 1935, allorché anche la zia Vincenzina, seguendo come tante altre spose italiane l’esempio della regina Elena, donò la sua fede in oro alla patria per aiutare le operazioni militari italiane in Etiopia) e la Seconda guerra mondiale, la nascita della Repubblica con referendum costituzionale del 2 giugno 1946, la Guerra fredda, il boom economico degli anni ’50 e ’60, con la rivoluzione industriale, la caduta del muro di Berlino, nel 1989, che si è trascinato dietro l’edificio della nostra Prima Repubblica, nel 1992, con la nascita della Seconda (che Leoluca Orlando preferisce chiamare la Repubblica “di dopo”, allorché Clio passò da Chiusa Sclafani per imbarcare un parlamentare locale nella figura del compianto Salvatore “Totò” Pollichino, esponente del Movimento per la democrazia La Rete) e l’attuale passaggio alla Terza (ma per taluni storici siamo ancora nella Prima, secondo il paradosso zenoneo di Achille e la tartaruga).
Al tempo stesso, sotto il ponte del torrente Malotempo è passato il cursus della microstoria di Chiusa Sclafani, che fluisce nella memoria della zia Vincenzina, col suo carico di 110 anni: dall’emigrazione oltreoceano dei primi decenni del secolo, da parte di numerosi chiusesi, a quella nei paesi europei (Germania, Svizzera, Belgio) del Secondo dopoguerra fino all’attuale fenomeno immigratorio da parte degli extra-comunitari (con la presenza di numerose badanti rumene); dal semianalfabetismo dei nostri nonni alla scolarizzazione di massa dei nostri figli; dal passaggio, in età giolittiana, della linea ferrata a scartamento ridotto Palermo (Sant’Erasmo)-Corleone-Bisacquino-San Carlo, all’arrivo, durante il Ventennio, dell’energia elettrica (che sostituì la vecchia illuminazione a petrolio del centro urbano) al terremoto della valle del Belice (1968) che avrebbe leso gravemente anche la chiesa Madre di Chiusa, fino alla favola cinematografica di “Nuovo Cinema Paradiso” (1988) di G. Tornatore, con protagonista l’enfant prodige chiusese Totò Cascio; dalla scomparsa della civiltà contadina (ovvero “il tempo delle lucciole” di Pier Paolo Pasolini) al fenomeno della globalizzazione, sostenuto dalla computer science. Del resto, come ha affermato apertamente anche Noberto Bobbio, «il mondo dei vecchi, di tutti i vecchi, è, in modo più o meno intenso, il mondo della memoria».
La zia Vincenzina esprime ancora chiaramente quella sua gioia di vivere che l’ha accompagnata sino alla veneranda età di 110 anni, per cui risulta insufficiente l’augurio di una canzone popolare polacca Vivi 100 anni, dovendosi ricorrere invece all’augurio cinese, che auspica 10000 anni di vita! Gioiosa nella sua innocenza, quanto fragile nel suo candore, la nonnina dice di avere meno anni di quelli anagrafici. «Cci voli furtuna a campari», avverte un vecchio adagio giulianese, ma l’artefice della propria fortuna è l’individuo stesso, come dimostrano altre “colleghe” della nostra Vincenzina che le insidiano lo scettro di regina del reame della longevità dei Monti Sicani (da lei acquisito dopo la morte, sei mesi fa, della signora Carmela Nicolosi di Caltabellotta, deceduta all’età di 110 anni e 6 mesi); iniziando dalla signorina Giovanna Pizzolato (103 anni) e dalla signora Antonina Puccio (103 anni), sue compaesane, per arrivare alle signore di Giuliana Emanuela Santa Rumore (101 anni), Maria Santa Rollo (100 anni) e Pietra Purrazzella (100 anni), passando per le signore Vincenza Giangrosso e Vincenza Gennusa (entrambe di 100 anni) di Bisacquino. Anche queste donne possono ben dire, come Rita Levi Montalcini, «il mio corpo può invecchiare, la mia mente no». In proporzione di 1 a 3 rispetto alle donne sono i centenari di sesso maschile di questo territorio, di cui meritano una menzione particolare, oltre al Catalano di Giuliana, Pietro Pillitteri di Bisacquino (deceduto a 103 anni), Epifanio Pinzarrone di Chiusa Sclafani (100 anni) e il sacerdote Carmelo Amato di Prizzi (104 anni). Intanto i centenari dei Monti Sicani, già da tempo alla ricerca di un santo protettore della loro vecchiezza, pare lo abbiano individuato naturaliter nella figura di San Leoluca abate da Corleone, un taumaturgo dell’Alto Medioevo, fondatore di vari monasteri in Calabria, vissuto proprio 100 anni esatti (dall’815 al 915), come ci informa il parroco della chiesa eponima di Corleone, don Calogero Giovinco.
Va ricordato, infine, come il sindaco di Bisacquino, prof. Tommaso Di Giorgio, d’intensa con il sindaco di Contessa Entellina, Sergio Parrino, abbia programmato per la prossima primavera (in concomitanza con l’Expo 2015 di Milano) un convegno di studi sul fenomeno della longevità nei Monti Sicani, affidato alla cura organizzativa dello scrivente, con la consulenza scientifica del professor Calogero Caruso e sotto il patrocinio del Rotary Club di Corleone, dell’Anci-Sicilia e dell’Associazione Nazionale Borghi Autentici d’Italia, ove l’argomento verrà indagato non soltanto sotto l’aspetto biomedico-scientifico bensì anche dal punto di vista storico-antropologico-ambientale e socio-sanitario, con attenzione anche alla produzione agroalimentare del territorio. All’iniziativa hanno già aderito i comuni di Campofiorito, Sambuca di Sicilia, Santa Margherita Belice e Caltabellotta, nonché la sezione regionale dell’Acli-Terra.
Post Scriptum: Avevo appena finito di scrivere il presente articolo per il giornale online “Città Nuove” di Corleone, diretto da Dino Paternostro, allorché il signor Nicolò Catalano di Giuliana mi espresse il desiderio di voler incontrare la “collega” Vincenzina Butera di Chiusa Sclafani per porgerle il suo doveroso omaggio per il compleanno da record. Ho preso, quindi, contatti con la figlia della signora, Gina, fissando l’appuntamento per sabato 6 dicembre alle ore 16 (giusto il giorno di San Nicola di Bari, patrono di Chiusa Sclafani, in cui ricorre l’onomastico del Giulianese). Era un pomeriggio piovoso e dall’area frizzante (ormai da pochi giorni era uscita infatti di scena la lunga estate siciliana, conclusasi con quel caldo sciroccale cantato persino da Lucio Piccolo di Calanovela, nella sua famosa lirica “Scirocco”, facente parte della silloge Canti barocchi), tale, comunque, da non scoraggiare nella sua impresa il nostro zu Cola. Ad accompagnarci in macchina a Chiusa Sclafani è stato il figlio Nino, impiegando i dieci minuti occorrenti per percorrere i pochi chilometri che separano i due paesi “gemelli”, a conversare del più e del meno, sebbene i discorsi dello zio Cola fossero cadenzati dai motti del vecchio calendario agricolo: «Ddoppu ‘a Mmaculata né siritina né matinata», «Ddoppu Natali ’u friddu e ’a fami».
Lo “storico” incontro tra i due arzilli supercentenari è avvenuto in casa della zia Vincenzina, in vicolo Puleo n. 13 (nel quartiere di Santa Caterina), in un salotto a primo piano, raggiungibile per una ripida scala. Sembrava proprio che i due fossero stati dei vecchi amici d’infanzia rivistisi dopo tanti anni (appena 100!), portando subito la loro conversazione su fatti e personaggi della cronaca locale dei primi del ’900, menzionando tra l’altro, la figura di un noto personaggio dell’epoca come il barone Greco, nel cui palazzo Nicolò aveva trascorso quattro anni della sua infanzia (dai 10 ai 14 anni) come collaboratore domestico (picciottu). Al dialogo tra i due supernonni assisteva una piccola comitiva: le due figlie della zia Vincenzina, Giuseppina e Gina, col nipote Nino Doria, il figlio del signor Catalano, Nino, nonché l’amico Giuseppe Lombardi, sempre pronto a testimoniare questi eventi col suo “FUIT HIC” affidato alla macchina fotografica.
Un incontro giulivo, insomma, conclusosi con assaggio di pasticcini locali e relativo brindisi con spumante. Tra questi pasticcini spiccavano quelli tipicamente natalizi della tradizione gastronomica giulianese: viscuttuna e viscotta cu i ficu (quest’ultimi denominati, inspiegabilmente, mustazzoli in Chiusa Sclafani). L’evento mi è apparso la prova tangibile dell’assunto del sommo antropologo francese Marc Augè che recita: «La vecchiaia non esiste», e che fa da sottotitolo ad un suo libro, fresco di stampa (per l’editore Carocci, 2014), dal titolo Il tempo senza età,  ove l’autore, muovendo dall’humanitas di Cicerone (autore del Cato Maior de senectute), afferma apoditticamente che «Certo, i corpi si logorano ma la soggettività resta, in qualche modo fuori dal tempo ed è così che tutti muoiono giovani». Non a caso il professor Mario Barbagallo, ordinario di Geriatria nella Scuola di Medicina dell’Università di Palermo, preferisce chiamare gli anziani col neologismo «diversamente giovani».
 (Per chi volesse approfondire l’argomento dal punto di vista scientifico, si rimanda all’articolo Mediterranean Diet and Longevity in Sicily: Survey in a Sicani Mountains Population, di Sonya Vasto, Giovanni Scapagnini, Claudia Rizzo, Roberto Monastero, Antonino Marchese, and Calogero Caruso, in «Rejuvenation Research», Volume 15, Number 2, 2012; per un inquadramento storico-antropologico-sociale del fenomeno vedi: Antonino G. Marchese (ed.), La Quarta Età tra Umanesimo letterario e Biomedicina. Indagine sulla longevità nei Monti Sicani, Rotary International, Distretto 210 Sicilia e Malta, Club di Sciacca, Palermo 2011; referenze fotografiche: G. Lombardi, P. Verchiani).
ANTONINO GIUSEPPE MARCHESE

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