martedì 22 dicembre 2020

CORLEONE. E' morto u reuzzu, viva u reuzzu!

Leoluca Virgadamo, "u reuzzu" 

di
NONUCCIO ANSELMO

Se n’è andato in silenzio, lontano dalla chiazza, come accadeva ormai da cinquant’anni. Tanto in silenzio che l’ho appreso soltanto adesso, anche se è andato via la vigilia dell’Immacolata. Che nel mondo ante-covid e a Corleone in particolare, è una specie di bestemmia: ma come, si apre il periodo natalizio, si fa lo sfincione e si arrostisce la salsiccia, si tirano fuori dal cassetto le carte per un sette e mezzo in famiglia, e tu te ne vai così? Sì, se n’è andato via in silenzio ed è stato un peccato, anche se di Natali ne aveva vissuto ottantanove. Fosse stato cinquant’anni fa, la chiazza avrebbe gridato a tutti la dipartita. Ma lui aveva deciso così, di ritirarsi, mezzo secolo fa.

Si chiamava Luca Virgadamo, ma era un attributo assolutamente secondario. Il suo “vero” nome era “u re”, anche se non risulta che avesse sangue reale. Risultava invece che essendo piuttosto bassino, “u re” diventava molto spesso, anzi quasi sempre, “u reuzzu”, piccolo re. Ma non viveva nelle favole; per sbarcare il lunario faceva il fotografo. Aveva lo studio all’inizio della via Roma, sulla destra. Tessere, matrimoni, prime comunioni, come accadeva a tutti i fotografi di paese.

Era contemporaneo di don Pitrinu Oliveri, ma mentre questi era morto fotografo, Luca, detto Leo oltre che piccolo re, a un certo punto aveva detto basta: non era sfuggito al richiamo del posto fisso, aveva chiuso lo studio e si era trasferito in un reparto del nuovo ospedale come tecnico di radiologia. Sempre fotografia era, ma le persone, anziché di fuori, le fotografa di dentro. Però certamente questa scelta doveva essere stata anche frutto d’amarezza. Infatti, a decisione presa, aveva “sepolto” – così mi disse – il suo archivio che doveva contenere le immagini e i volti della Corleone degli anni Sessanta del Novecento.

Naturalmente non era vero, non aveva sepolto nulla, ma era il termine esatto elaborato dalla sua mente. Me lo disse più volte, avanti negli anni, quando lo spronavo – ormai anziano – a tornare allo scoperto. Volevo organizzargli una grande mostra, ma evidentemente quel passato doveva ancora fare in qualche modo male.

L. Virgadamo, l'arresto di Luciano Liggio nel 1964

Non era solo un fotografo di visi e d’ambiente. Era anche un fotografo di cronaca. Era corrispondente dell’agenzia fotografica palermitana dei Labruzzo, che forniva le immagini al Giornale di Sicilia. Ma si sa, i fotografi di cronaca ogni tanto hanno qualche incidente. Lui era entrato in guerra con i carabinieri nel 1964.


Quella foto, finita su tutti i giornali del mondo conosciuto, fu scattata da Virgadamo. Ma lo scoop non fu suo. Ancora qualche settimana fa “u reuzzu” ricordando si agitava. E forse anche questo disconoscimento di paternità andò a sommarsi a tutto ciò che l’avrebbe portato a calare le saracinesche dello studio.

Quella sera – raccontava – erano andati a prenderlo a casa alcuni agenti di pubblica sicurezza e l’avevano piazzato davanti alla scaletta che portava alla casa delle sorelle Sorisi, che ospitavano il latitante. Quando Liggio era comparso in strada, era partito il flash. Ma l’ex latitante aveva accanto due poliziotti. Milillo – che poi, oltre a tutte le celebrazioni, incassò dallo Stato la taglia a conferma di essere stato riconosciuto come autore del colpaccio – s’era infuriato. Aveva detto d’essere stato defraudato dalla polizia e da Virgadamo. L’aveva diffidato, spiegandogli che gli avrebbe fatto passare grossi guai.

Il “re”, malgrado il titolo, era, naturalmente, il vaso di coccio. Perché invece Angelo Mangano aveva dichiarato che le immagini parlavano da sole e aveva subito contestato fin da allora i meriti del colonnello. Insomma, la guerra tra i due che durava da tempo, era continuata: una querelle che riuscì a trascinarsi per una quarantina d’anni, a prescindere dalle valutazioni degli osservatori, perché le autorità statali dell’epoca non dissero mai una parola chiarificatrice. Anzi, ci furono promozioni a tappeto per tutti. Tranne che per lui: nessuno dei giornali del mondo – se non oggi – scrisse mai a suo tempo che quella storica foto era di Leo Virgadamo. Destino degli autori di foto storiche.

Ma, a parte i problemi con polizia e carabinieri, ce n’era uno ancora più grosso. Il mercato per i fotografi in un paese era quello che era già allora, soprattutto non offriva certezze. Così “u reuzzu” partecipò a un concorso dell’ospedale per tecnico radiologico, lo vinse, chiuse lo studio di fotografo e dalla circolazione, con lui, sparì anche un pezzo della Corleone degli anni Sessanta.

C’è un termine siciliano che si adatta perfettamente alla sua condizione di fotografo: “disfiziato”. In italiano fa “disamorato”, ma non è la stessa cosa. “U reuzzu” impacchettò tutto, negativi e positivi; infilò il pacco da qualche parte e…amen.

Chissà che adesso gli eredi non possano decidere di restituire al re il suo reame.




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