domenica 24 settembre 2017

Il vino dei “comunisti” che nasce all’ombra dei templi

GIOIA SGARLATA
La Cantina viticultori associati di Canicattì ha fatto il salto di qualità. Imbottigliamento, scommessa vinta
L’hanno acquistato i contadini insieme ai terreni su cui sorge questa cantina sociale - racconta – una grande cooperativa dove prima c’era il latifondo, da non credere. E sa qual è la cosa più bella? Che anche gli eredi dei proprietari terrieri hanno finito per portare la loro uva da noi». Merito, dicono qui di Domenico Messina, il contadino-dirigente – comunista neanche a dirlo – che l’ha fondata nel 1969 e guidata per un quarto di secolo conquistandosi la stima e il rispetto di tutti. Da allora di anni ne sono passati quasi cinquanta. Ad essere sinceri, all’inizio in questo angolo di Canicattì che di nome fa “contrada Aquilata”, il vino non si faceva neppure. «Nei capannoni dove adesso si imbottiglia si lavorava la frutta e nelle celle frigorifere dove adesso si affina il vino in bottiglia e c’è la barricaia, si conservava l’uva Italia», dice sorridendo Greco, alla guida di Cva da 10 anni.

La giornata è coperta. Il sole ha picchiato forte per mesi, facendo correre enologi, agronomi e operai per anticipare la raccolta. Anche nei due ettari del parco archeologico di Agrigento, ai piedi del tempio di Giunone, in quel piccolo appezzamento in biologico diventato il fiore all’occhiello dell’azienda, la vendemmia del Nero d’Avola è già finita. Lungo tutta la 122 i filari del vino sono ormai senza grappoli. Li riconosci subito perché sono più bassi di quelli dell’uva Italia coperta da teloni grigio verde che compongono strane tessiture sulle colline.
«Il palazzo nobiliare della Cva apparteneva ai Gangitano - racconta ancora Greco - una delle famiglie nobili di Canicattì». Poi è diventata la villa – chiusa – della “Cooperativa dei Comunisti”. Patrimonio di un’azienda che fattura 4,5 milioni, ha 18 dipendenti (tra fissi e stagionali), 300 soci - vignerons (quasi tutti sui sessant’anni e qualche giovane che ha preso il posto del padre) e 900 ettari coltivati su 12 Comuni a cavallo tra le province di Agrigento e Caltanissetta. Per dirla ancora col suo presidente, «una cantina che ha cambiato le abitudini dei coltivatori di queste parti, mettendo al bando i trattamenti chimici e parole come ammasso».
All’ingresso degli uffici Cva, un grande cartellone mostra alcuni di questi volti. E’ una fotografia di qualche anno fa, scattata alla fine dell’approvazione del bilancio annuale. Greco è in prima fila, anche lui conferisce alla Cva l’uva del suo ettaro di terreno. Giuseppe, 63 anni, camicia a quadri, che di ettari ne ha 4, oggi consegna invece l’ultimo carico di Nero d’Avola: grappoli pieni, nonostante “u callu caa fattu”, dice. Ogni socio ha in media poco meno di 3 ettari di vigneto e tra i tanti cognomi ce ne sono alcuni importanti come Melisenda (il capofamiglia Ignazio fu rettore dell’Università di Palermo e prima ancora preside di Agraria) o La Lumia (eredi del Barone di cui restano ancora casali e palazzi). E c’è pure chi come Luciano Caruso, classe 1947, cardiologo, dopo una vita all’università di Catania, ha deciso di ritirarsi in campagna: anche lui nei 7 ettari di vigneto ereditati dalla moglie a Racalmuto coltiva Nero d’Avola. Nel cassetto della scrivania tiene i grafici con l’andamento della produzione. La sua uva come quella dei discendenti delle famiglie nobiliari si mescola con l’uva dei piccoli vignerons, figli di contadini. Diventa vino. Arriva nei 15 punti vendita Cva dell’isola per essere venduto sfuso. Ed è imbottigliato per raggiungere le enoteche e i ristoranti all’estero tutta Europa e Usa - dove finisce più del 50 per cento della produzione in bottiglia.
Angelo Molito, 62 anni, lavora in questa cantina da 37. C’era quando il presidente era Messina e c’è oggi. Quando Greco gli ha spiegato il progetto che aveva in mente e cioè passare dallo sfuso all’imbottigliato di qualità, non ha avuto dubbi e si è messo a cercare un altro enologo, più esperto di lui che potesse fare da consulente a Cva e fare crescere tutti. Poco tempo prima sul suo cammino aveva incrociato Tanino Guzzo, già allora enologo di talento con un contratto in esclusiva con Tasca d’Almerita. Lo ha chiamato e presentato al presidente. Guzzo non ha resistito al gusto della sfida. Nel piazzale dove un tempo avveniva l’ammasso, oggi quasi si emoziona a parlare della strada fatta. Del titolo di “campione del mondo” ricevuto da Aquilae Grillo Bio come miglior bianco 2016 al “Concorso Mondiale del vino di Bruxelles”, delle medaglie d’oro che ormai da tre anni arrivano alle varie etichette della Cva. Delle “nuove mete” che immagina per il Grillo e il Nero d’Avola. «Mi ricordo – racconta - che dopo la firma del contratto venni qui con mia moglie. L’uva era ammassata al centro di questo piazzale e i contadini in fila con i camion. C’era un caos pazzesco. Lei scoppiò a piangere pensando a quello che avevo lasciato». Oggi, è felice. Greco mostra con orgoglio i capannoni con gli impianti rinnovati, i barrique e i grandi serbatoi di acciaio. L’ultima assunzione è stata quella di un export manager per allargare i confini dell’azienda. «Tra qualche anno – dice – riapriremo anche la villa dall’altra parte della strada. Per fare degustazioni, come fanno le grandi cantine. Solo che qui ci saranno tante storie da raccontare».

La Repubblica Palermo, domenica 24 settembre 2017

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