sabato 23 settembre 2017

A Mezzojuso tre donne contro i boss dei pascoli: “E le minacce e i raid non ci fermano”

Le sorelle Napoli sulle loro terre a Mezzojuso
SALVO PALAZZOLO
Irene, Ina e Anna tre sorelle in trincea contro i clan “Non avranno mai le nostre terre”
MEZZOJUSO. Un’antica leggenda siciliana racconta di una montagna “incantata” nel cuore della provincia di Palermo. La montagna della principessa Marabella. «Dicono che ci sia un tesoro lì dentro», Irene sorride mentre guida il suo fuoristrada su una trazzera che si affaccia su un dirupo. La montagna incantata si intravede già. «Ti ricordi di quando papà ci raccontava di essersi calato dentro la montagna?», dice Anna, la sorella di Irene. E ce n’è un’altra di sorella, Ina: «Ci spiegò che non c’era alcuna parete d’oro — ride — nessun forziere pieno di monete. Ma quella resta la nostra montagna incantata. E nessuno se la prenderà». Le sorelle Napoli sono determinate. «Ma abbiamo subito anche troppe angherie», raccontano. Ora, la montagna incantata se la vuole prendere la mafia dei pascoli.

«Hanno avvelenato i cani, hanno lasciato delle pozzanghere di sangue; infine, hanno rotto le recinzioni e hanno mandato vacche, pecore e cavalli a distruggere tutto». Così vogliono prendersi l’azienda agricola della famiglia Napoli. «Era dei nonni, poi è stata di nostro padre, ora ci siamo noi — dice Irene — Tre fimmine che si occupano di novanta ettari coltivati a grano e a fieno. Per qualcuno è inconcepibile». La mafia dei pascoli vuole prendersi anche la sorgente, e poi la cava. Vogliono prendersi tutto, in questo pezzo di Sicilia incantato che si trova fra il paese di Mezzojuso e la Rocca Busambra di Corleone. Hanno minacciato anche altri proprietari della zona. Con lo stesso sistema. «L’invasione delle vacche sacre, noi la chiamiamo così». Solo le sorelle Napoli hanno avuto il coraggio di denunciare. «Nessun altro si è fatto avanti — spiega Ina — e in paese in troppi ci guardano male, perché ci siamo rivolti ai carabinieri. Cos’altro dovevamo fare? Adesso, i carabinieri sono diventati i nostri migliori amici. E speriamo di avere aperto una breccia».
Fino a qualche anno fa, Mezzojouso era la roccaforte del capo di Cosa nostra Bernardo Provenzano. In queste campagne, il ragioniere abitava e organizzava i summit. Di Mezzojuso erano i suoi più fidati favoreggiatori, che facevano girare i pizzini verso tutte le direzioni della Sicilia. Chi comanda adesso in queste campagne? Il maresciallo che guida la stazione di Mezzojuso fa di cognome Saviano, un giovane attentissimo a tutto ciò che accade sul territorio. Su Mezzojuso sono accesi anche i riflettori del nucleo investigativo del comando provinciale dei carabinieri, questo corridoio della provincia che porta dritto a Corleone è stato sempre determinante per le dinamiche dell’organizzazione mafiosa.
«Prima, si sono presentate delle persone per offrirci 5.000 euro all’anno, tanto secondo loro vale la gestione dell’azienda», spiega Irene. «Ci offrivano pure dei buoni consigli per portare avanti il lavoro. Perché noi siamo femmine. Ma gli ho detto: “Prima comandava mio padre, ora comandiamo noi”. Ed evidentemente non se l’aspettavano, dalle parole sono passati ai fatti».
L’ultimo raid è avvenuto a fine luglio, quando c’era da fare la raccolta del grano. «Non è voluto venire nessun operaio a lavorare da noi con la sua trebbiatrice — dice Ina — abbiamo capito che erano stati avvicinati. Ci siamo allora trasferiti qui in campagna, avevamo paura che dessero fuoco al grano. Invece, una mattina, sono arrivate 20 capre, 60 pecore e 25 mucche a fare la trebbiatura. Non abbiamo potuto fermare gli animali, hanno distrutto tutto. A maggio, anche il fieno era stato mangiato dalle mucche».
Ora, le sorelle Napoli hanno il sostegno di Addiopizzo e nei giorni scorsi hanno contattato don Luigi Ciotti e Libera Terra, vogliono affidare a loro la gestione dell’azienda. «Noi siamo in grandi difficoltà economiche per tutto quello che abbiamo subìto — dice Irene — però non ce ne andiamo da qui. Troppo facile andare via dalla Sicilia, e noi vogliamo battere un destino che sembra già scritto». Ora, sulla montagna incantata che si affaccia sulla Sicilia soffia un venticello leggero. Forse, il tesoro della principessa Marabella esiste davvero quassù. «Questa montagna è il simbolo delle donne finalmente libere», dicono le sorelle Napoli.

La Repubblica Palermo, 22 settembre 2017

3 commenti:

Pepè Lercara ha detto...

Sicilia, dove io sono nato è sempre stata una terra generosa e bellissima, peccato che ha un Cancro la mafia, gente che non ha voglia di lavorare è vuole vivere alle spalle della povera gente. storia vecchia, la mafia deve finire che hanno rotto i coglioni alla gente seria lavoratrice, la vera colpa è nostra che non abbiamo il coraggio di denunciare questi malavitosi che ci rubano pure l'aria che respiriamo, la meraviglia che 220.000 persone vanno a vedere il cantante Vasco, ma 220.000 persone non hanno il coraggio di scendere in piazza e spaccare il culo a 4 Mafiosi di merda che danneggiano la mia terra < SICILIA > bisogna agire e non calare la testa .... come le pecore ... almeno loro lo fanno x mangiare, basta con l'omertà e il silenzio.... Pino Lercara

Anonimo ha detto...

Coraggio a queste eroine. Il loro esempio è un fuoco nella notte.

Anonimo ha detto...

Bravissime, i siciliani ONESTI sono tutti con voi.