venerdì 30 ottobre 2020

A Giorgio & Antonio, a Gino & Massimo, e ai tanti come loro

Gino e Massimo

MARIA DI CARLO

Quando arrivai da Corleone a Palermo, nel ’79, diciotto anni freschi, dopo una fragorosa rottura con la mia famiglia ed un processo che all’epoca fece scalpore, fra le prime persone che conobbi ci furono i pochi che frequentavano il Partito Radicale, nella sede di vicolo Castelnuovo. Specificamente, frequentavo le riunioni del Fuori! (Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano), un gruppetto sparuto e variegato di persone che non necessariamente erano omosessuali ma che sentivano di aderire alle istanze di quanti lottavano per l’affermazione di certi diritti. Non si lotta solo per difendere i propri, ma quelli in generale di una società più libertaria, più umana, più solidale, più giusta. C’erano Giuseppe, Piero, Salvatore, Pippo, Franco, Calimero, e un serissimo e mutissimo portalettere, chiamato col suo cognome: Formica. E anche Anna Maria e Rosangela (che per età avrebbero potuto essere mia madre e mia nonna!). E Regina, che più che una trans era un omone coi capelli lunghi, alto e massiccio, con un vestito alla Jessica Rabbit e la barba di giorni, i peli mal rasati sul petto ed il vocione, un altro pianeta rispetto alle trans ormonizzate e siliconizzate e laserdepilate di ora. Giuseppe aveva già al suo attivo una storia clamorosa anch’essa, un bacio con un uomo, alla stazione, gli era costato la denuncia dell’allora famoso pretore Salmeri. Alcuni erano già o sarebbero divenuti fra i primi “lottatori liberi” per la causa dei diritti degli omosessuali. Allora non si parlava ancora di lesbismo, o non tanto, e non si usava il termine lgbt, cui ora si aggiungono anche una “q”, una “i” e, a che ci siamo, pure un “+”.

Questo piccolo drappello, solo a vederlo, rappresentava plasticamente la possibilità di comprendersi e rispettarsi pur nella diversità di sesso, genere, tendenze, gusti ed età. Insomma, che un altro mondo era possibile.

Da là a poco, anche il magico innesto col Teatro autonomo di Roma, avvenuto anch’esso in un vicolo distante poco più di 100 metri dal primo: vicolo Ragusi. Da là l’incontro, determinante, con Silvio ma soprattutto con Massimo (Verdastro), a cui tanto dobbiamo ancora ora. Nell’asse di Corso Vittorio Emanuele, nel tratto fra Quattro Canti e cattedrale, quanti mondi nuovi si schiudevano ai nostri sensi attenti a captarli? Sedi povere entrambe. Quella del Partito Radicale certo non somigliava alle sedi“ ‘mpustate” dei partiti allora esistenti (che, per altro, certi temi si guardavano bene dal trattare). E il Teatro del Vicolo si teneva appunto in un vicolo, in ambienti semi abbandonati che del teatro non avevano sembianza.

In entrambi i luoghi si metteva in ballo la propria vita: coi propri limiti, le proprie paure, ma anche la propria presenza, la propria voglia di affermare il diritto all’esistenza, “gridato” anche senza voce, come quella che mai udimmo di quel postino bocca cucita dal cognome di insetto.

E’ in quegli anni che, dall’incontro con Teatro del Vicolo, nasce il nostro Teatro Madre. Anche là, un teatro di autori-attori-interpreti di se stessi. I testi, quasi interamente scritti da Nino, prima di essere testi raccontavano la nostra stessa vita. Erano la nostra presa di distanze dal mondo dei padri in senso lato, da cui ci eravamo staccati e da cui eravamo stati espulsi con determinazione e vicendevole ferocia. E, al contempo, erano il riconoscimento della sua importanza, dell’impossibilità di prescindere da questi affetti, amati-odiati ma comunque radicati dentro di noi. Era un teatro povero come noi eravamo, torce a pile illuminavano la scena, da un registratorino gracchiante tutt’altro che stereo uscivano le musiche, da me scelte. Lo facevamo nelle case. Si adunavano gli amici della casa ospitante, ci si raccoglieva a lume di candela ed entravamo “in scena” noi, i nostri pezzi di vita. Un amico corleonese, un giorno presente ad una di queste rappresentazioni, ci disse che, a non conoscerci, tutto gli sarebbe sembrato bello e carico di emozioni ma, conoscendoci, tutto gli sembrava invece terribilmente tragico. Tutto bello, se non fosse stato tutto vero.

Giorgio e Antonio. i due ragazzi di Giarre...
 

A Giarre, nello stesso periodo, due ragazzi, Giorgio e Antonio, erano stati uccisi? si erano fatti uccidere? con le dita delle mani intrecciate. Si dice avessero lasciato una lettera in cui raccontavano dell’impossibilità di vivere apertamente il loro rapporto. Che fossero stati uccisi o si fossero uccisi, che la lettera esistesse o meno, in ogni caso la loro morte, le loro dita intrecciate, parlavano chiaro del malloppo di repressione che gravava sulle loro vite ma non solo.

 

Come Teatro Madre pensammo subito di andare a Giarre, di stare dalla parte di Giorgio e Antonio in qualche modo. Muniti di un pulmino a più posti prestatoci da amici, arrivammo in paese dove, all’epoca, si erano fiondati giornalisti e tv, e gli abitanti credo (quasi) in massa non gradivano di essere assurti agli onori della cronaca per questa “storia di froci”.

 

Appena arrivati, la tensione si tagliava a fette. Fummo attorniati da ragazzi che, con fare provocatorio, il minimo che ci dicevano era “Ma tu si’ masculu o fimmina?!?”, ”Mi l’ha’ ffari tuccari?!?”. Io volevo fuggire. Nino fu invece bravissimo a bene-dirsi, a saper parlare smorzando l’impatto iniziale, a pro-vocarli nel senso del richiamarli, serio e maieuta, a ragionare su certi temi e poi, durante lo “spettacolo”, a uscire dal testo, a coinvolgerli. La stanza, gremita, in cui si tenne la performance era forse una biblioteca, ora non ricordo. Io ero seduta in platea, e accanto a me i ragazzi che ci avevano fatto quella “accoglienza” al nostro arrivo, ora ammansiti. Non sembrerà vero ma lo è: quando andammo via ci accompagnarono al pulmino con la promessa che ci saremmo ri-incontrati.

 

Quarant’anni dopo, e per l’anniversario della tragica morte di Giorgio e Antonio, eccoci di nuovo a Giarre, dove Gino e Massimo non a caso hanno scelto di ri-sposarsi. Questa volta anche legalmente, dopo averlo fatto profeticamente già trent’anni fa. In quell’occasione Nino, sempre ideatore di frasi a effetto, indossava una maglietta con su scritto “Gino e Massimo: né maschi né froci, solo uomini” (oggi si direbbe, meglio, “persone”).

In tempo di covid, i presenti potranno essere 30 soltanto e sono felice di essere fra loro, e questa volta con in più mio figlio accanto. Come accoglieranno l’evento gli abitanti di Giarre? Intanto con le parole che il sindaco ha scritto ai “nuovi” sposi: “… vi sento come persone molto care, la vostra unione è motivo di orgoglio e di riscatto civile per la mia comunità cittadina, ma non solo… Sarò onorato di incontrarvi… Finora non ho fatto altro che il mio dovere, avendo sempre creduto nella positività dell’essere umano e nella sua capacità di vincere ogni forma di violenza e di discriminazione…”. Queste parole non possono che rincuorarci tutti (e far piangere, al solito, Massimo). Ma mettiamo ancora nel conto che ci saranno, come sempre e ovunque e in ogni tempo, i violenti, gli assassini, o gli ”schifiati” e, accanto a loro, gli incuriositi, e i “tolleranti”, e magari anche un numero maggiore di approvanti, e via per gradi… Tante cose sono cambiate e in meglio, e siamo qua per questo! Ma anche per ricordare al paese ed al Paese la vicenda di Giorgio e Antonio, a tanti sconosciuta, da tanti volutamente “dimenticata”. Non sarebbe bello, in nome loro, piantare due alberi che possano crescere l’uno accanto all’altro?

 

Conosco Gino e Massimo da decenni, da quando Gino era più giovane di ora, come tutti, ma comunque già da allora esteriormente “quello”, quello che anche gli abitanti del quartiere popolare in cui lavorano definiscono “signor Gino”. Era stato sposato per convenzione sociale, come spesso si usava e credo purtroppo si usi ancora, con due figli, e aveva a un certo punto rivelato la sua omosessualità alla moglie, separandosene.

Massimo, al contrario di ora, era un ragazzo con barba e pantaloni. In Teatro Madre, in cui ognuno metteva in scena se stesso, Nino gli aveva affibbiato la parte di un uomo nudo, legato con una corda come un salame, che a un certo punto si divincolava dai suoi legacci, manifestandosi com’era. Attraverso graduali trasformazioni, nei decenni, in questa fase della sua vita ha il seno, la sua voce di sempre e si veste… non da donna” (perchè le donne non si vestono così!), si veste… da Massimo. Per ora è così, poi… chissà. Non finisce di stupirmi il fatto che, pur con questa rappresentazione di sé così fuori dall’ordinario, la gente del quartiere, adulti e bambini (spesso i più scatenati contro chi fuoriesce dai certi canoni), non finisce mai di stupirmi il fatto che tutti lo chiamino per nome, con garbo, direi anche con affetto, con sicura simpatia. E in questo sta anche la sua e la loro capacità: nell’essersi fatti rispettare da tutti, per la loro combattività ma anche per il loro pacato modo di esistere.

 

Dei vari documentari su di loro, un flash: Gino al Foro italico, mentre conversa serenamente con uno dei due figli, quello che ha accettato la relazione fra lui (suo padre!) e Massimo. Dell’altro, che ha difficoltà a farlo, Gino parla con comprensione, senza ombra di contrarietà o di amarezza. 

 

Ma quello che mi è restato più impresso è quanto, in un altro documentario, ha detto Gino, e che io sono solita ripetermi e ripetere. Raccontava che, se avesse conosciuto Massimo così com’è ora, non ne sarebbe stato attratto. Ma che se Massimo ha voluto diventare com’è, lui “semplicemente” lo rispetta e basta. Mi sono detta tante volte che io, anche su questioni di carattere diverso, non saprei avere la stessa apertura, o dovrei conquistarla con sforzo. Mentre Gino, con la sua aria da signor Gino che più normale non si può, diceva questa cosa senza apparente (e credo anche sostanziale!) difficoltà.

 

Ho avuto la ventura ed il piacere, con Nino, di essere presente, decenni fa, alle riunioni per la creazione del primo Arcigay, con Marco, Franco e gli altri (tutti di sesso maschile) e, ovviamente, sempre Gino e Massimo, onniprotagonisti di ogni lotta e iniziativa in ambito lgbtqi+…

Li conosciamo bene per il loro esserci sempre, per la creatività densa di significato con cui aprono ogni volta i nostri Pride; per aver, assieme ad altri, inventato il Pride a Palermo. Li conosciamo tutti nella loro veste pubblica e combattiva. 

A me piace raccontarli anche per flash privati: Gino e Massimo al funerale di Nino come al matrimonio di me con l’altro Nino; o con nostro figlio Giuliano, neonato, in braccio a Massimo, inteso anche Massimona e, per l’occasione, zia Simona; o a cena a casa nostra col figlio di Gino e la sua giovane moglie, durante il loro viaggio di nozze; o durante la contrastata scelta di foto e testi per le giornate al Teatro Biondo, dedicate a Nino a vent’anni dalla sua morte; o ad ideare il premio a lui intestato; o da sempre, anche quando sono stati poverissimi, col loro negozietto di cuoio come anche la loro casa, luoghi dell’accoglienza a tutto campo. Un rifugio anche per quanti (talvolta anche pesaaanti) hanno trovato non saltuariamente ma abitualmente un piatto di pasta da condividere, e compagnia, parole, ascolto, attenzione, presenza, famiglia.

Il mio non è un racconto più particolare di tanti altri. Ognuno potrebbe, a suo modo, fare il suo, e cucire, accanto agli altri, il proprio pezzetto. Facciamolo. Di solito si raccontano frammenti belli di qualcuno in occasione di celebrazioni funeree. Noi facciamolo invece oggi che sono entrambi felici e ancora insieme, qua con noi.

A Giorgio & Antonio, a Gino & Massimo, e ai tanti come loro.

                                                                                da Maria

29 ottobre 2020

1 commento:

Augusto Cavadi ha detto...

Grazie, Maria, per queste righe intense e incisive, come nel tuo stile. Anch'io sono tra quelli che, pur avendo l'età, non ho la memoria di Giorgio & Antonio: grazie di avermela regalata.
Condivido con piacere su FB (dove mi pare tu non sia presente) il tuo bel racconto.