mercoledì 1 agosto 2018

Ciccio Nicastro e la liquidazione degli ultimi retaggi del feudo a Villafrati

Ciccio Nicastro
di PIPPO ODDO
Confesso che quando Pippo Nicastro mi chiese di scrivere la prefazione a questo libro, che ricostruisce a tutto tondo il pensiero e l’opera di suo padre, ho sentito pulsare dentro di me due cuori: uno che sottolineava l’onore e il privilegio di cui avrei goduto accettando l’invito; l’altro che mi faceva notare che su Francesco (per gli amici Ciccio) Nicastro avevo svolto una dettagliata relazione alla presenza dei familiari in un memorabile e affollato convegno commemorativo del Nostro dentro il Teatro del Baglio di Villafrati, dei cui contenuti rimane traccia nella lettera al sindaco dell’epoca, Giuseppe Vitale, da me scritta il 28 gennaio 2008. Prima di accettare, mi riservai di leggere il testo. E se gli risposi alla fine di sì, non fu certo perché avessi voglia di ripetere le cose consacrate nella lettera appena citata (ed allegata dall’autore a questo libro).
Ora, se qualcuno mi chiedesse quando ho incontrato per la prima volta Ciccio Bastianeddu (figlio dello zio Bastiano, sposato in seconde nozze con la sorella di mio padre), non saprei rispondere, ma il pensiero volerebbe alle serate invernali passate attorno al braciere a casa dei miei nonni paterni.
Il nonno (del quale porto con orgoglio il nome) raccontava romanzi a puntate e brani della “storia” dei Paladini di Francia, mentre coloro che ascoltavano – me compreso – mettevano a dura prova i denti sgranocchiando fave e ceci abbrustoliti. Potrei aggiungere che Ciccio, rimasto orfano di madre in tenera età, ha ritrovato attenzioni e affetto materno nella moglie di suo padre, la zia Mariannina, per l’anagrafe Maria Antonina Oddo, donna intelligente e volitiva, nata nello scorcio dell’Ottocento.

I ricordi che mi legano a Ciccio non si esauriscono, però, nelle relazioni private. Da dirigente sindacale, provinciale e regionale, l’ho incontrato in tanti congressi, assemblee, scioperi, comizi; ho rinvenuto tracce del suo operato di capopopolo e sindaco comunista di Villafrati anche in luoghi insospettabili. Né ho dimenticato che gli interventi del patronato Inca (di cui il Nostro fu per diversi anni motivato e attento operatore locale) erano da lui concepiti come missione civile volta ad aiutare i lavoratori a districarsi nella giungla delle prestazioni previdenziali e non senza la consapevolezza che «dietro ogni pratica previdenziale c’è un dramma dell’assistito e della sua famiglia». 
L’episodio che mi è rimasto più impresso nella mente risale all’estate 1973. Rammento che era domenica, antivigilia della manifestazione regionale del 10 luglio, indetta dalla Federazione sindacale Cgil, Cisl, Uil per rilanciare la cosiddetta “Vertenza Sicilia”, la cui complessa piattaforma rivendicativa poteva riassumersi nell’obbiettivo di valorizzare tutte risorse materiali e umane sedimentate nel territorio. Cosa che postulava l’aggregazione attorno al sindacato di un vasto fronte di forze politiche, sociali, istituzionali e culturali, dando ampio spazio alla definizione di obiettivi particolari alle strutture sindacali periferiche, di concerto con le amministrazioni comunali. Come tante altre domeniche, io mi trovavo a Villafrati, ospite di mia sorella Isabella. 
A quell’epoca Ciccio era sindaco, mio cognato Nino assessore e io segretario provinciale della Federbraccianti-Cgil. Ancor prima d’aver bevuto il caffè, mio cognato accennò ai programmi dell’amministrazione comunale sulla “Vertenza Sicilia”. Nel più bello ci venne a trovare il sindaco e mi chiese raggiante di gioia: «Peppù, t’a cuntà Ninu a bella assemblea popolari d’aieri?». Era la premessa per dirmi che il giorno avanti aveva convocato un’assemblea popolare al Municipio per fare aderire l’amministrazione comunale alla manifestazione di martedì 10 luglio. In quell’occasione due dei più noti esponenti democristiani del paese, Franco La Barbera, segretario locale del sindacato dei dipendenti comunali, e Bennardo Monastero, consigliere comunale e segretario della Cisl, erano stati tra i più convinti sostenitori della lotta popolare. «A questo punto – concluse Ciccio – la Vertenza Sicilia farà del nostro paese il motore dello sviluppo della zona, come negli anni Quaranta». 
I fatti si sarebbero incaricati di dimostrare che quel momento di unità aveva il fiato corto e che a fare le spese della lotta dura tra le due maggiori forze politiche del paese sarebbe stato proprio lui, il sindaco capopopolo. Nel giugno 1982, quando cessò (in modo traumatico e ingeneroso, come si può leggere dalla documentazione qui allegata) dalla carica di sindaco, che aveva tenuto con prestigio per più di dodici anni, per mantenere la famiglia, Ciccio Nicastro si rimise a fare il bracciante agricolo, nonostante fosse ormai prossimo ai 60 anni. Ma si guardò bene dall’abbandonare l’impegno politico e sociale. Dopo un periodo di collaborazione con la Confederazione Italiana dei Coltivatori, divenne segretario locale dello Spi (Sindacato dei pensionati italiani della Cgil) e, in questa veste, nel 1995 costituì a Villafrati il Circolo Auser “Giovanni Falcone”, articolazione territoriale dell’Auser, la prestigiosa associazione nazionale di volontariato per l’invecchiamento attivo e la promozione sociale e culturale, fondata dalla Cgil e dallo Spi nel 1989.
Il prestigio di Nicastro continuò così a crescere. E, grazie a lui, le lotte di cui erano stati protagonisti i lavoratori agricoli villafratesi negli anni roventi trovarono spazio in un libro di Alfredo Pecoraro (Dai campi e dalle officine. Storia di operai e contadini nella Sicilia dal 1947 al 1970, Palermo 2003, pp. 55-59), pubblicato con la collaborazione dello Spi provinciale di Palermo. «Ero poco più che un ragazzo – dichiarò fra l’altro Ciccio –. Spesso partecipavo alle riunioni del direttivo del Pci, tranne quando si discutevano questioni di una certa importanza. Era il 22 giugno del ’47. Quel giorno mi chiesero di uscire dalla stanza dove si svolgevano le riunioni: rimasi dietro la porta ad ascoltare e sentii il compagno Turiddu Mercante [il sindaco] dire che quella stessa sera alle 23 la banda Giuliano avrebbe assaltato la Camera del lavoro di Villafrati. Ci furono attimi di sbandamento. Alcuni compagni andarono a prendere i fucili nelle proprie abitazioni e intorno alle 22 un gruppo di 40 persone si piazzò nella strada provinciale, all’ingresso del paese per sbarrare la strada ai banditi». Ma non arrivò nessuno perché la mafia locale lo impedì, per paura della reazione dei comunisti. 
Rinunciando a raccontare altri episodi simili narrati da Ciccio e riportati nel libro del figlio, non posso esimermi dal ricordare che, accennando a Villafrati in presenza di forestieri, non poche volte mi sono sentito rispondere: «il paese di Francesco Nicastro!». Pochi di quanti hanno avuto la fortuna di conoscerlo sanno, infatti, che l’uomo è nato a Cefalà Diana. Cosa che, però, non gli ha mai impedito, non solo di rappresentare degnamente la coscienza avanzata che dall’Ottocento caratterizza l’impegno ideale e civile dei villafratesi, ma anche di promuoverla a tutti i comuni di cui è centro naturale Villafrati, adottandola ai bisogni peculiari delle popolazioni locali.
Non intendo però dilungarmi su questi aspetti, anche perché l’economia della nota non lo consente. È invece il caso, prima di entrare nel merito del libro, di fare qualche breve considerazione sull’autore. Pippo Nicastro non è uno storico e non ha alle spalle nessun percorso scolastico che possa accreditarlo come intellettuale: il suo titolo di studio è il diploma di terza media. Ma chi come me lo conosce bene, per averlo avuto compagno di tante aspre battaglie politiche e civili degli anni Ottanta, prima in occasione della memorabile campagna elettorale amministrativa del 1985 (che forse qualche volta racconterò) e dopo come consigliere di minoranza al comune di Villafrati, sa che Pippo è un cittadino attento e consapevole dei problemi della società di cui è espressione.  
Di più, l’autore ha ereditato dal padre la capacità di tenuta nell’impegno, una grande tensione ideale e il gusto per la lettura dei giornali e per le scommesse audaci e di lunga durata. E bisogna dargli atto che in questo libro – pur finendo, senza volerlo, per mettere a parte i lettori delle emozioni che inevitabilmente prova un figlio tutte le volte che scrive di un genitore di grande spessore umano che si sia intestata una nobile missione sociale e politica – Pippo è riuscito a tenere in qualche modo a bada la sua innata vis polemica per assumere un tono quasi dialogante, volto a sollecitare una riflessione serena sulla figura morale, politica e umana del padre, facendo parlare soprattutto i documenti ufficiali e le testimonianze di persone che l’hanno conosciuto e frequentato. 
Pippo tiene peraltro a precisare che suo padre, umile lavoratore che aveva frequentato solo le prime due classi elementari, ha potuto dare il meglio di sé grazie anche alla comprensione e al sostegno morale ricevuti dalla moglie Rosa Vitale. «Io ero piccolo – scrive orgogliosamente Pippo – e ho un ricordo blando di quei momenti, tuttavia mi riaffiora la figura di mia madre che teneva me in braccio e, attaccato alle sue vesti, vi era mio fratello Sebastiano. Lei era sempre accanto al marito nelle manifestazioni, negli scioperi, battagliera e riflessiva, a seconda della necessità. Era in prima linea nella lotta per la legge sul divorzio e la legalizzazione dell’aborto, sfidando tutti i pregiudizi delle benpensanti che, con troppa facilità, giudicavano le donne che avevano il coraggio e la coscienza di lottare, dando un contributo alla costruzione di una società migliore».  
Tirando le somme del ragionamento fin qui svolto, è forse utile ricordare che Ciccio Nicastro, sindacalista coraggioso, divulgatore dell’ideologia del riscatto e delle lotte per il progresso in tutti i comuni della zona (Cefalà Diana, Mezzojuso, Campofelice di Fitalia, Baucina, Godrano, etc.), oltre che sindaco attento ai bisogni della popolazione amministrata, ha fatto parlare di sé, nel bene e nel male, per decenni. Si è attirato anche critiche, talora giuste e, più spesso, ingenerose; è stato uno dei personaggi più contrastati della storia di Villafrati di tutti i tempi. Ma ha lasciato un’eredità preziosa e tuttora foriera di nuove occasioni di sviluppo economico, sociale, civile e democratico. Ha capito bene in tempi non sospetti che la cultura è la leva più importante per far girare al meglio la ruota del progresso. E si è fatto in quattro per debellare le ultime sacche di analfabetismo, per dotare il paese di un asilo nido e potenziare le strutture e i servizi scolastici, in modo che non ci fosse più un solo villafratese che non sapesse leggere e scrivere. Fatto sta che la Scuola media, di recente istituzione, è divenuta in pochi anni un riferimento forte anche per i ragazzi dei paesi vicini.
Tra le scelte più lucide e lungimiranti del sindaco Nicastro è sicuramente degna di menzione la deliberazione del Consiglio comunale n. 34 del 15 marzo 1976, che decise di istituire la Biblioteca comunale e di approvarne contestualmente lo statuto. Diretto da Alberto Calì, il nuovo presidio culturale seppe dotarsi nel volgere di poco tempo di un patrimonio librario di tutto rispetto, relativamente vasto, aggiornato e aperto alle nuove istanze culturali e ai bisogni formativi della popolazione scolastica e dell’utenza adulta, e non senza attivare un vivace dibattito sui criteri di qualificazione ed estensione dei servizi bibliografici (incontri, centri di lettura, biblioteche itineranti).
Qualche considerazione di più merita l’impegno di lunga durata per la «istituzione di un parco pubblico attrezzato ad uso collettivo», la cui positiva conclusione segna chiaramente, nei primi anni ’80, il momento culminante della liberazione del popolo di Villafrati da quella che Girolamo Li Causi chiamava negli anni’40 (con riferimento all’intera Isola) la «crosta feudale». L’area prescelta fu, come si legge a chiare lettere nella delibera del Consiglio comunale n. 62 del 6 agosto 1972 (disertata in blocco dai consiglieri di opposizione), l’ex residenza estiva della famiglia feudataria, «un immobile di notevoli qualità storico-monumentali situato all’interno di un lotto di terreno di notevoli bellezze paesaggistiche […] e tradizionalmente denominato “Baglio”», che allora si trovava «in condizioni precarie e per alcune parti già diruto».
 In quella stessa occasione il Consiglio comunale deliberò all’unanimità dei presenti di «utilizzare il predetto immobile a mezzo di un progetto di restauro e sistemazione per trasformarlo in un parco pubblico attrezzato ed in un centro comunitario a servizio della collettività», indicando le necessarie procedure e i canali previsti dalla legge per reperire «i finanziamenti necessari sia per l’esproprio per pubblica utilità […], sia per le spese di ricostruzione e restauro delle parti dirute e di ristrutturazione e sistemazione dell’intera area». Ma quando (quattro mesi dopo) la Giunta municipale conferì l’incarico a due valenti architetti «di compilare uno studio di massima per il restauro e la sistemazione di detto immobile onde pervenire al fine di cui sopra», la famiglia padrona si oppose alla destinazione d’uso con un ricorso al Consiglio di Giustizia amministrativa. Poi, mentre era in corso la pratica di esproprio, nel 1973 si scoprì che il Teatro San Marco annesso al Baglio era stato acquistato da un privato. Nicastro e la Giunta che lo collaborava si trovarono perciò di fronte al dilemma: impelagarsi in una lite con il nuovo proprietario o cercare di salvare il salvabile. Presero atto obtorto collo della vendita, ad evitare di perdere su tutto il fronte. 
E così con delibera della Giunta n. 90 del 30 aprile 1975 fu approvato il «progetto esecutivo di esproprio del complesso edilizio denominato “Baglio”». Ci vollero, tuttavia, ancora diversi anni per strappare il Baglio all’incuria e ad inconfessati propositi speculativi, e restituirlo alla collettività. E si tenga presente che ciò fu possibile, non già con una procedura di esproprio, ma ai sensi dell’art. 21 della legge regionale n. 80/77, che prevedeva l’acquisto di immobili di «interesse storico-artistico» con un contributo del 95% a carico dell’Assessorato Regionale per i Beni Culturali. 
L’approvazione di questa legge, se da una parte consentiva di individuare i finanziamenti, togliendo agli aristocratici padroni ogni margine di manovra per la determinazione del prezzo (di esclusiva competenza dell’Ufficio Tecnico Erariale), comportò nondimeno una ulteriore perdita di tempo perché il prestigioso complesso monumentale, edificato nel Settecento sui resti di un castello medievale, non aveva il requisito di «bene di interesse storico-artistico», cosa che la Soprintendenza rilasciò soltanto il 2 dicembre 1980. Due mesi dopo il Consiglio comunale deliberava all’unanimità l’acquisto, che veniva poi realizzato il 17 dicembre 1981 con rogito del notaio Alberto Calì. 
Se mi sono dilungato su questo argomento, è stato solo per sottolineare la lungimiranza del sindaco bracciante, che ha capito in tempi non sospetti che il complesso del Baglio, già simbolo di una dura oppressione feudale, poteva diventare non solo bene comune ed emblema del riscatto sociale e culturale della comunità villafratese, ma anche un centro culturale polivalente a servizio dei comuni della zona interessati a valorizzare le risorse del territorio. E i fatti continuano a dargli ragione ancora molti anni dopo la sua dipartita dal mondo. Opportunamente ristrutturato, il Baglio ospita ormai da molti anni il Teatro del Baglio, istituzione culturale dotata di autonomia finanziaria e di un comitato di gestione (di cui è stato primo presidente chi scrive), che si è sempre avvalso della fattiva collaborazione di una direzione artistica specializzata nell’organizzazione di laboratori teatrali innovativi e nella formazione degli aspiranti attori. 
Primo direttore artistico è stato Enzo Toto, vincitore del Premio Scenario 1994-95, nonché autore e regista di diversi spettacoli, uno dei quali, La Spartenza (ispirato ai diari di Tommaso Bordonaro, contadino di Bolognetta emigrato con la famiglia nel New Jersey) è stato rappresentato da una compagnia amatoriale di Villafrati (formatasi alla sua scuola) a Gibellina e poi a Siracusa, Palermo, Taormina e Roma (Teatro Vascello) e in diverse altre località siciliane per una trentina di repliche. Nel novembre 2007 La Spartenza è stata portata negli Stati Uniti d’America. 
E intanto la Biblioteca comunale si trasferiva dentro il Baglio, e così il complesso bandistico. Accanto ai laboratori teatrali nascevano altre iniziative musicali e canore. Il Teatro e la Biblioteca ospitavano presentazioni di libri e riviste. Nel 2013, quando Enzo Toto aveva ceduto il testimone a Valeria Lo Bue, ad occupare la scena del Teatro, assieme alla presentazione della rivista Rocca Busambra, diretta da Santo Lombino, fu uno spettacolo che raccontava la vita e la morte per mano mafiosa di don Pino Puglisi, il futuro Beato di Brancaccio, che durante la guerra era stato sfollato a Villafrati, paese a lui tanto caro, che tornò poi a frequentare con assiduità per alcuni anni, in qualità di insegnante di religione nella locale Scuola Media, dalla vicina Godrano, dov’era parroco. 
La notizia dello spettacolo in onore di don Pino si diffuse ben oltre i confini del paese, e fu riportata in un libro del geopolitico ed ex deputato socialista francese Philippe San Marco: Rendez la terre! Conti di San Marco et paysans sans terre de Villafrati, Parigi 2015, p. 174. Libro che peraltro, tradotto da Laura Verduce, sarà presto pubblicato in italiano, con una mia prefazione, dalla casa editrice bolognese Diogene Multimedia, diretta dal filosofo Mario Trombino, la cui madre, Caterina Forte, era nata a Villafrati. È appena il caso di aggiungere che Philippe ha lontane origini palermitane e passava una parte dell’anno in Sicilia per motivi di studio. Incominciò ad interessarsi di Villafrati dopo una ricerca d’archivio sui suoi antenati, quando si convinse che il suo bisnonno poteva essere figlio naturale del conte di San Marco, discendente dal fondatore del paese.  
Fu per questo che lo studioso francese diventò mio amico e partecipò ad un convegno tenuto al Teatro del Baglio il 26 gennaio 2016, i cui atti sono stati pubblicati alla fine dell’anno con il titolo Cultura, Scuola e Tradizioni popolari in Salvatore Raccuglia (1861-1918), a cura di Giuseppe Oddo e Caterina Sindoni. E sono poi serviti, il 18 marzo 2018, per intestare la Biblioteca comunale, appunto, a Salvatore Raccuglia, intellettuale poliedrico villafratese, che ha lasciato tracce della sua cultura (dalla pedagogia, alla storia, al teatro) in Calabria e in quasi tutte le province siciliane. Ma ciò che più conta è che, nel nome di Raccuglia, la Biblioteca può ora svolgere un ruolo intercomunale, tenuto conto delle molteplici iniziative culturali che si sono registrate nei paesini di cui Villafrati è stato in certi periodi centro pilota. A tal proposito basti ricordare l’istituzione a Campofelice di Fitalia del Museo del Grano e della Civiltà Contadina siciliana ad opera dell’architetto Domenico Gambino, che da oltre due lustri scommette sullo sviluppo della zona nella logica dell’eco-museo.
L’evento che lascia più d’ogni altro sperare nel riscatto culturale di questo pezzo di Sicilia dimenticata (dove tra il 1856 e il 1860 si sono giocate le sorti dell’unificazione nazionale) ha avuto come teatro (è proprio il caso di dirlo), ancora una volta il Baglio di Villafrati. Quella memorabile sera del 28 gennaio 2018 dentro il Baglio fu infatti inaugurato, alla presenza del sindaco della città metropolitana di Palermo Leoluca Orlando, di alcuni amministratori locali e molti studiosi siciliani di questioni migratorie, il “Museo delle Spartenze” dell’area di Rocca Busambra, al cui allestimento avevano contribuito le più belle teste pensanti di tutti i comuni vicini. Dopo il taglio del nastro e un dibattito di alto livello culturale al Teatro del Baglio, si è costituito un Comitato scientifico, presieduto dal prof. Santo Lombino di Bolognetta (che del Museo zonale era stato il principale ideatore) e composto da una equipe di intellettuali della zona e del mondo accademico siciliano.
Non è superfluo aggiungere che la nuova istituzione ha richiamato l’attenzione di non poche scuole anche di città lontane e che si è già gemellata con un Museo dell’emigrazione non siciliano. Tutto ciò, piaccia non piaccia, va ascritto a merito anche del sindaco Francesco Nicastro, l’umile lavoratore dei campi che ha speso quattro quinti della propria esistenza alla lotta di liberazione dei villafratesi dagli ultimi retaggi del feudo, e non senza la vaga speranza che, liberando sé stessa, la popolazione locale avrebbe potuto gettare un’ancora di salvezza ai cittadini dei paesi vicini, che insieme con quelli di Villafrati si sarebbero poi dovuti cimentare con le nuove sfide della società globalizzata del terzo millennio. Il libro di Pippo Nicastro merita, quindi, di essere letto e meditato, proposto all’attenzione degli amministratori e delle scolaresche della zona. È anzi auspicabile che l’esempio di Pippo sia imitato da chiunque abbia interesse a valorizzare l’opera degli altri sindaci che si sono avvicendati alla guida dell’amministrazione del comune dopo la caduta del fascismo.
Pippo Oddo
Palermo lì 28 luglio 2018

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