domenica 20 agosto 2017

Corleone, via la targa per il boss Navarra dalla Chiesa Madre

SALVO PALAZZOLO
La segnalazione del prefetto, il diktat del vescovo Monsignor Pennisi: “È un simbolo di mafia, già tolto”
Per cinquant’anni, un banco della Chiesa madre di Corleone è stato un simbolo. Di rispetto, di ossequio. Per qualche vecchio nostalgico è stato anche un simbolo di venerazione. «Perché la persona a cui è dedicato da sempre quel banco ha fatto tanto bene a Corleone», così sussurra ancora qualcuno in paese. «Dott. Michele Navarra», era scritto su una targhetta fissata sul banco. Un nome, un cognome, un titolo. E niente altro. Ma questo bastava. Ora, non c’è più quella targhetta, l’arcivescovo di Monreale Michele Pennisi l’ha fatta rimuovere, dopo la segnalazione del prefetto di Palermo Antonella De Miro. «Quella targhetta era un simbolo di mafia», dice monsignore.
Perché il dottore Michele Navarra, il direttore dell’ospedale di Corleone ucciso il 2 agosto 1958, è un pezzo di storia di Cosa nostra. Nel primo dopoguerra era diventato il punto di riferimento per un ampio schieramento di mafia, ma in paese c’erano dei giovani che scalpitavano, chiedevano maggiore spazio e soprattutto affari. Ben presto, il più spregiudicato di quel gruppo, Luciano Liggio, costituisce una vera e propria cosca: i killer di punta si chiamano Salvatore Riina e Bernardo Provenzano.
A Corleone, scoppia una faida senza fine fra i due gruppi: fra il 1945 e il 1961, vengono raccolti cinquantadue cadaveri e ventidue feriti per le strade del paese, un numero imprecisato di persone scompare. Intanto, i capi cosca accrescono il loro potere. Navarra è l’insospettabile che fa una gran bella carriera. Da semplice medico condotto diventa caporeparto dell’ospedale di Corleone; alle Regionali del 1947 sposa la causa indipendentista, alle Politiche dell’anno successivo quella del Partito liberale, negli anni Cinquanta il suo impegno è tutto per la Democrazia Cristiana. Navarra è l’archetipo della mafia che media, che tesse con pazienza le relazioni con il potere politico e quello economico. Ma nell’estate del 1958 è ormai diventato un ostacolo per il nuovo potere mafioso di Corleone, che presto diventerà il nuovo potere in Sicilia. Il dottore Navarra viene assassinato mentre sta tornando in paese, un giovane collega medico, Giovanni Russo, gli ha dato un passaggio sulla suaFiat 1100.
Povero Russo, è un brillante professionista, la moglie è incinta, non ha niente a che fare con Navarra. Ma anche lui viene crivellato di colpi, i sicari di Liggio sparano con un mitragliatore Thompson e con un altro mitra. Nel corpo di Navarra verranno trovati 94 proiettili. L’ultimo atto dei sicari è scaraventare l’auto in una scarpata. E per cinquant’anni, quella targhetta in chiesa ha ricordato il dottore Navarra, niente invece a Corleone ricorda il sacrificio dello sfortunato dottore Giovanni Russo.
«Bisogna rimuovere quei simboli mafiosi che riportano a una religiosità fasulla», ribadisce l’arcivescovo di Monreale, la punta più avanzata della Chiesa siciliana sul tema della pastorale che dovrebbe fronteggiare la subcultura mafiosa. Qualche mese fa, dopo una strana sosta della processione di San Giovanni davanti a casa Riina, Pennisi ha addirittura vietato il passaggio della vara da quella strada. Non è davvero un cammino facile per gli uomini più fidati di Papa Francesco in Sicilia: il tribunale di Palermo ha disposto l’amministrazione giudiziaria per sei mesi dell’azienda agricola dell’Ente Santuario Maria Santissima del Rosario di Corleone. I terreni della Curia sarebbero stati gestiti dai boss più fedeli a Riina. Ci sono simboli che non sono ancora caduti a Corleone.

La Repubblica Palermo, 20 agosto 2017

1 commento:

Rosario Antonio Rizzo ha detto...

Un gesto tardivo. Ma necessario. Mons. Michele Pennisi non è nuovo a gesti del genere. Già Gela, quando era vescovo della Diocesi di Piazza Armerina, negò il funerale "im pompa magna" ad un mafioso ucciso in conflitto a fuoco con le forze dell'ordine. Le minacce gli procurarono la scorta. Un bell'esempio che ci viene da una Chiesa che, qualche decennio fa negava, semza pudore, l'esistenza della mafia in Sicilia.
Rosario Antonio Rizzo