venerdì 27 dicembre 2013

DA MESSINA A BRUSCA, LA VOGLIA DI PARTITO DELLA MAFIA

L'arresto di Giovanni Brusca
di Salvatore Parlagreco
Il processo sulla trattativa Stato-mafia ha questo di buono, regala un ripasso di storia dellaSicilia che il tempo ha smagnetizzato come succede alle ricevute del bancomat. Chi vuole, perciò, ha la possibilità, unica, di rimettere insieme i pezzi e ricostruire il calvario, chi preferisce lasciarsi alle spalle tutto e vivere alla giornata, è costretto a prendere atto di ciò che fu e, forse, c’è ancora. Un merito, dunque. Ma sempre di ripasso si tratta, ed il fatto che l’escussione dei testi metta insieme i pezzi non significa che ci serva la verità, processuale, su un piatto d’argento, o che le cose dette e ripetute guadagnino strada facendo carisma.

Mettiamo il caso di Giovanni Brusca, l’assassino del ragazzino ammazzato perché figlio di suo padre (collaboratore di giustizia). Chiamato sul banco dei testimoni nel processo sulla trattativa Stato-mafia in corso a Palermo, ha ricordato che Cosa nostra cercava un referente per gestire in proprio la politica e le istituzioni. Voleva fare, insomma, un partito.
Le idee dei boss, all’inizio degli anni Novanta, invero non erano chiare. Le stavano mutando in fretta, Cosa Nostra non serviva più ai potenti del tempo dopo la caduta del muro di Berlino, e in Italia, di conseguenza, la fazzolettata di amici fratelli soci alleati e consigliori se l’era squagliata o era caduta in disgrazia.
Avendo perciò idee confuse – era stato individuato il bisogno, ma non lo strumento per soddisfarlo - qualcuno suggerì di fare un partito siciliano indipendentista, qualche altro un partito meridionale un poco scissionista e qualche altro ancora, un partito nazionale perché alla fin fine l’importante era che ci fosse nel Palazzo un personaggio con cui discutere di affari.
Gaspare Spatuzza, com’è noto, ha raccontato che uno dei fratelli Graviano, boss emergente di Palermo, era felice come una rosa, avendo ricevuto garanzie che tutto sarebbe tornato come prima. Ma in quelle giornate difficili c’era chi dal carcere trattava, pare, con uomini delle istituzioni sul 41 bis, servendosi di mediatori illustri. E le cose eramno così avanti che sarebbe stato preparato una specie di contratto, chiamato papello, per patteggiare l’addio alle armi dei boss allora impegnati a maneggiare il tritolo con destrezza. Lo Stato avrebbe dovuto allentare le briglia sul 41 bis, e i picciotti avrebbero rimesso a loro volta la dinamite nel fodero.
Giovanni Brusca si era mosso nella palude siciliana, mentre Graviano viaggiava nei piani alti.Incaricato di cercare l’uomo giusto per fare il partito siciliano – un deputato regionale di origini repubblicane, poi diventato socialdemocratico e quindi qualcos’altro – s’era dovuto tirare indietro. La missione non andò in porto perché sbagliarono persona, il parlamentare designato aveva il vizio di non mantenersi sobrio e non era pertanto cosa per la quale.
I Graviano, a sentire Spatuzza, invece abitavano un altro pianeta, la Milano da bere, che non ha niente a che fare con il deputatino siciliano che alza il gomito. E’ infatti la Milano di Vittorio Mangano, installato ad Arcore per proteggere Silvio Berlusconi dagli agguati della mafia, e di tanti altri personaggi assai in vista nel mondo della finanzia, dell’edilizia ecc. La Milano di Marcello Dell’Utri, che sarebbe stato poi infamato da tanti pentiti in cerca di benemerenze. Berlusconi e Dell’Utri, gente per bene, che da lì a qualche mese, avrebbe costruito in pochi giorni il partito che non c’era, strabiliando il mondo intero, che manco Beppe Grillo avrebbe saputo fare la stessa cosa. Avrebbero trasformato Pubblitalia in Forza Italia e conquistato il Palazzo.
Tutto il resto lo sapete a memoria. Torniamo al processo sulla trattativa, al ripasso di storia ed a Giovanni Brusca, che ci regala alcune pagine preziose. Il collaboratore ha sì raccontato il suo, ricordando la missione ricevuta dai capi, ripetendo quanto il capodecina Leonardo Messina aveva svelato ai magistrati e alla commissione antimafia preceduta da Luciano Violante. Della qualcosa non c’è affato da meravigliarsi, non toglie niente ai meriti di Brusca. Anche quelli meglio di lui, Tommaso Buscetta per esempio, raccontato per filo e per segno ciò che rivela prima di lui Leonardo Vitale, fuori di testa, a poliziotti e magistrati. Con i pentiti di mafia queste cose succedono, è come la letteratura: nessuno racconta niente di nuovo, perché tutto è già stato scritto. Si tratta semmai di rileggerlo con gli occhi dei tempi nuovi.
Leonardo Messina, nel dicembre del 92, riferisce del partito nuovo, partendo da lontano: racconta alla Commissione antimafia che ad uccidere il bandito Giuliano è stato Luciano Liggio, lasciando a bocca aperta tutti, come ha fatto Brusca svelando la voglia di partito delle cosche. Liggio lo avrebbe regalato allo Stato per rispettare la volontà del capo dei capi, Calogero Vizzini. “Ci fu un compromesso fra un’ala dello Stato e Cosa nostra”, spiega Messina. “Ora ci sarà un nuovo compromesso con chi rappresenta il nuovo Stato”.
“Si è mai vista una zecca che vuole diventare cane?”, commentò l’avvocato Traina, difensore di Luciano Liggio. Un partito siciliano, separatista, come al tempo di Michele Sindona – era davvero questo l’intento? – si chiesero in tanti. Traina è scettico: “Nel dopoguerra il separatismo siciliano rispondeva a qualche oscuro progetto atlantico, ma adesso? Cosa Nostra una sua Colombia è riuscita a crearsela, la mafia è un parassita”, ragionava Traina.
Aveva ragione lui o Nardo Messina?
Cosa nostra, questo è indubbio, la sua Colombia ce l’ha avuta: in Sicilia hanno ammazzato nel breve lasso di tempo il capo del governo, il capo dell’opposizione, il prefetto di Palermo, il segretario del partito più importante, e magistrati, alti ufficiali dei carabinieri. Nessuno che fosse sfiorato dall’idea che nell’Isola il colpo di stato, in ambito regionale, l’avevano fatto. Perciò forse hanno ragione entrambi, Traina e Messina, perché c’è un tempo per tutte le cose: un tempo per la trattiva, un tempo per la guerra. E per i ripassi di storia.
Da SiciliaInformazioni.com, 27 dicembre 2013

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