domenica 20 maggio 2012

Riflessioni su violenza ed elezioni


di Roberto Tagliavia
Il ritorno della violenza anarco-brigatista e gli attacchi alle sedi di Equitalia sono il sintomo più evidente di una rottura tra istituzioni e cittadini che segue alla lunga crisi della politica. Quando la politica è incapace o tace la parola passa alle armi. E’ una verità dolorosa e inquietante al cui punto estremo non c’è la soluzione dei problemi ma un’escalation di violenza di cui ci avvertono le vicende della Siria di oggi, del Libano o le tragiche vicende balcaniche di ieri. In Sicilia ci sono troppe armi (vedi l’ultima agghiacciante scoperta dell’arsenale bellico dell’ex comandante dei Vigili Urbani di Palermo, Pedicone) e dunque, qui più che nel resto d’Italia per la presenza della rete mafiosa, il pericolo che determina la crisi della politica impone una seria risposta democratica.

Il nesso tra violenza e crisi politica sta, infatti, nel funzionamento o meno della democrazia: tanto più si dà la possibilità di organizzare gli interessi secondo scelte largamente condivise tanto meno la violenza è praticabile; tanto meno la voce della società può esprimersi chiaramente, determinare ricambio di classe dirigente o modificare le leggi che incidono sulla vita concreta di ciascuno, tanto più cresce l’esasperazione, la diffidenza reciproca e la folle idea di difendersi dagli altri anche con la violenza.
Ora non c’è dubbio che da più di un decennio il progresso della democrazia italiana ha subito un rallentamento e uno svuotamento: esiti referendari ignorati; sistemi elettorali che hanno modificato la rappresentanza democratica, sostituendola con la designazione di persone facilmente ricattabili da parte di segreterie di partito o circoli di potere; elefantiasi burocratica, in grado di modificare e piegare il senso delle leggi a vantaggio d’interessi parziali o particolari; proliferazione di enti locali per polverizzarne il potere e corruzione per delegittimarne l’autorevolezza.
La conseguenza è stata un parlamento bloccato da leggi ad personam, la conflittualità diffusa tra Stato e regioni, lo svuotamento dei partiti a vantaggio di tribù elettorali prive di un disegno politico generale e l’ondata di antipolitica. Era prevedibile, alla fine, anche una degenerazione nella violenza.
La violenza, però, non ha mai risolto alcun problema e quindi urge un colpo di reni, uno sforzo d’intelligenza politica per ritrovare il senso civico, i valori della cittadinanza e politiche che non vogliano “vincere”, ma “convincere”.
Non è facile. Anche in ambito locale, il recente esito elettorale delle amministrative palermitane ci segnala il problema: la sfiducia nel senso civico e di comunità e la tendenza a esasperare la competizione piuttosto che la cooperazione hanno marcato il confronto elettorale. Ciò ha determinato la proliferazione delle liste e, infine, la prevalente tendenza plebiscitaria: il ricorso all’uomo “che sa fare” o al giovane che “saprà cambiare”, piuttosto che a una comunità che si organizza e che è capace di esprimere una classe dirigente all’altezza della sfida dei tempi, con indirizzi politici differenti, ma in grado di offrire una prospettiva di comune e condiviso interesse.
Il processo elettorale palermitano sembra mantenersi, dunque, nel solco di quel leaderismo ricorrente che ha saputo solo illudere ma non risolvere i problemi anzi, in qualche caso, determinandone l’ulteriore aggravamento. Tendenza comoda e deresponsabilizzante, utile a lasciar fare i fatti propri scaricando, poi, ogni colpa sul santo da bruciare a fine della festa. Questo, però, è una ciclo di destra dove anche il grillismo, come il partito de “l’uomo qualunque”, o la reazione dissacratoria e distruttiva alla Sgarbi (per non citare i precedenti dannunziani), seguono il fallimento dei governi conservatori e servono a distogliere dalla necessità di organizzare la democrazia e rafforzare le forme di “partecipazione”.
Proprio in questa diversa direzione e con una diffusa azione nella società, avrebbe dovuto rispondere una sinistra rigorosa ed efficace, riaffermando regole e principi democratici funzionali ai nuovi bisogni.
In Sicilia, invece, un vulnus ha ulteriormente colpito il valore fondante delle elezioni, quando si è voluto ignorare il voto regionale che aveva consegnato la vittoria al centrodestra.
Chi aveva sbagliato l’impostazione della campagna elettorale della sinistra, non riuscendo a “convincere” i siciliani, ha ritenuto di potere recuperare credito utilizzando gli spazi offerti dalla crisi della maggioranza che aveva eletto Lombardo alla presidenza.
Se è stato prudente evitare di soffocare subito il confronto interno al centrodestra con una immediata convocazione delle urne, se è stato giusto non distrarre dai nodi che erano la causa della rottura nella maggioranza, se era corretto cercare di favorire la maturazione e la verifica di programmi per nuove alleanze e per una sinistra rinnovata, esiziale è stato non volere restituire quanto prima possibile la voce agli elettori. E’ stato sbagliato l’insistito sostegno a un governo privo di forza, ritenendo di potere dar vita a una difficile stagione riformista senza la partecipazione della maggioranza dei cittadini.
Il Partito Democratico qui è mancato, Nessuna capillare azione per coinvolgere masse più larghe e consapevoli. Risultato: chiusi i canali della politica democratica sono venuti fuori i “forconi”.
Per di più, a provare ad arginare il fenomeno non sono stati i partiti ma industriali e sindacati dei lavoratori, artigiani e commercianti, agricoltori e universitari, per la prima volta insieme in una inedita e straordinaria manifestazione unitaria del primo marzo che a Palermo, con oltre 20.000 partecipanti, chiedevano una svolta della politica regionale a vantaggio dei produttori, anziché del clientelismo assistenziale.
Il sostanziale immobilismo che ha seguito questi movimenti è stato, comunque, il segno di una incapacità della politica ad uscire da modelli di ricerca del consenso inevitabilmente clientelari, sia a destra che a sinistra.
Punto delicato in una democrazia: la modalità con cui ricercare e ottenere il consenso, e la sua natura. Cosa diversa è, infatti, un consenso portato da una esperienza collettiva e da un progetto condiviso, altro è un consenso plebiscitario sull’onda emotiva, altro ancora è la somma di consensi clientelari e corporativi.
Nel buio di una politica che non sa leggere le trasformazioni e proporre soluzioni, hanno prevalso questi ultimi, ma quello clientelare è un modello perdente e paralizzante in un’epoca di ristrettezze finanziarie. Tanto che, in Sicilia, è culminato nella vicenda di un bilancio ripetutamente impugnato dal Commissario dello Stato perché fondato su presupposti insostenibili. In pratica, la bancarotta!
In questa bancarotta è anche la vicenda Palermo, la capitale amministrativa di una Regione che non riesce a immaginarsi altro futuro e insegue pericolosamente l’illusione che un taumaturgo possa far ritornare i flussi di finanza allegra del passato. Basta considerare con quanta disinvoltura i candidati tutti si sono esibiti nell’elencare opere mirabolanti per la trasformazione della città. Come e con quali mezzi nessuno sa.
In questo velleitarismo la politica da lunedì al bar dello sport ha fatto il resto: vincere, vincere, vincere… anziché “convincere”, unico verbo utilizzabile per una stagione riformista.
Dunque, il ricatto elettorale di una popolazione sempre più impaziente e disperata, dove ciascuno invoca in modo corporativo il ripristino dei propri privilegi, finisce col devastare ulteriormente la politica e il processo democratico, favorendo la tendenza alla costituzione di tribù, di clan e clientele attorno a rais della politica, funzionali a intercettare e distribuire risorse pubbliche.
Così, ancora oggi, solo questa funzione è percepita come “politica” e nessun’altra, e poco importa se i finanziamenti sono pochi, la forza di un politico sarebbe quella di difendere e rafforzare i “suoi” comunque, anche a danno degli altri.
Altro che democrazia, altro che senso civico e valori della cittadinanza, questo è lo scivolamento inesorabile verso il tribalismo e il trionfo della mafia, con tutta la sua terribile cultura di fedeltà, subalternità, paura e violenze.
Inquietante, in questa direzione, è stato il depotenziamento del sistema delle primarie, la loro degenerazione in un sistema tanto aperto da svuotare di senso i partiti e il valore della militanza, consegnando le chiavi delle scelte non ai soli elettori ed estimatori del partito ma alle manovre di truppe cammellate spostate con cinismo da alleati interessati e possibilmente anche da avversari.
Un colpo alle primarie, un colpo al PD, che lascia proseguire nel tatticismo chi ha già posizioni di forza. Inquieta, in questo senso, quanto è successo dopo il voto per Orlando, quando si è pensato di mettere in moto un meccanismo tecnico per impedire che il probabile vincitore del ballottaggio potesse godere del premio di maggioranza, previsto dalla legge per consentirgli di governare con maggiore serenità. Ancora una volta una beffa delle regole convenute per stravolgere il valore della scelta elettorale.
Per fortuna l’escamotage non è stato accolto, ma preoccupa che sia stato sostenuto da autorevoli esponenti dello stesso PD. E’ il segno di un’incomprensione del bisogno in questo momento della storia sia necessario il rispetto della volontà popolare come premessa del corretto funzionamento delle istituzioni e per un credibile rilancio di un’altra idea di politica, fondata su cittadinanza e sul bene comune.
Molti, di fronte a questo si ritraggono impotenti, e a questo sentimento viene attribuito l’abnorme crescita del non-voto*. Che fare?
Abbandonare l’astensione e in tutte le sedi associative aprire un confronto sulle sorti della democrazia, mettendo in rete quanti oggi, al nord come al sud stanno facendo di questo tema il centro della loro azione (penso a Zagrebelsky, o al nucleo promotore di ALBA, fino allo stesso Folena) e a creare un moto opposto a quello che si ritrae dall’impegno politico, stimolando, per quanto mi riguarda, semmai l’invasione del PD, dei suoi circoli, dei suoi organismi dirigenti per farne davvero quello che aveva promesso di essere: un partito democratico, strumento per riorganizzare su basi non ideologiche le forze del progresso, del lavoro, della produzione del nostro paese.

Palermo, 14 maggio 2012


* Personalmente attribuisco al non-voto un valore positivo. E’ l’espressione di chi ha voluto mandare un messaggio a tutto il sistema politico che beffardamente ritiene di poter continuare le proprie pratiche perché “tanto la gente deve votarci” e quando c’è lo scontro lo spirito “militante” porta comunque a schierarsi e a non fare mancare l’appoggio “alla propria squadra”. C’è in questo atteggiamento la sicumera di essere possessori di un vessillo che automaticamente deve indurre a combattere e chi non lo fa “tradisce”. Provo a immaginare quegli italiani che abbandonarono i commilitoni al fronte di una guerra combattuta in modo sbagliato e per principi sbagliati, che si rifugiarono in montagna. Accusati di tradimento e di abbandono del fronte, in realtà volevano far mancare il proprio sostegno a scelte sbagliate, ma tra quella gente nacque il riscatto di una nazione nuova. In modo meno drammatico, vedo però nel non-voto una ribellione uguale, ma serve un nuovo orizzonte, una prospettiva che induca i non votanti a tornare a far sentire la propria passione civile.

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