martedì 3 luglio 2018

AAA cercasi giornalista che mi chieda della mafia

Walter Bonanno, insegnante e mediatore linguistico
presso il Cidma di Corleone
di WALTER BONANNO
A Corleone, a casa nostra, non c’è nessuno che non sappia come è fatto un giornalista. Il microfono non ha un odore, ma noi lo sentiamo nell’aria quando c’è una telecamera dietro le spalle. Arrestano un mafioso. Giornalisti. Poi muore. Giornalisti. La moglie del mafioso non paga le tasse perché dal Comune hanno dimenticato a mandargliele, però poi  le paga, magari richiedendo delle comode rate, ancora giornalisti. Una processione si ferma in prossimità della casa di un mafioso (il che non è difficile dato che siamo il paese più mafioso d’Italia). Giornalisti, giornalisti, giornalisti. “Che ne pensi della Mafia?” è una domanda che ogni corleonese si è sentito fare almeno una volta. Io la ricordo ancora la mia prima volta. 
Ero al parco con una ragazzina e ci provavo. Ad un certo punto vedo tutti scappare, ragazzina compresa; prima di capire cosa stesse succedendo mi ritrovai un omone grande e grosso con una telecamerona ancora più grossa. “Che ne pensi della Mafia?” mi chiese. Risposi qualcosa. “La mafia si combatte con le parole?”. Dissi di sì. “E non con i fatti?”. Opsss…bhe, sì anche con quelli. Mentre realizzavo di avere messo la crocetta sulla risposta sbagliata, vedevo la ragazzina andarsene via. Con un altro. Trauma. Avevo 7 anni ed era l’estate del 1992.
Oggi che sono vecchio di 33 anni, al mio paese il giornalista fa ancora lo stesso effetto che fa il cacciatore ricco quando arriva nella savana per il suo safari. Scappano tutti, alcuni si nascondono e i pochi che rimangono a tiro non fanno in tempo ad imprecare che hanno già il microfono sotto al naso e la telecamerina che li fissa di malocchio.
Adesso però, come nella savana, ci sono leoni che non si fanno intimorire dal tizio col fucile e gli si parano contro impettiti e pronti alla lotta. Io non so come funziona nella savana, ma ultimamente qui i giornalisti a quello che non scappa non se lo filano proprio; a quello giovane, magari ben vestito e che parla bene l’italiano non si sognano nemmeno di chiedergli lui che ne pensa. So di ragazzi che hanno passato la mattinata a farsi notare dal tizio col taccuino, vogliosi di prendersi i quindici minuti di ribalta e, perché no?, dare un’immagine un po’ meno stereotipata dei corleonesi, ma niente… quello col microfono si dirigeva sempre verso il vecchietto incoppolato seduto accanto al bar, immobile che sembra nato lì, con lo sguardo fisso che non sai se è ancora vivo o è morto, magari di caldo visto che ha giacca, camicia, gilet e cravatta anche quando ci sono 40 gradi all’ombra.
E il vecchietto che fa? Di solito adotta tattiche camaleontiche di dubbia efficacia tipo dire che si è di passaggio in un paese in cui non passa nessuno o che non si conosce le uniche persone del paese che tutti, pure a Domodossola, conoscono.
Può semplicemente rifiutare la sfida e nascondersi dietro un più o meno gentile “non comment” che nemmeno i calciatori in conference press.
Poi ci sono quelli che soccombono per la gioia del giornalista cacciatore. Il campionario di interviste da attaccare alle pareti delle redazioni di sadici collezionisti va da chi se la prende “con la Mafia vera che è a Roma” o con i neri “che invece di darli a loro i 30 euro li dessero ai disoccupati” a chi confessa che in fondo a lui “non hanno fatto niente”. E’ ormai condannato all’estinzione il pur sempre ricercato esemplare che la mafia, per lui, “non esiste”.
Prede. Al mio paese siamo prede di cacciatori di frasi fatte.
E i giovani? Dei giovani non frega nulla a nessuno. Di ciò che pensano né di ciò che fanno. Se avessi la fortuna di parlare con un giornalista al mio paese, gli direi che se viene in piazza alle 10 del mattino di giovani non ne trova, ma ne trova un sacco se va davanti al liceo all’intervallo o la sera al pub. Troverebbe risposte meno scontate, ma forse più arrabbiate contro un Paese che si ricorda di noi solo per Riina e Provenzano e che si disinteressa dei nostri bisogni (e dei nostri sogni). La narrazione che si fa dei corleonesi è tutta improntata al clichè del siciliano omertoso. E’ un prodotto che vende bene. E forse se fossi di Domodossola anch’io, mi piacerebbe sapere che almeno su una cosa si può stare sicuri. In Sicilia sono così. E magari in Brianza tutti ricchi, in Sardegna tutti pastori, a Genova tutti tirchi e a Napoli tutti ladri.
A volte ho la sensazione che fuori da Corleone la gente pensi che sia nostro preciso dovere prendere parte alla giornaliera manifestazione antimafia in cui si è trasformata casa nostra. Lo pensavo anch’io. Invece adesso siamo sempre più convinti che il nemico della Mafia, non sia l’Antimafia, ma la normalità. Che fare il proprio lavoro onestamente o partecipare onestamente ad una gara d’appalto sia peggio che partecipare a una sfilata. Che amministrare secondo le regole e chiedere il voto in cambio di impegni sia più rivoluzionario che promettere favori.
Fatti non parole.
Oggi saprei cosa rispondere al giornalista. Ma il giornalista non c’è. È al circolo degli anziani.
3 luglio 2018
http://mafie.blogautore.repubblica.it/2018/07/03/2003/?ref=RHPF-WB

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