domenica 18 dicembre 2016

Ricordiamo insieme Nicolò Azoti!












































Chi era Nicolò Azoti? Lo racconta la figlia Antonella...
La stanza è grande, luminosa e piena di ricordi. Lei racconta fatti lontani con una commozione trattenuta che si rivela subito contagiosa, nelle sue parole scorre una storia che non è solo la privata vicenda di una famiglia all’improvviso privata dell’affetto e del sostegno paterno, la sua è anche la storia di come si viveva nella Sicilia del dopoguerra: quando i sindacalisti venivano ammazzati e a Portella il popolo diventò bersaglio. Lei è Antonella Azoti, figlia di Nicolò. A suo padre spararono a Baucina, il 21 dicembre 1946.
Nicolò Azoti era segretario della Camera del lavoro, nella Sicilia del 1946 la lotta dei contadini era per l’applicazione di leggi nazionali che si volevano fermare in nome del latifondo. A Baucina Azoti aveva organizzato i braccianti nullatenenti, aveva fondato una cooperativa. La sua iniziativa era stata vista come una dichiarazione di guerra, la legge prevedeva che parte dei terreni incolti o malcoltivati fosse assegnata proprio alle cooperative. Cercarono di fermarlo. Gli consigliarono di non immischiarsi, “gli serviva forse qualcosa? Loro erano a disposizione”. Poi lo minacciarono. Infine gli spararono alle spalle, rimase in vita ancora due giorni. Ebbe il tempo di dire quello che sapeva, racconta Antonella Azoti riuscendo a mantenere il suo aspetto sereno. “Parlò con mia madre, con la polizia e i carabinieri. Mia madre andò in caserma, prima che uscisse già si sapeva quello che aveva detto”.

Il gabelloto denunciato da Azoti non si fece trovare in casa. Tornò dopo una decina di giorni, il tempo di preparare alibi e testimoni. Tutto finì archiviato. Come finirono archiviati gli omicidi dei 39 sindacalisti uccisi dal 1946 al ‘48 in Sicilia. Una cadenza di morti. Il primo maggio1947 l’episodio più drammatico, la strage di Portella. “C’è stato un piano per tenere il popolo con la schiena abbassata, non dovevano alzare lo sguardo. Poi, non c’è stata giustizia. Quando non c’è giustizia, è facile che non ci sia memoria”.
A Baucina la morte di Nicolò Azoti cadde nel silenzio. C’era la commiserazione, quella privata, ma la paura e il fatalismo portavano a pensare che se non si fosse immischiato sarebbe rimasto vivo. “In fondo se l’era cercata. Chi gliel’aveva fatto fare, di mettersi in mezzo? Mio padre ci mancava, ma era morto e basta. Non ci fu la solidarietà di nessuno, nemmeno di quelli per cui era morto. Avevano paura, la lezione che avevano ricevuto era bastata. Il partito? Ho una lettera scritta per incarico di Li Causi, dice che mio padre sarebbe stato un esempio per le future generazioni. No, non ci ha aiutati nessuno, nemmeno il partito. E la mamma ha cercato di distruggere tutto quello che testimoniava il suo impegno. Pensava che lui era morto per colpa della politica. Mio padre venne ridotto ad una dimensione solo privata. Un’altra uccisione”.
Nella vita d’ogni giorno Nicolò Azoti era un ebanista che un po’ aveva studiato, amava la vita e la musica. Capace di mettersi all’uscita del paese e cercare un passaggio, su un carretto o un camion, per andare a Palermo e vedere l’Aida al Teatro Massimo. Conosceva le opere a memoria e suonava il bombardino, voluminoso strumento a fiato che adesso fa bella mostra di sé su un mobile alle nostre spalle. Era un siciliano diverso, era ottimista. Di lui s’era innamorata la figlia di una famiglia di commercianti, il loro era stato un matrimonio d’amore ostacolato dalla famiglia di lei: in quell’uomo che suonava nella banda del paese, faceva sport e parlava di politica proprio non riuscivano a vedere niente di buono, anzi non si fidavano affatto e pensavano che fosse un perdigiorno. Quando lui morì ammazzato, lasciando lei senza risorse e con due bambini da crescere, in qualche modo quella tragedia fu come la dimostrazione che loro avevano avuto ragione, che di lui non c’era da fidarsi.
“Quando mio padre morì, andammo a vivere in quella che era stata la sua falegnameria. C’era un’umidità incredibile, l’acqua scorreva dai muri. Mia madre aveva un pezzetto di terra, che faceva solo frumento. Ricavò una specie di granaio sulle scale, era un grosso buco. Lì mettevamo il nostro grano, quello che ci dava il contadino che coltivava la terra. Una volta al mese mia madre prendeva una misura di grano e la portava al mulino. C’era tanta umidità che il nostro grano germogliava, al mulino rifiutavano di macinarlo perché s’impastava e intoppava le macchine. Nessuna pensione per la vedova, non c’erano assegni per i figli. Nessun aiuto da parte della famiglia. Avevamo il grano,
mangiavamo quello. Pane e pasta con un filo d’olio. Senza il grano, potevamo morire di fame. C’era una povertà che adesso non riusciamo più neanche a pensare e noi eravamo più poveri di tutti, una vedova e due orfani. Quando era festa mia madre ci mandava a raccogliere fichidindia in campagna. 2 chilometri e mezzo di strada. Eravamo piccoli, io avevo forse sette anni, mio fratello nove. I fichidindia erano pieni di spine, era un’impresa superiore alle nostre forze...”.
A Baucina non c’erano le scuole medie, Antonella e il fratello vanno in collegio. “Siamo entrati in collegio come orfani e basta, non come orfani di Nicolò Azoti. A scuola siamo sempre stati bravi. Avremmo fatto di tutto per vedere sorridere la mamma. Lei era severa, orgogliosa, anche un po’ autoritaria. Schiacciata dalla responsabilità di educarci da sola. Si è sciolta quando siamo diventati grandi”.
Nel racconto di Antonella Azoti il dolore più grande è l’essere cresciuta col sospetto che in qualche modo suo padre fosse stato colpevole: se non altro di imprudenza. Il silenzio aveva annullato le battaglie del sindacalista, si era creato un vuoto dove al dolore privato della famiglia corrispondeva la smemoratezza collettiva. Dice “mio padre era morto e basta. Solo a 18 anni ho cominciato a capire di chi ero figlia, quando ho letto il libro di Michele Pantaleone Mafia e politica. Lì c’è l’elenco dei sindacalisti uccisi, ho trovato il nome di mio padre. ‘Ecco chi sono. Questo è mio padre’, mi sono detta. Quella era la prova che non era colpevole, che aveva avuto degli ideali ed era morto per difenderli. Per la prima volta entravo in contatto con una storia alternativa, quella dell’antimafia”.
Antonella diventa maestra, insegna per 35 anni. La sua storia non la racconta a nessuno. Non voleva correre il rischio che la morte di suo padre venisse liquidata con la battuta fatti di mafia. “Questo mi avrebbe umiliato, sarebbe stato peggio del silenzio. Del resto, ufficialmente la mafia non esisteva. Lo diceva anche la Chiesa, il cardinale Ruffini per primo. Dire che era morto ammazzato... vai a spiegare come erano andate le cose. L’avrebbero confuso per boia, e invece era la vittima. Mafia era qualcosa che non si poteva dire, che significava? La mafia era il tuo vicino di casa, il tuo parente, il tuo compare. Solo nel 1999 l’associazione Non solo Portella ha ottenuto il riconoscimento di vittime della mafia per tutti i 39 sindacalisti uccisi nel dopoguerra”.
Adesso, della famiglia di Nicolò Azoti, Antonella è l’unica sopravvissuta. La madre è morta nell’89, il fratello due anni prima. Nel 1986 la Regione riconobbe alla vedova un vitalizio di 500 mila lire, per iniziativa di Rita Bartoli Costa. Il provvedimento venne pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, e sulla stampa. “Col giornale in mano, mia madre fece il giro dei vicini di casa. C’era scritto che mio padre era stato una vittima della mafia e lei diceva: ‘ecco per cosa è morto mio marito, ecco chi era’. Teneva quel giornale sempre a portata di mano, pronta a mostrarlo. Prima non si poteva spiegare, nessuno ci avrebbe creduto”.
Nel 1992, quando la Sicilia e Palermo subiscono il lutto collettivo delle stragi mafiose, il silenzio di Antonella Azoti si trasforma in orgogliosa memoria rivendicata. Quel giorno c’era la manifestazione per il trigesimo dell’uccisione di Giovanni Falcone. Lei faceva parte della catena umana che, dal Palazzo di giustizia, attraversava la città sino ad arrivare in via Notarbartolo dove aveva abitato Falcone, sino a quell’albero ricoperto di foto, messaggi e fiori diventato un simbolo della voglia di rinascita della città. Lì, su un palco, “ venivano letti i nomi, si onoravano quelli che erano stati uccisi ricordando il loro nome, la commozione era enorme. E io dentro di me dicevo ‘e mio padre chi lo ricorda, chi lo conosce...’ Non ce l’ho fatta più. Sono andata alla pedana e ho detto: la mafia non uccide solo adesso. Uccide da sempre. Ha ucciso Nicolò Azoti, perché aveva lottato per i diritti dei contadini. Io sono sua figlia”. Era come una liberazione. “Sono stati tutti affettuosi con me. Non riuscivo a staccarmi da quel luogo, non sapevo andare via... Ero come svuotata”.
Col racconto della sua vita Antonella Azoti ha vinto nel 2004 il premio Pieve Santo Stefano dedicato ai diari e alle memorie. La sua storia è diventata un libro. “I ragazzi lo potranno leggere- dice mentre ci salutiamo.- Non sono una storica, né una scrittrice. Questo è solo il mio contributo per salvare la memoria della nostra terra.” Quest’anno, per il 70° dell’assassinio di Nicolò Azoti, di quel libro è stata realizzata una nuova edizione, che sarà presentata nel pomeriggio del 21 dicembre a Palermo alla Bottega dei Sapori e dei Saperi di piazza Castelnuovo, la sede di Libera. La mattina del 21 dicembre, alle 9,30, Azoti sarà ricordato nella villetta di Palermo che è stata intitolata a lui, in via G. Savonarola. Il ricordo di Azoti del 21 dicembre è parte del "calendario della memoria" della Cgil di Palermo, realizzato in collaborazione con la Città di Palermo, l'Anpi, l'Arci, il Centro Pio La Torre e Libera. 

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