domenica 9 agosto 2015

Vera Pegna: "Filippo Intili era sindacalista comunista, ma principalmente uomo giusto"



L'intervento di Vera Pegna alla cerimonia
per ricordare Filippo Intili a Caccamo
di VERA PEGNA
La cerimonia di oggi è organizzata dalla CGIL e dal Comune di Caccamo e questo basta a testimoniare il lungo cammino percorso nei 60 e più anni trascorsi dall’assassinio di Filippo Intili. L’anno scorso la  posa di un cippo alla sua memoria da parte dell’amministrazione comunale ha segnato l’emersione di Filippo dall’anonimato e quest’anno ne vediamo il coronamento con la partecipazione dei familiari di Filippo a questa bella cerimonia. Filippo era un sindacalista e un comunista ma, prima di tutto, era un uomo giusto, partecipe della sofferenza dei suoi concittadini, della miseria e delle ingiustizie che pativano. Le testimonianze raccolte presso chi lo ha conosciuto (ho un ricordo nitido della sorella e del cognato) fanno pensare che Filippo era animato dalla consapevolezza  che lottare per cambiare le cose non è solo giusto ma è anche possibile, si può fare; e questo convincimento significa no alla rassegnazione, un no intransigente alla rassegnazione; ma Filippo era anche consapevole che la lotta comportava un prezzo alto che andava affrontato. E infatti, oggi siamo qui per ricordare che lui, Filippo, questo prezzo lo ha pagato con la vita.

Ho riflettuto a lungo sul significato della morte di Filippo, cercando di andare oltre le evidenze immediate. Perché la mafia ha deciso di ammazzarlo, e in modo così crudele? Perché ha ucciso Salvatore Carnevale, Andrea Raja di Casteldaccia (ricordato pubblicamente quest’anno per la prima volta), perché se l’è presa sistematicamente con i sindacalisti falciandone a decine? Senza dimenticare gli assassinii di poliziotti, di magistrati e di politici. Penso a Pio la Torre che conosciuto bene.
Ebbene, negli anni 50 quando Filippo era mezzadro era normale dividere il frumento a metà fra mezzadro e proprietario del fondo, con le spese interamente a carico del mezzadro, nonostante la legge stabilisse la divisione a 60 e 40 con le spese in parte a carico del padrone. Filippo aveva diviso secondo la legge ma conosceva gli altri mezzadri, suoi compaesani, e sapeva che non era necessario essere comunista per ribellarsi all’ingiustizia e alla illegalità; però, da comunista, sapeva anche che le ingiustizie e i soprusi portano in sé il germe della rivolta perché nessun popolo accetta di essere umiliato per sempre. Immagino che Filippo avesse chiaro che la valenza di quelle lotte andava oltre quel 10% in più di grano a favore del mezzadro poiché affermavano anche il principio che la legge va rispettata. Però forse non immaginava, Filippo, la rivoluzione culturale che stava portando avanti per il fatto che queste lotte mettevano in questione ciò che a Caccamo – e non solo - era accettato come normale. Normale dividere a 50 e 50, normale non rispettare la legge, normale per i mezzadri non avere diritti, normale che alle elezioni amministrative le liste di sinistra fossero sempre escluse  (e Filippo era appunto capolista alle vicine elezioni amministrative), perfino normali la protervia e la criminalità mafiose. È la banalità del quotidiano che fa la normalità. E il coraggio di sfidarla, questa normalità, quando è fatta di privilegi e di ingiustizie, appartiene a pochi e questi pochi sono il sale della terra.
Questo è il lascito politico-culturale di Filippo Intili: è un sì alla sfida alla normalità fatta di privilegi e di potere della mafia, un no alla rassegnazione. Sta a noi cercare nel passato, una volta depurato dalle sue scorie, ciò che è utile oggi e per le generazioni future, ciò che delle nostre tradizioni è da conservare, di cui andiamo fieri, e ciò che invece è incompatibile con i valori di una società moderna, basata sui diritti e sullo stato di diritto. Si tratta di un impegno culturale di primo piano che interpella ciascuno di noi perché il lavoro encomiabile delle forze dell’ordine e dei magistrati, pur indispensabile, non basta a sconfiggere la cultura mafiosa, quella della collusione fra mafia e potere, fra mafia e istituzioni, una cultura che usa intimidazioni e soprusi per trasformare i diritti in favori, i quali poi diventano un cappio al collo di chi li riceve. Una condanna a vita.
 La cultura non si cambia dall’alto, con un decreto del governo ma con il lavoro cosciente e quotidiano di tutti noi, di tanti, tantissimi singoli, che vivono con passione la propria appartenenza a un noi collettivo che abbraccia l’intera comunità e non solo la propria famiglia o il proprio gruppo o partito. Certo fra le persone che compongono una comunità, ci sono differenze economiche e sociali, ma anche differenze di idee e di ideali. E meno male che ci sono. Però ci sono anche degli obiettivi irrinunciabili per tutta la popolazione ed è qui che si misura il nostro senso di responsabilità visto che possiamo sempre scegliere se passare il tempo a discutere sulle cose che vediamo in modo diverso o a mettersi a lavorare su quelle che ci vedono d’accordo. Scegliere se passare la vita a discutere e a  denigrare gli avversari passare la vita a lavorare per il bene comune. È questo l’insegnamento di Filippo Intili, un modello da seguire.
Vera Pegna

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