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sabato 8 agosto 2015

Padre Giovanni Calcara: “Intili, un crocifisso della storia”



Padre G. Calcara mentre pronuncia il suo discorso
Discorso tenuto da padre Giovanni Calcara, frate domenicano, in occasione dell'anniversario dell'omicidio di Filippo Intili, da parte della mafia, e della nuova collocazione dei resti mortali e di una lapide nel cimitero di Caccamo.
Carissime/i
il mio fraterno ed affettuoso saluto a tutti voi, qui presenti, venuti per ricordare un martire e testimone della giustizia, il sindacalista Filippo Intili, trucidato per volontà della mafia il sette agosto 1952. Un particolare saluto ai nipoti di Filippo Intili, che sono a Caccamo per la prima volta, a venerare il loro nonno, nel ricordo di quel barbaro omicidio mafioso, alla ricerca (perchè no?) di dare una risposta a degli interrogativi che sicuramente si saranno posti dopo avere ascoltato i racconti della loro nonna e dei genitori. Perchè è stato ucciso? Perchè la ferocia e le modalità disumane dell'omicidio? Perchè l'accanimento nel lasciare il suo cadavere in preda agli animali ? Perchè il lungo e omertoso silenzio sulla sua vicenda?

Credetemi cari nipoti, sono anche i nostri interrogativi, di quei caccamesi che non hanno trovato risposta se non nel coraggio di uomini e donne come Vera Pegna e Ciccio Dolce che ne hanno ricordato la vicenda umana, il coraggio con cui affrontò la mafia e subì il martirio per cui, come lo ho definito l'anno scorso, egli è un “crocifisso della storia” che con il muto silenzio e il sacrificio della sua vita, ancora oggi dovrebbe inquietare la nostra coscienza anche nella luce, per i credenti, delle parole di Gesù: ”Non c'è amore più grande che dare la vita i propri amici”. Ha creduto in valori quali la giustizia, il rispetto delle leggi, la libertà. Per questo è stato ucciso dalla mafia.
Come affermava papa Francesco proprio come oggi nella festa di San Gaetano da Thiene, venerato a Buenos Aires patrono del pane del lavoro: “Il lavoro è sacro, se Dioha dato il dono del pane e della vita nessuno può toglierci il dono di guadagnarlo. Il lavoro come il pane deve essere diviso fra tutti”.
Ciccio Dolce (sindacalista della CISL, negli anni 70-80) ne parlò in diverse occasioni, ma come sappiamo “Nessuno è profeta nella sua patria” e poi, come dice qualcuno, di certe cose “è meglio non parlarne”. Ne aveva parlato prima “una fimmina tinta” come Vera Pegna “eroina comunista, atea”, venuta a Caccamo “a sfidare la mafia”. Ma è meglio ricordarla per le sviste del suo libro e per tutto quello che “non capisce e non può comprendere” delle cose e degli uomini di Caccamo.
La novità è che invece il sindaco e l'amministrazione di oggi (guidata da Andrea Galbo), come anche i giovani del Partito Democratico della locale sezione e altre associazioni, hanno sentito il bisogno e la necessità di avviare un processo di riflessione storica e culturale non solo e soltanto sulla mafia, intesa come organizzazione criminale ma come “fenomeno sub-culturale” di un modo di credere, sentire, la realtà secondo criteri che sono contro la dignità umana e sono contrari al vangelo, così come ci ricorda papa Francesco.
Il primo atto significativo di un anno fa, perchè teso a riacquistare la verità dei fatti, è stata la collocazione di un cippo a Piani Margi, sul luogo del barbaro assassinio.
Oggi, si aggiunge un'altro tassello che, speriamo ci porti a fare un passo in avanti verso il recupero della verità di quanto accaduto e verso la presa di coscienza, come ha detto ieri il presidente Mattarella, di come sia importante “vivere senza compromessi nella legalità”.
E' un atto di giustizia e di verità anche verso tutti quelli che hanno creduto che con la violenza, il silenzio, e la paura potesse essere occultata la memoria di quest'uomo che, forse senza saperlo ha vissuto la beatitudine del vangelo: “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perchè saranno saziati”.
Il card. Pappalardo ci ha spronato ad uscire “dal sonno della coscienza e della ragione” e che esiste un abbisso incolmabile tra cristianesimo e mafia.
Incominciamo a dare dei piccoli segnali come per esempio intitolare una via (come è stato gia fatto per Mico Geraci), un edificio, dei luoghi pubblici a queste vittime della mafia e a quanti con la loro vita sono stati dei testimoni che meritano di essere ricordati per la loro coerenza e il loro sacrificio.
Il Bene comune non è una chimera, ma è una ricerca continua che tutti ci accomuna quando sappiamo e vogliamo, mettere da parte il nostro interesse e il nostro amor proprio.
Il vangelo è sempre dalla parte delle vittime e degli esclusi, la storia la fanno loro e non i potenti.

P. Giovanni Calcara, o. p.


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