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domenica 16 agosto 2015

"Ciao, Cosimo, ovunque tu sia, speriamo più libero..."



Cosmo Di Carlo
MARIA DI CARLO
“Suor Maria del Carmelo!”. Mi chiamavi così, per ridere, associando il mio nome a quello di mio padre. E ridere mi hai fatto quasi ogni volta, con le tue battute pronte, orali e scritte. Da quanto ti conoscevo? mi sono chiesta. Mi pare da sempre, da quando eri compagno di scuola di mio fratello, compagno di processione di mio padre, nel Psdi, poi in qualche modo compagno anche mio nella breve e intensa stagione che ci vide collaborare al Giornale del Corleonese, poi Città nuove, ai bei tempi in cui esisteva una redazione, e si cercava di fare il giornale con coralità, una manica di persone che venivano da vari paesi del circondario, riunendoci prima e poi di mandarlo in stampa, e magari anche andando a mangiare una pizza assieme dopo le riunioni. E tu, una volta: “iu prima è gghiri a ddari a manciari ‘e gaddini. Cu è chi m’accumpagna?”. Io pronta mi ero detta disponibile, poi avremmo raggiunto gli altri in pizzeria.
Ma tu “No, ti sporchi le scarpe”, e io “Ma chi se ne frega” a insistere e tu a dire di no, fino a quando Nino (Gennaro) mi aveva dato un pizzicotto nel fianco e mi aveva rivolto una silenziosa taliatùra, come a dirmi “piantala!”. Mi spiegò dopo che, visto il tuo diniego, non era il caso di insistere: andare in campagna di sera con te, io da sola, non era il caso. Io, forse più libera e sicuramente anche più scuppàta, non me n’ero resa conto. Mi pareva una cosa allegra, bella e fattibile, ‘sta juta e venuta sarebbe durata un quarto d’ora, che c’era di male?!? Di male sicuramente non c’era niente, ma il vivere “civile”, paesano e non solo, aveva le sue regole.
Per il resto, che stagione quella del giornale: assieme giovani e meno giovani, ex prof con ex alunni, o anche persone diverse per età, per condizione, che al di fuori di questa riunione periodica non si sarebbero incontrate, e che là si incontravano al meglio, scambiandosi idee, progettando articoli (e quindi possibilità di influire sulla realtà, in qualche modo?).
Poi fine della redazione, e fine dei nostri periodici incontri.

Avevo saputo della tua malattia, di quelle notizie che ti danno, raccomandandoti di non parlarne con l’interessato! Ne conoscevo la terribile evoluzione direttamente perché ne era stata colpita una mia amica. Incontrandoti per caso, invece, un giorno a Corleone (tu grazioso e affabile come sempre) me ne avevi parlato subito, nonostante ancora i segni di essa non fossero così evidenti da non poterla tenere celata. Io ti parlai degli interventi del prof. Zamboni, che non avevi voluto provare, fiducioso nelle cure che stavi facendo.

Negli anni, periodicamente mi avrebbe dato tue notizie Dino, fino al giorno in cui sono venuta a trovarti in ospedale, a Villa delle Ginestre, dove ti sapevo lungamente ricoverato. Una domenica di pioggia intensa, come intenso fu (io credo anche per te) quel nostro incontro, che non fu la visita spicciativa e di dovere che si fa fra amici non troppo amici come noi eravamo. Non eri in camera, e mi dissero di andarti a trovare in chiesa, dove sicuramente pensavano ti avrei trovato. E infatti eri là, la messa ormai alla fine, tu ormai in carrozzella e molto molto dimagrito rispetto a come ti ricordavo, ma per me, almeno in questo, migliorato e normalizzato rispetto al tuo peso che era diventato eccessivo.

Con l’allegria di sempre (pure là? Pure com’eri?) mi avevi condotta ad esplorare l’ospedale, io a spingere, tu a fare da navigatore, in visita a quel centro di eccellenza, pare, per i malati come te. Successero varie cose quel pomeriggio, tanto da fermarmici per ore. Dovevi scrivere un articolo su un avvenimento di Corleone. Stentavi terribilmente, non ti accompagnava la vista, non vedevi, sul computer, dov’era il cursore e m chiedevi di individuarlo, per cui anche fare un semplice copia e incolla, una correzione minima, costava un tempo esagerato. Mi sono offerta di aiutarti in vario modo, indicandoti col dito un punto critico, una virgola da mettere o una correzione da fare, o anche di farlo io stessa, col tuo permesso, su tua indicazione, ma il mouse restò implacabilmente incollato alla tua mano. Del resto era il tuo attaccamento alla vita di fuori, alla notizia da dare, quello che ti permetteva ancora una piccola finestra su un piccolo mondo. Come privartene? La scrittura di quest’articolo fu costellata di mille telefonate, che facevi al capo redattore del Sicilia, per rassicurarlo che avresti mandato l’articolo (e quello a rassicurare te), per chiedere chi fosse uno dei personaggi di una fotografia da allegare all’articolo, che dovevi nominare e che non riconoscevi. Telefonate a cataste, per me anche inutili. Ma mi rendevo conto che quel telefonino era anche questo una sorta di tuo periscopio sul mondo, e ogni minimo pretesto era utile a sentirci attaccato. Poi, quello stesso lunghissimo e piacevole pomeriggio, i tuoi racconti su un tuo zio, corredati da foto, o storie di caccia (che a me fa orrore, ma anche quella parte della tua vita di un tempo), o a mostrarmi (tu a me, tu da là dentro a me che vivevo fuori da un ospedale) lunghe sequenze di belle foto, di bei paesaggi. O anche le foto del recupero dei resti di Placido Rizzotto, che avevi in computer…

Poi era venuta a trovarti, col marito, una ragazza, anche lei come te lungamente ricoverata in quell’ospedale. Andato via il marito, era tornata. E là, invogliata da te, aveva preso a raccontare la sua storia di malata. Piangeva durante il racconto, e anche io, senza vergognarmene, l’ho fatto. Parlava del suo bambino di pochi anni, dei lunghissimi periodi che passavano separati. Raccontava che avrebbe potuto andare a casa il sabato o la domenica ma che spesso non voleva perché lo strazio della separazione e del rientro in ospedale superavano di gran lunga il piacere di tornare a casa. Da grilla parlante (ruolo che da non malati non è difficile sostenere) le avevo detto che invece doveva doveva doveva tornare a casa, anche un solo giorno, e va be’, poi sarebbe dovuta rientrare in ospedale, ma almeno vivere i successivi sei giorni con quella speranza, di tornare ancora a casa, per riandarsene, ok, ma per riandarci ancora e ancora… Anche a te, Cosimo, emozionato non meno degli altri, avevo detto che dovevi dovevi dovevi tornare a casa nel giorno o nei fine settimana in cui non facevi fisioterapia in ospedale. Anche tu non meno dolente e per lo stesso motivo. Anche tu, secondo me-grilla-parlante, ti saresti via via rincuorato. Saresti dovuto ritornare in ospedale, ok, ma poi di nuovo a casa. Saresti solo dovuto scendere in carrozzella e in ascensore e montare su una macchina, aiutato, ed essere trasportato fino a casa. La posta valeva la candela, io stessa avrei potuto accompagnarti, e prima di me sicuramente i tuoi figli, e altri amici, ne ero sicura! Perché non lo facevi???

Da appassionata lettrice di autobiografie, avevo proposto a te e alla tua amica-di-ospedale di raccontare le vostre storie ad un registratore. Io le avrei trascritte e, se volevate, consegnate all’Archivio dei diari del ‘900 di Pieve di Santo Stefano, in Toscana, da cui sono usciti fra i libri più belli che io abbia mail letto, primo fra tutti “Terramatta” di Vincenzo Rabito. Libri belli perché scritti col sangue, veramente, grondanti umanità a palate.

Un incontro bellissimo, quello di quella domenica di pioggia, dolente, commovente, emozionante come credo sia possibile solo con chi soffre o con chi si ama.
Ero uscita dall’ospedale che era buio, senza fretta di andarmene, anzi con una voglia di ritornarci presto e venirti a trovare e spesso. Perché non l’ho fatto? Come tante cose a cui si tiene e che però si rimandano, fino a non poterle più fare. Io ne ho una collezione.

Giorni dopo vevo fatto un giro di telefonate a vari amici corleonesi, invogliandoli a venirti a trovare, magari addirittura a stabilire tutti assieme una specie di calendario, per stare in tua compagnia. L’impressione che mi avevi lasciato era di un senso di solitudine, forse frequente nei malati, specie quelli lungamente ricoverati, che un po’ tutti, creando una catena, avremmo potuto interrompere…

Da quel giorno, Cosimo, ogni tanto telefonavi a Nino (Rocca), mio marito, che ti conosceva e che aveva simpatia per te, ma non aveva sperimentato con te altro. Nino, regolarmente, dopo aver parlato un po’ con te, ti passava me, senza però che mai tu glielo chiedessi, forse per “rispetto” di una norma non scritta che non trova “corretto” telefonare ad un’amica, sposata, e tu sposato? Una convenzione non scritta del vivere inteso civile, come quella volta delle galline? Chissà.

Un’altra volta eri ricoverato in ospedale a Corleone, sapevo che la situazione era peggiorata. Sono venuta a trovarti fuori orario ma eri assopito, e ti ho lasciato solo un bacio in fronte ed un saluto, raccomandando ai tuoi compagni di stanza di non dimenticare di dirtelo, come forse hanno fatto.

Poi il 13 ero scappata qualche ora a Ficuzza, con Nino e la canuzza. E avevamo pensato di chiedere a Dino il numero di Antonella per chiederle se potevamo venirti a trovare. Dicevo a Nino che pensavo sarebbe stato solo per un saluto, forse un ultimo, visto che sapevo che la tua condizione peggiorava. Poi incontri imprevisti nella piazza di Ficuzza ci avevano distolto da questa idea, togliendocene il tempo necessario. Poi apprendere dal giornale, il giorno dopo, che eri morto, magari mentre noi eravamo a Ficuzza pensando di venirti a dare un ultimo saluto. Che ti diamo comunque, da qua, a te che non sappiamo (come di chiunque) dove sei. E che speriamo (come di chiunque) sia un posto in cui si continua a vivere più liberi.
Maria Di Carlo

1 commento:

Vincenza Crapisi ha detto...

Grande Maria!! Una bellissima lettera, toccante e sincera o ancor più reale, molto reale nella quale mi rivedo profondamente!