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giovedì 16 febbraio 2017

IL PD E LA TALPA DELL’ULTRADESTRA

EZIO MAURO
DRAMMATICAMENTE, il mondo sta cambiando e la sinistra non riesce a leggere la metamorfosi. Non soltanto perde: questo capita periodicamente e capita a tutti, nell’alternarsi dei cicli politici, e in qualche caso è persino salutare. No, questa volta finisce fuori dal campo, perché sono rapidamente cambiate le regole del gioco e la sinistra non se n’è accorta. All’improvviso, sente mancare politicamente l’aria intorno a sé, e non capisce che dipende dal restringimento del pensiero occidentale e della democrazia liberale, la doppia cornice dentro la quale ha potuto declinare la sua teoria e la sua pratica nell’Europa degli ultimi decenni, riconoscendosi in un patto di civiltà comune con la cultura politica cristiana, con i moderati continentali, con i conservatori della tradizione e della ragione. Un paesaggio democratico che credevamo conquistato per sempre, a garanzia di noi stessi e degli altri. Ma ecco che il sovranismo cambia la geografia emotiva e riduce l’orizzonte internazionalista in cui si muoveva la sinistra.

UNA sinistra impegnata a immaginare istituzioni sovranazionali, organismi di composizione dei conflitti secondo il diritto, emancipazioni progressive in nome dell’universalità del principio democratico. E intanto, mentre la sinistra progettava l’ultima utopia di governo mondiale, la nuova talpa dell’ultradestra le scavava il terreno sotto i piedi, aiutata dallo spaesamento della globalizzazione, dall’impoverimento della finanziarizzazione, dall’isolamento della disaffezione che rimpiccioliscono ogni dimensione collettiva a problema individuale: e come tale insolubile.
Il risultato culturale degli Anni Dieci del secolo nuovo è sotto gli occhi di tutti. L’arricchimento si è sostituito alla crescita, l’ingiustizia ha preso il posto della disuguaglianza, il ricco e il povero non si tengono più insieme perché il primo non ha ormai bisogno del secondo, la profezia di Margaret Thatcher si avvera nell’esaurimento del concetto di società, mentre sale il numero degli esclusi, i tagliati fuori: che per la prima volta nel dopoguerra non si sentono più coperti dal privilegio democratico, dunque non riconoscono il valore d’uso della democrazia, convinti che distribuisca oggi i suoi dividendi soltanto tra i garantiti, diventando anch’essa strumento di selezione anziché di inclusione.
Ma se è questo patto di civiltà che sta saltando, siamo davanti ad una vera e propria emergenza culturale. Sono le basi stesse del pensiero politico fin qui sperimentato che traballano, non solo i partiti e i governi. Dagli squarci che la neodestra apre nel principio occidentale, nei valori liberali, emergono le pulsioni trumpiane di razza, pelle, sangue e nazione, riaffiora addirittura la selezione lepeniana dei diritti degli ebrei, mascherata dall’apparente ottusità di una pratica amministrativa “banale”, come un secolo fa. Sono propositi e idee che sembravano inconcepibili fino a ieri e che invece oggi diventano rapidamente politica, destra “realizzata”, nel momento in cui si rompono quelle due cornici ideali che davano al nostro mondo un quadro culturale condiviso. C’è da stupirsi che questa politica fatta carne e sangue, qui ed ora, per me e per i miei simili e nessun altro, possa trovare consenso e adesione? Che possa addirittura produrre egemonia nella sua radicalità egoista?
Il populismo ha esattamente questo effetto pratico, la sostituzione del cittadino globale con l’individuo spaventato, da coltivare nell’illusione di un rapporto diretto con il leader, in una verticalità virtuale fatta solo di pulsioni, sensazioni e vibrazioni di consenso, senza la dimensione orizzontale del rapporto con gli altri attraverso un bisogno che diventa idea, si collega ad un interesse legittimo diffuso, riconosce un valore ideale a cui collegarsi, articola tutto questo in proposta e infine lo trasforma in politica, intrecciata di rapporti sociali. Non siamo più qui.
Nella solitudine repubblicana, nell’impoverimento democratico, nella svalutazione della rappresentanza non c’è più il filo che unisce l’individuale al collettivo e questa solitudine dei numeri primi apre spazi alle paure sovrastanti, alla deriva dell’onda globale, all’insicurezza della marea migratoria, alla minaccia del terrorismo jihadista. Il rinsecchimento progressivo della politica, il suo impoverimento nella corsa alla semplificazione, fa sì che ai leader oggi si chieda poco più che l’impersonificazione delle paure, la loro rappresentazione, vista come un segno di riconoscimento e di condivisione per una cittadinanza dispersa. Il populismo non ha soluzioni, ma ha una forte e continua meccanica di interpretazione e riproduzione degli incubi che abitano gli spazi vuoti della post-democrazia. In questo modo li rimette in circolo arricchiti e autorizzati, funzionando da specchio che fissa l’immagine e la moltiplica, in una riduzione drammatica della politica alla paura.
Nell’altra vera emergenza che avevamo attraversato, il terrorismo, la politica aveva svolto tutt’altra funzione elaborando una teoria dello Stato e una pedagogia civile di massa, con la sinistra che insieme con la cultura cattolica aveva messo in campo le ragioni — magari opposte e senz’altro diverse — per la difesa di una democrazia largamente imperfetta e di istituzioni lontane. Democrazia e istituzioni andavano difese, bisognava salvarle per poi poterle cambiare. Questa è la forza di un pensiero che è arrivato al popolo, come si dice oggi, e in particolare alla classe operaia che riuscì a salvarsi dal contagio. Dunque la politica può produrre cultura e nella cultura consenso, la sinistra (indipendentemente dal suo ruolo: allora era in gran parte all’opposizione) può esercitare nei momenti più critici una funzione di responsabilità nazionale, cui dovrebbero chiamarla la sua storia e la sua tradizione, oltre ai valori ai quali fa riferimento.
Anzi, il futuro possibile per la sinistra, in questa fase, sta probabilmente proprio nella capacità di coniugare la responsabilità con le opportunità residue di emancipazione e di futuro, che pure esistono anche in una congiuntura così sfavorevole. A patto di unire alla responsabilità di governo — che abbiamo sempre chiamato riformismo, per distinguerla dalla pseudosinistra capace solo della feroce gioia distruttiva che dà corpo all’antipolitica — una critica radicale al pensiero unico dominante che ci ha portati dentro la crisi economica, ci sta portando dentro una crisi politica e rischia di portarci dentro una crisi istituzionale.
Una delle ragioni elementari della cavalcata populista, infatti, è nella sensazione lasciata al “forgotten man”, all’esercito degli esclusi e ai cittadini delusi che l’alternativa sia possibile soltanto fuori dal sistema. È un errore capitale. Come se il sistema fosse diventato incapace di generare anticorpi, correzioni, dubbi, e infine di produrre un’obiezione culturale. Quasi che una sovrastruttura di pensiero avesse uniformato e appiattito le grandi culture politiche europee spegnendo i loro caratteri distintivi fino a renderle apparentemente indistinguibili. Trasmettendo così l’idea di un blocco indifferenziato di comando e di potere — l’indistinto democratico — impermeabile nella sua autoconservazione, capace di riprodursi per cooptazione ma non di rigenerarsi pubblicamente. Con il deperimento dell’energia culturale dei due poli della tradizione democratica, il conservatore e il progressista, che nell’assimilazione reciproca vedono impoverirsi le loro idee-forza, che sono naturalmente la libertà e l’emancipazione.
Se è così, c’è nientemeno che da ridefinire il concetto di sinistra, per salvarlo, mentre il pensiero conservatore è addirittura colpito al cuore dal virus trionfante dell’ultradestra, e deve recuperare lo spazio di una cultura di governo moderata. La sinistra non può che partire dal lavoro, come strumento di cittadinanza, di realizzazione, di integrazione, ma soprattutto di libertà, perché non c’è libertà politica possibile senza la libertà materiale. I diritti e i valori cui la sinistra si riferisce vanno ormai declinati nella materialità della crisi e nel suo cambio di gerarchia delle necessità. Perché ad esempio lasciare alla disumanità propagandista dell’ultradestra il tema della sicurezza che agita la parte più debole ed esposta della popolazione, gli anziani, gli abitanti delle periferie e dei piccoli centri? Perché, quando la sinistra potrebbe rispondere democraticamente al bisogno di controllo e di tutela con una politica di governo che salvi insieme la sicurezza e la civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri?
Non si tratta di competere soltanto per il governo, come avviene in tempi normali: oggi si compete anche e soprattutto per salvare il pensiero democratico- liberale e il disegno della civiltà occidentale. Se la scala è questa, la discussione interna al Pd è inadeguata rispetto alle responsabilità che competono alla sinistra, e al suo sentimento. Chi di fronte a questa responsabilità — che è anche un’occasione politica straordinaria — parla di scissione, o spinge gli altri a farla, tradisce le speranze che proprio dieci anni fa accompagnarono la nascita di quell’incompiuta che si chiama Pd: si comportano come fosse roba loro, mentre invece appartiene al popolo della sinistra, che nonostante tutto esiste.

La Repubblica, 16 febbraio 017

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