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mercoledì, novembre 17, 2021

Fabrizio De André: “Vi spiego la non sottile differenza tra abitare al primo o all’ultimo piano”

FABRIZIO DE ANDRÉ

A Genova, dove io nacqui nel disgraziato anno di grazia 1940, abitavo all’ultimo piano di un palazzo che reca il fatidico n. 13 della via Trieste nel quartiere della Foce. Il liceo classico a circa un chilometro, il mare a 300 metri; vale a dire le identiche distanze che separavano dallo stesso mare e dallo stesso liceo il mio amico Giorgio Scorpiade, figlio del portinaio residente nel mio stesso palazzo al piano seminterrato; prima fondamentale differenza: io frequentavo il liceo e il mare rispettivamente per 9 e 3 mesi all’anno; Giorgio nel liceo non ci ficcò mai il naso e poteva usufruire delle onde, peraltro già allora un po’ zozze, di quel braccio di Mar Tirreno per soli 15 giorni nei 12 mesi, equivalenti al periodo di ferie che gli venivano liberalmente concesse dal fornaio di cui era il garzone.

Altra fondamentale differenza che relegava me e Giorgio Scorpiade sugli opposti orli di una trincea incolmabile era una mia singolare maniera di divertimento domestico consistente nel gettare dall’alto della mia terrazza dei grossi pezzi di merda di piccione nelle pentole del latte delle massaie che all’imbrunire di ogni sera dell’anno si recavano, incaute, a fare la spesa. Una pratica questa mia assolutissimamente non condivisa dal mio amico, che si rifiutava in maniera decisa di salire sul mio terrazzo a fare simili giochi, adducendo come scusa frasi del tipo: «Se mi duesci fà un travaggiu cuscì, me puè u m’ammassa!» («Se io dovessi fare un lavoro del genere, mio padre mi ammazza»). Laddove quella brava donna di mia madre invece cominciava con l’offrire il tè alla malcapitata massaia che immancabilmente saliva a chiedere plausibile spiegazione alla forzata concimazione del latte. E la mia buona mamma arrivava persino a darmi una tiratina d’orecchi in presenza della «piccionata» che diceva sporgendosi dal divano su cui stava seduta in punta di culo tutta affascinata e già avvinta dal dolce e sicuro sorriso borghese di mia madre: «In fondo, signora, sono ancora dei “ragassi” (sì, così, con la esse), li lasci che si sfogano (sì, proprio con la a), che l’importante survia tutto a l’è asalutte» [«sopra tutto è la salute»].

Ecco, una cosa che non mi riusciva di capire era perché la madre di Giorgio Scorpiade non desse segno di difendere il proprio rampollo così come faceva la mia con me. E non mi riusciva neppure di capire come mai il mio adorato amico del seminterrato rifiutasse di frequentare con la scusa che: «nu me ghe treuvu ben» [«non mi trovo bene»] i miei amici intellettuali, il Villaggio, i Paoli, i Tenco, il poeta Remo Borzini, lo scultore Ciunzin ecc. con i quali scambiavo lunghe e utilissime chiacchierate.

Poi un giorno mio padre, che allora era consigliere comunale repubblicano («repubblicuno», dicevano per sfotterlo, dato che il partito a Genova a quell’epoca aveva talmente tanti iscritti che gli mancava il quarto a fare lo scopone), be’, mio padre, dicevo, una sera si mette in testa la bella idea (a pensarci bene l’aveva sempre avuta) di andare a fare un comizio a Sestri Ponente, che allora chiamavano la Piccola Russia, e di tuonare contro i comunisti frasi del tipo «nemici della Repubblica». Lo salvarono a stento dal linciaggio e io me la feci letteralmente nelle

braghe (mio padre no, era coraggioso allora e penso lo sia ancora adesso); insomma, mi stavo riprendendo dalla paura, quando ti vedo venirmi incontro il Giorgio Scorpiade (lo chiamo sempre per nome e cognome perché così lo ricordo meglio): «To’» gli faccio io, «anche tu sei venuto fin qui a sentire mio padre?». «Dicci a tuo padre» mi rispose lui, «dicci a quel fottuto di tuo padre che io sono

comunista e che nemico della Repubblica sarà lui.» E quella sera capii la faccenda: avevo 12 anni come Giorgio, ma capii la faccenda dei tre mesi di mare, del liceo classico, della merda di piccione nel latte, delle sue astensioni dai consessi intellettuali e forse capii anche meglio la non sottile differenza tra abitare al primo o all’ultimo piano. 

Giorgio Scorpiade l’ho rivisto circa due mesi fa, adesso ha messo su un’autofficina, e mentre si beveva una birra insieme se ne è uscito così: «Da l’urtima votta che se semmu visti ti t’è faetu un bellu po' de strada, mi un

muggiu de sentée» («Dall’ultima volta che ci siamo visti, tu hai fatto un bel po’ di strada, io un mucchio di sentieri»).

Fabrizio De André

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