CFC - CENTRO FISIOTERAPICO DEL CORLEONESE

giovedì 7 ottobre 2021

L’ANNIVERSARIO. E la donna disse no. La battaglia per abolire le nozze riparatrici

di LUCIO LUCA

«La femmina è una brocca, chi la rompe se la piglia» , spiega con pazienza la madre a Oliva, una ragazzina di quindici anni che si prepara a diventare donna. E se la piglia anche se la rompe con la forza, la violenza, il sopruso. Anche se lei, la femmina, non avrebbe mai voluto. Perché così dice la legge: basta che il maschio sia disposto a sposarla e nessun tribunale potrà condannarlo. No, non parliamo dei primi del Novecento ma soltanto di quarant’anni fa. Appena una generazione, praticamente ieri. Fa impressione ma fino al 1981 funzionava proprio così. C’erano poi altre due leggi aberranti: quella che, di fatto, riduceva di oltre due terzi le pene per chi uccideva il coniuge infedele, il cosiddetto “delitto d’onore”, e l’altra che rendeva impunibile la madre che abbandonava il neonato sempre per “motivi d’onore”. 

Articoli 544, 587 e 592 del Codice penale. Ci vollero alcuni anni ma alla fine la battaglia bipartisan di un gruppo di parlamentari guidate dalla comunista Angela Bottari e dalla democristiana Maria Pia Garavaglia, portò nell’estate dell’81 a una nuova norma composta da una sola riga. La legge 482/1981 che abrogava quegli articoli, dopo il caso di Franca Viola, la ragazzina di Alcamo che non aveva voluto sposare il boss del suo paese malgrado il sequestro e le violenze subite. E dopo film- denuncia come “La moglie più bella”, con Ornella Muti e Alessio Orano, che raccontava proprio la storia di Franca, e “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi con Marcello Mastroianni e l’esordiente Stefania Sandrelli, tutto incentrato sul delitto d’onore. 

Eppure, quando venne approvata quella norma di civiltà, buona parte della politica italiana del tempo non aveva esultato: «Fu un iter tortuoso, difficile. Una battaglia combattuta dentro un Parlamento maschile e maschilista. E contro una “morale” che considerava “svergognata” la donna che rifiutava di sposare il suo aguzzino» , ricorda Angela Bottari, la deputata messinese da sempre impegnata nella tutela dei diritti delle donne. «Del resto – continua – se la mia proposta di legge sulla violenza sessuale, presentata nel 1977, è stata approvata soltanto diciannove anni dopo, qualche problema culturale questo Paese dovrà pure averlo». 

Viola Ardone, la scrittrice napoletana che per Einaudi Stile Libero ha appena pubblicato “Oliva Denaro, storia di una ribellione e di un riscatto sociale in un paesino dell’entroterra siciliano”, fa anche l’insegnante. Spesso le capita di ascoltare vicende che la riportano al secolo scorso: «Alcune studentesse si confidano, sono costrette a subire, sanno che dire no per loro può diventare pericoloso. Adesso la legge è cambiata ma in alcune aree serve ancora uno scatto culturale. La scuola, in questo senso, deve diventare un punto di riferimento affinché le cose possano cambiare sul serio». 

A rileggerlo oggi, il testo dell’articolo 587 sul delitto d’onore fa davvero paura: «Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da 3 a 7 anni». Niente rispetto ai 21 anni che erano il minimo previsto per l’omicidio. 

Non meno agghiacciante il testo dell’articolo 544, lo stupro legalizzato in nome di un matrimonio che avrebbe sanato una ferita insanabile per una donna: «Il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo. E se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali». Come dire, se vuoi una donna, prendila con la forza. Poi la sposi e passa tutto. 

Oliva Denaro, la protagonista dell’ultimo libro di Viola Ardone, rifiuta il matrimonio con il bullo che ha abusato di lei riscattando se stessa e una generazione di ragazze della sua età. La memoria non può che tornare al 1965, a quelle parole pronunciate dalla diciassettenne Franca Viola davanti a un tribunale, sotto gli occhi inquisitori di centinaia di uomini del suo paese, quelli che l’avevano già condannata per aver detto di no a Filippo Melodia, boss di rango del Trapanese: «Io non sono proprietà di nessuno – spiegò la ragazza – l’onore lo perde chi fa certe cose, non chi le subisce» . Franca diventò un simbolo di libertà delle donne e delle loro battaglie civili. Anche se fu isolata, insultata, trattata da sbrigugnata. Lo stesso destino di Oliva nel romanzo di Ardone. 

«Il delitto d’onore era la libertà di uccidere, il matrimonio riparatore una vergogna per un Paese civile – riprende Angela Bottari - ma non dobbiamo pensare che sia tutto risolto: se crescono i femminicidi e il percorso di emancipazione delle donne è ancora lungo e pieno di ostacoli, vuol dire che la cultura maschilista continua a persistere». 

«Ma se oggi certe storie e istituti come il delitto d’onore e il matrimonio riparatore ci sembrano delle mostruosità, vuol dire che il tempo non è passato invano – conclude Viola Ardone – Quello che ho capito scrivendo il mio romanzo, però, è che esistono diverse velocità nei cambiamenti: da una parte c’è la gente, le donne in particolare, che vivono sulla loro pelle certe ingiustizie, a volte certe atrocità. E dall’altra una legge che arranca e che non riesce a cogliere a pieno l’esigenza di modificare ciò che nel tempo appare sbagliato. Ma c’è ancora un terzo livello, quello della mentalità, dei comportamenti: e su questo siamo ancora indietro. Esiste ancora un maschio che esercita il possesso su quello che ritiene una “cosa sua”. E che non esita a punire la donna se prova a sfuggire a quel destino. È forse l’aspetto più difficile da debellare. Non siamo più negli anni Sessanta ma esistono ancora tante Oliva Denaro. Il mio augurio è che riescano anche loro a resistere e a riscattarsi». 

La Repubblica Palermo, 6/10/2021

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