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venerdì 1 ottobre 2021

INTERVISTA ALL’EX PRESIDENTE. Lula: “Dal Brasile all’Italia la sinistra ha bisogno di ritrovare il suo coraggio”

Luis Inácio Lula da Silva



DI DANIELE MASTROGIACOMO 
Occorre disegnare una nuova società tecnologica, digitale verde, più umana. E un diverso modello economico, produttivo e sostenibile 

Lula, c’è rischio golpe in Brasile? 

«In Brasile può accadere di tutto dice l’ex presidente finito agli arresti per corruzione e poi liberato - , c’è già stato un golpe nell’aprile 2016 quando si fece cadere la legittima capa dello Stato Rousseff con un impeachment senza fondamento. Ma stavolta credo di no. Certo, chi ora guida il Paese avrà difficoltà a lasciare il potere, ma ci penserà la grande maggioranza dei brasiliani a difendere la democrazia con il voto». 

Il presidente Bolsonaro ha raccontato all’Onu un Paese ben diverso da quello che descrivono i media ogni giorno in tutto il mondo. 

«Bolsonaro è andato all’Onu per raccontare una bugia. Una fantasia. 

Ha descritto un Brasile che esiste solo nella sua testa. Ha parlato per il suo pubblico che è formato da milizie e da neofascisti. Poteva dire all’Onu una verità che si coglie tutti i giorni: 15 milioni di disoccupati, 30 milioni che soffrono la fame. Quando abbiamo governato noi, nel pieno della crisi della Lehman Brothers, il Brasile era rispettato, eravamo protagonisti sul tema ambientale. Ne siamo usciti a testa alta. Tutto questo è stato cancellato da Bolsonaro». 

Luis Inácio Lula da Silva resta in piedi mentre parla via Zoom dal suo ufficio di San Paolo. Ha 75 anni, dopo 19 mesi di prigione, ma ne dimostra 10 di meno. Ha la stessa passione e le stesse idee chiare su come far tornare grande il suo Brasile. 

Perché tanta gente ha votato un leader della destra estrema? 

«È accaduto anche da voi quando a scegliere è il popolo. Perché quando c’è democrazia la gente vota anche sulla base della quantità e qualità dell’informazione offerta. In Brasile la destra estrema ha vinto per la diffusione costante di bugie. Il mio partito poteva trionfare anche una quinta volta. Questo, ad alcuni settori economici e finanziari anche internazionali, dava fastidio». 

In che senso? 

«C’è stata una chiara strategia dietro quello che è accaduto. Bisognava interrompere il processo economico del nostro governo. Si volevano privatizzare i grandi poli energetici, le industrie strategiche, lo stesso Banco del Brasile. Da tempo si era creato uno spazio sui mercati per portare a termine questo progetto». 

La sinistra sembra rassegnata alla sconfitta. 

«La sinistra, anche quella italiana, deve tornare ad avere il coraggio delle sue scelte. Difenderle, portarle avanti. Un Paese non si può affidare alle soluzioni di un presidente ma alle persone che vivono ogni giorno la realtà. Questo è ciò che chiamo democrazia, la stessa che ha consentito che un metalmeccanico diventasse presidente del Brasile e un indio presidente della Bolivia». 

Lei ha pagato un prezzo alto. Sono cadute tutte le accuse ma si è fatto 580 giorni di carcere. 

«Non ho sofferto io ma il popolo. Lava Jato non ha interrotto la corruzione. Ha provocato unterremoto nel mondo del lavoro. Ha spento il motore dell’economia». 

Si arrestava chi incassava e chi pagava le tangenti. 

«Se ci sono prove di una corruzione si arresta il corrotto, non si chiudono le fabbriche. Non si può distruggere un’impresa per l’errore di chi la dirige. La gente è stanca di pagare per un sistema costruito da altri». 

E quindi? 

«Intanto bisogna tornare a parlare dei poveri, della loro condizione, dei loro bisogni. Bisogna ridare loro forza e speranza, collocarli al centrodello sviluppo e imporre un’imposta sulla rendita che riequilibri il divario sociale. Il secondo passo è creare uno Stato forte, con capacità di fare investimenti». 

È il ritorno del pubblico che prevale sul privato. 

«Non voglio uno Stato imprenditoriale, seduttore delle industrie. Credo in uno Stato induttore, che studi e applichi la strategia economica, tracci le linee di intervento. Quando esplose la crisi planetaria del 2008 furono le banche pubbliche a finanziarie le grandiopere che crearono le condizioni perché si continuasse a produrre, a investire, a generare lavoro». 

La destra pensa il contrario. 

«Quando si vede un Paese con un deficit molto alto rispetto al suo Pil non si deve tagliare ma aumentare il Pil. E il Pil si aumenta con un maggior investimento e con una più equa distribuzione della rendita. Il povero non è il problema ma la soluzione. Se ha lavoro, spende e consuma». 

Conferma la sua candidatura alle elezioni del 2022? 

«Sono a disposizione per discutere ilprossimo marzo sulla mia candidatura. Il Brasile ha bisogno di un presidente umano, che parli al suo popolo, che agisca con la testa». 

In che modo? 

«Puntando di nuovo sulle persone. 

Bisogna capire e scegliere il nostro futuro. È una sfida che ci riguarda tutti. Bisogna disegnare una nuova società, tecnologica, digitale, verde, umana. Occorre costruire un nuovo modello economico, produttivo, sostenibile. È la grande scommessa che il mondo si trova davanti». 

La Repubblica, 1 ottobre 2021

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