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domenica, ottobre 31, 2021

IL PERSONAGGIO. Pif: “Palermo si è liberata dal cliché della mafia e questo è un trionfo”

Pif 

L’attore- regista racconta il suo film sul mondo dei rider e parla della città: “ Se resti, devi combattere”

di Eleonora Lombardo

Al posto del dialetto, come grammatica siciliana applica a ogni aspetto dell’esistenza l’amabile comunicativa dei dolci della tradizione, dallo “sciù” all’iris, semplici fuori ma sontuosi dentro. Tra i suoi antenati annovera lo scultore danese, rivale di Canova, Bertel Thorvaldsen, dal quale ha ereditato una passione per le rifiniture e i lavori di carpenteria. È andato via da Palermo a 21 anni per raccontare storie, lo ha fatto in televisione, in libreria e al cinema, mentre spopolava in tv “La mafia uccide solo d’estate” a lui si è chiesta un’opinione su tutto, attribuendogli il ruolo di guru delle vicende siciliane, ma Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, è un siciliano di mondo che ripudia la retorica, ha in odio la proverbiale arte di arrangiarsi e cerca di parlare solo quando ha qualcosa da dire. «Essere Siciliani è avere una marcia in più culturalmente, avere la possibilità di facile accesso a una cultura ricca e variegata. 

L’importante è cercare di essere originali, non scontati. Quando mi invitano a parlare e penso di non potere aggiungere nulla al discorso, sto zitto. Non ho un’opinione su tutto. Parlo solo se sento di potere aggiungere qualcosa alla discussione». 

Nel suo ultimo film da regista, “E noi come stronzi rimanemmo a guardare” intanto parla di futuro dell’Italia e di come un algoritmo ci governerà tutti con il nostro benestare, chiamando lavoro un sistema di disperati. 

Da dove nasce l’idea di un film di questo tipo? 

«È un film ambizioso, ispirato al lavoro del collettivo “I diavoli” che fa una proiezione di quello che potrebbe accadere, dove sta andando il mondo. In Italia, purtroppo, ce ne accorgiamo sempre un po’ dopo di quello che sta accadendo. Si parte dall’idea del rider per approfondire un modello di lavoro che si sta allargando in vari campi. La tecnologia che per certi versi ci aiuta tantissimo, nel settore sanitario o nel migliorare la vita a un disabile, nel mondo del lavoro si sta rivelando una cosa non necessariamente positiva. 

Rivedo me, quando finita la scuola dovevo immettermi nel mondo del lavoro ed era già un periodo difficile, ma adesso la visione di un ragazzo che deve cominciare a lavorare è terrorizzante. Mi immedesimo in un ragazzo che entra nel mondo del lavoro oggi e mi sento in colpa se non dico la mia, se non faccio qualcosa». 


Ha detto che anche “La mafia uccide solo d’estate” si sarebbe potuta chiamare “E noi come stronzi rimanemmo a guardare”. Perché? 

«Perché noi come stronzi siamo rimasti a guardare che Totò Riina o la mafia in genere prendesse piede nella nostra città senza fare veramente un granché, consolandoci e dicendoci che se non disturbavamo la mafia, la mafia non disturbava noi. Tra l’altro è una semi citazione da Falcone che durante il maxiprocesso disse: «I palermitani stanno a guardare alla finestra per vedere come finisce la corrida» perché c’era l’atteggiamento che la mafia fosse un problema dei magistrati e non del cittadino. Oggi fortunatamente non è più così, ma la tendenza a una certa passività è rimasta». 


Ma lei perché è andato via da Palermo? 

«Sono andato via da Palermo a 21 anni, sono andato a Londra poi Milano e poi Roma. Il lavoro che voglio fare è limitante farlo da Palermo, non solo per una questione economica, sarebbe stata la stessa cosa se fossi nato ad Ancona. In questo lavoro devi raccontare cose e il mondo è troppo interessante per starsene fermi in un posto. Quando vado nelle scuole non dico mai “Rimanete a Palermo, combattete”, innanzitutto bisogna domandarsi “Cosa voglio fare nella vita?” e poi “Dove è che questa cosa si fa al meglio nel mondo?”. Poi fai una classifica e, a seconda delle tue capacità caratteriali ed economiche decidi dove andare. Alla fine, un buon servizio a Palermo lo fai comunque, se vai in Norvegia e diventi bravissimo in quello che fai stai facendo del bene alla Sicilia e a Palermo. Però, se rimani in Sicilia, devi combattere». 


A proposito del suo lavoro, come è cambiato oggi il rapporto tra cinema e Palermo? 

«Il cinema è indicativo del modo in cui è vista la città. Quando dovevamo iniziare le riprese di “Momenti di trascurabile felicità”, un film nel quale non c’entrava niente la mafia, il regista Daniele Luchetti doveva scegliere dove girare. Dopo aver visto Palermo disse subito che lo avrebbe girato qua. E mentre lo giravamo, la gente ci domandava se si trattasse di un film di mafia, quando rispondevamo che la mafia non c’entrava nulla si illuminavano e dicevano “Finalmente”. Luchetti a Palermo ha visto una città che oggi racconta molto altro, perché chi ci vive è riuscito a cambiare. È raro che si parli di mafia quando dico “sono di Palermo”. Quando c’era Manifesta Palermo sembrava Manhattan. La narrazione della città è cambiata. Questo è un trionfo che ogni tanto dobbiamo riconoscerci». 


E allora culturalmente e politicamente che momento è questo per Palermo? 

«Innanzitutto, tendenzialmente, rinnego tutti i siciliani iscritti alla Lega e non c’è bisogno di spiegare perché. Poi, con la fine del mandato di Orlando è arrivato il momento di iniziare un nuovo ciclo. Tutti a sparare su Orlando, avrà mille difetti e come ogni sindaco è sempre colpevole di qualcosa, ma la verità è che Orlando è stato anche molto rassicurante, a forza di avercelo ci rassicurava anche nel protestare. Adesso avremo bisogno di una nuova figura rassicurante da insultare o elogiare. Ho fatto pace con la città quando ho cominciato a viverla come turista. A Palermo o pretendi che le cose siano fatte bene e metti in conto la possibilità di farti il sangue marcio oppure sei disposto a una mediazione. Questo se affronti la città nel breve periodo. Se invece ci vivi, devi combattere. Perché non è accettabile che tutto ciò che fuori è normalità qui diventa un progetto ambizioso, nel 2021 non è possibile. Per questo non sopporto l’arte dell’arrangiarsi, perché poteva andare bene nel dopoguerra, non oggi. Rinnego e odio la retorica del “Gattopardo”, è un modo di dare un’allure intellettuale alla nostra lagnusia». 


C’è uno scrittore o un regista siciliano che ha avuto un ruolo significativo nella sua vita? 

«Non ce n’è uno in particolare, è l’insieme che mi conforta. Mi rifugio sotto la coperta intrecciata da tutte le nostre espressioni culturali. La Sicilia ha una cultura forte nel bene e nel male. Essere siciliano è una marcia in più culturalmente, perché la Sicilia è un marchio. Quando è morto Andrea Camilleri scrissi a Fiorello “E adesso che si fa?”. Camilleri era un manifesto che finalmente era uscito fuori dallo stereotipo della mafia. Se avessi avuto il numero di telefono di tutti gli artisti siciliani avrei scritto anche a loro, uno per uno. Perché se ne era andato uno che ha fatto veramente tanto». 


C’è un progetto che le piacerebbe realizzare in Sicilia? 

«Come ho tentato di fare nel mio libro “E Dio perdona a tutti”, dove attraverso i dolci siciliani provavo a raccontare il nostro modo di essere dei buoni cattolici, vorrei riuscire a raccontare una storia universale che si sposi bene con Palermo e la Sicilia». 


La Repubblica Palermo, 31/10/2021

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