CFC - CENTRO FISIOTERAPICO DEL CORLEONESE

lunedì 16 agosto 2021

Storia di Gill, licenziato e picchiato perché aveva chiesto una mascherina anti Covid


di MARCO OMIZZOLO

Gill Singh è un bracciante indiano. È alto, magro ma robusto. È uno dei molti braccianti che, piena pandemia, sono stati massacrati di sfruttamento e ringraziati per il loro “sacrificio”. Ha lavorato con un regolare contratto e un permesso di soggiorno, in cambio di 500 o 600 euro al mese per obbedire ai padroni

«Mi chiamo Gill Singh, sono nato in India e abito a borgo Hermada, vicino Terracina, da almeno cinque anni». È un bracciante indiano. È alto, magro ma robusto. È uno dei molti braccianti che, piena pandemia, sono stati massacrati di sfruttamento e ringraziati per il loro “sacrificio”. Ha lavorato con un regolare contratto di lavoro e un regolare permesso di soggiorno. 500 o 600 euro al mese per obbedire ai ritmi, ordini e interessi dei padroni. Padroni che piangono lacrime amare per il dominio della grande distribuzione che strozza i prezzi dei loro prodotti agricoli coltivati col sudore e il sangue dei braccianti sfruttati. Quegli stessi che non osano però denunciare la Gdo, mafiosi e criminali vari, e che assoldano i caporali per reclutare uomini e donne, anche italiani, da impiegare alle condizioni lavorative e retributive a loro più convenienti. Salvo poi affermare che tutta la responsabilità, pure presente, è della Gdo.


Gill invece ha una cognizione molto più avanzate del fenomeno: «il padrone decide quante ore al giorno devo lavorare, con quale intensità, se avrò o meno pause di riposo per andare in bagno o mangiare un panino. L'azienda è sua ed è lui che comanda». Se il padrone fosse solo una vittima della Gdo, allora sarebbe un uomo povero come i lavoratori che impiega nella sua azienda. Anche su questo Gill è chiaro: «ma quale povero! Il padrone ha auto da centinaia di migliaia di euro, trattori, terreni e case. Noi siamo pagati 400 o 600 euro ma lui compra auto, terra, installa serre. Dove trova questi soldi? Certo anche in banca ma come garanzia ha quella che ci pagherà 3 o 4 euro l'ora. Dopo cinque anni di lavoro io ho mille euro in banca. Prova a chiedere al mio ex padrone in cinque anni quanti soldi ha nel suo conto corrente e poi mi dici chi è sfruttato e chi no». 

Sembra di ascoltare una lezione di economia di Federico Caffè, secondo il quale il lavoro non è solo uno degli aspetti essenziali dell'emancipazione umana ma anche la più solida garanzia di tenuta sociale di un Paese. Si impara di più ascoltando queste testimonianze che leggendo decine di libri scritti con la penna di gente ambiziosa ed eternamente incline a lisciare il pelo al padrone, capo o direttore di turno.

La storia di Gill è emblematica di un Paese che non può che ripartire, dopo la pandemia, perché non vuole cambiare.

Padre di due gemelli residenti in India, in pieno coronavirus, dopo aver ascoltato i messaggi audio e video su come lavorare in sicurezza durante la pandemia che Tempi Moderni diffondeva attraverso alcuni suoi mediatori indiani, Gill decise di domandare al suo padrone italiano la mascherina con la quale lavorare in sicurezza. Il padrone ha 53 anni, è italiano e con precedenti penali proprio per sfruttamento. Una mascherina costa, forse, 5 euro. Un costo irrisorio per aziende che fatturano milioni di euro l'anno. «Era febbraio del 2021. Chiesi una mascherina perché non volevo ammalarmi e non volevo contagiare nessuno. Pensavo fosse un mio diritto», afferma il bracciante indiano mentre sorseggia un bicchiere di chai.

LICENZIATO PER UNA MASCHERINA

La proposta non fu accettata, probabilmente perché considerata un atto di insubordinazione. Per questo Gill venne prima licenziato, nonostante il suo contratto prevedesse altri due mesi di lavoro e, infine, visto che domandava la retribuzione spettante per le settimane già lavorate e non retribuite, «mi hanno investito per strada e di spalle con il furgone aziendale mentre tornavo in bicicletta verso casa. Poi mi hanno colpito ripetutamente con una mazza da baseball fino a rompermi il braccio e la testa. Ho sentito solo botte. Urlavo di smetterla ma continuavano fino a quando sono svenuto dal dolore. Non pensavo che in Italia si potessero verificare queste situazioni» dichiara ancora. Tutto accertato dai medici dell'ospedale di Terracina nel quale venne ricoverato dopo aver trovato la forza di chiamare i carabinieri dal fossato in cui era stato gettato lungo la strada pubblica adiacente l'azienda agricola. Il padrone aveva compiuto il suo dovere e ristabilito la catena del comando. Gill non è certo il primo caso. Un padrone italiano, ancora a Terracina, ad ottobre del 2019 obbligava i suoi lavoratori indiani a lavorare anche sedici ore al giorno, puntando alla loro testa un fucile a canne mozze. Alessandro Gargiulo, questo il suo nome, venne arrestato perché accusato, all'epoca dei fatti, di sfruttamento del lavoro, minaccia aggravata con l’utilizzo di arma da fuoco (fucile a pompa), lesioni personali, detenzione abusiva di munizionamento, omessa denuncia di materie esplodenti. Inoltre, secondo le indagini della Polizia, si sarebbe avvalso di caporali deputati alla sorveglianza dei lavoratori oltre che aver destinato ai lavoratori alcune abitazioni fatiscenti, avvalendosi della complicità di terze persone denunciate in stato di libertà. I lavoratori indiani sarebbero stati ripetutamente minacciati con armi da fuoco usate al loro indirizzo per spronarli ad accelerare la raccolta e la lavorazione dei prodotti. Nella serata del 10 ottobre del 2019, all’ennesimo licenziamento di uno dei braccianti, il padrone si sarebbe presentato presso l’alloggio dei braccianti ed esploso alcuni colpi di fucile all’indirizzo di alcuni di essi. Avrebbe infine passato in rassegna i lavoratori indiani puntandogli l’arma alla gola.

La storia di Gill è però paradossale. Secondo la sua ricostruzione, infatti, appena giunti i carabinieri, anziché prestargli immediato soccorso chiamando l'ambulanza, «mi hanno chiesto i documenti» afferma sorridendo. Sporco di sangue e di fango, dolorante al braccio, alla schiena e alla testa, Gill doveva giustificare la sua presenza mostrando il suo permesso di soggiorno. Perché nelle vene cerebrali di questo Paese è ancora più importante il permesso di soggiorno, del soccorso immediato che si deve prestare a chi è in grave difficoltà. Proprio come i sovranisti di oggi, espressione odierna dei segregazionisti americani che amavano girare di notte con cappucci bianchi in testa, dando la caccia ad altri uomini, donne e bambini, rei solo di essere nati da avi deportati dall'Africa come schiavi dai negrieri bianchi.

I sovranisti come Salvini o la Meloni continuano a definire i profughi in fuga dai loro paesi di origine o dai lager libici come clandestini perché privi di permesso di soggiorno. Perché secondo loro durante il viaggio in Africa a piedi o la reclusione nelle carceri libiche, quelle donne e quegli uomini, tra uno stupro, un trafficante armato, un lavoro forzato e una bastonata, dovrebbero fare domanda formale all'ambasciata italiana, comprare una marca da bollo, farsi assistere nel caso da un avvocato, attendere il responso dal governo italiano per poi prendere un aereo o un traghetto, con in tasca un regolare permesso di soggiorno, e arrivare sventolando la bandiera italiana in Italia per essere accolti da bambini festanti che regalano loro pajata o bagna caoda a volontà.

LA DENUNCIA

Dinnanzi a quella richiesta, afferma Gill, «ho ripreso la mia bicicletta e mi sono incamminato verso casa con dietro la pattuglia dei carabinieri che mi seguiva. Arrivato nella mia abitazione, ho mostrato i documenti» e improvvisamente smette di essere un potenziale clandestino per diventare un regolare da assistere. Così viene chiamata l'ambulanza che lo porta presso l'ospedale “Fiorini” di Terracina. I medici lo operano subito ed impiantano nel suo braccio una piastra d'acciaio, gli curano le ferite in testa e lo tengono infine in cura per qualche giorno. «Devo ringraziare i medici perché si sono comportati benissimo. Ringrazio anche i Carabinieri anche se non hanno chiamato subito l'ambulanza. Se sono vivo è grazie anche a loro» dichiara mentre è seduto su un divano scucito all'interno di una ex stalla nelle campagne del Sud Pontino adibita abusivamente in luogo di residenza improvvisata per alcuni lavoratori indiani. Insomma una capanna 2.0.

Gill denuncia tutto al Commissariato di Polizia di Terracina. Un Commissariato, in verità, con una particolare capacità investigativa. A dimostralo sono varie operazioni condotte contro lo sfruttamento. Ad agosto del 2018, ad esempio, gli agenti di Terracina arrestano in flagranza di reato un altro imprenditore agricolo di 41 anni di Terracina, titolare di una ditta individuale, per i reati di sfruttamento del lavoro avendo impiegato manodopera in condizioni degradanti e in stato di bisogno. Alcuni poliziotti, infatti, indossando i panni da bracciante, sono entrati all’interno dell’azienda sino a scorgere i veri braccianti agricoli privi di qualsiasi dispositivo di sicurezza, tanto che alcuni di essi erano completamente scalzi e doloranti sulla terra cocente. Sul posto era presente anche l’imprenditore, che risiede in una lussuosa villa sede dell’azienda stessa. «La copiosa documentazione acquisita e le risultanze delle indagini - si legge in un comunicato stampa della Questura - evidenziavano che i braccianti agricoli erano sottoposti alla reiterata violazione dell’orario di lavoro, dei riposi, delle ferie e dei congedi per malattia. Gli stessi percepivano una retribuzione non conforme che nella migliore delle ipotesi è risultata più che dimezzata. L’unico dei braccianti, dotato di un contratto di lavoro, percepiva in busta paga meno di un terzo di quanto effettivamente avesse lavorato. Gli stessi inoltre erano costretti a lavorare oltre 12 ore al giorno, ciascun giorno della settimana, senza fruire di alcuna giornata di riposo o festiva, tantomeno di congedi per malattia. La paga oraria era di 4 euro per ogni ora di lavoro senza alcuna maggiorazione per il lavoro prestato nei giorni festivi. All’interno dell’azienda gli agenti hanno documentato la totale assenza dei dispositivi a tutela della normativa di sicurezza e dell’igiene. I braccianti agricoli erano costretti a mangiare un fugace pasto all’interno di una stalla/mangiatoia ove si trovavano accatastati agenti chimici e fitosanitari».


MARCO OMIZZOLO

Dal Blog “Mafie” del 12 agosto 2021 

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