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mercoledì 11 agosto 2021

Fava, ultimatum al Pd: «Scelga fra la mia visione del fare e il pragmatismo furbo alla Cancelleri»

Claudio Fava

Il presidente dell'Antimafia all'Ars per ora l'unico in corsa nel centrosinistra:  «Da settembre girerò l’Isola. Primarie? Ci vogliono almeno due, per ora solo io candidato Vorrei sfidare Musumeci»

di Mario Barresi 10 ago 2021


Fava, la spregiudicata campagna acquisti della Lega indebolisce il centrosinistra siciliano? Oppure la considera, se non proprio una liberazione, un elemento di chiarezza?

«Per me il punto è l’idea malata che emerge degli elettori siciliani. Come se fossero mucche al pascolo, spostate da una stalla all’altra in base a chi porta a spasso la mandria. A Sammartino auguro tutto il bene possibile in termini politici, ma non credo che il giovanotto riuscirà a portare 32mila voti dal Pd alla Lega. C’è una profonda sottovalutazione della dignità dei siciliani, compresi gli elettori di destra».


 Cosa c’è dietro al colpo di mercato?

«C’è quello che si vede: un mercato calcistico. Si cambia partito e schieramento così come si cambia squadra, conta solo l’ingaggio migliore. Quali sono i punti di contatto fra il Pd, partito in cui sono stati eletti Sammartino e Cafeo, e la Lega? E me lo chiedo senza essere ideologico o dogmatico: su Putin, sicurezza, politiche sociali, diritti civili, migranti, sanità, sanatorie di abusi edilizi a 20 metri dal mare o priorità sulle infrastrutture». 


Magari erano fuori posto nel Pd...

«Dopo una forte linea di opposizione a Musumeci, la spregiudicatezza si erge a virtù politica. E qui torna il concetto dell’ingaggio: nella nuova squadra giocherai con lo stesso impegno della precedente. Perché in fondo è un gioco, conta solo il tuo mestiere di calciatore. È la morte della politica intesa come comunità, non oso dire di valori perché ormai il termine è desueto e superfluo, ma almeno di visioni condivise sul fare».


Non si corre lo stesso rischio nel centrosinistra tentato dal “famolo strano” di nuove formule allargate?

«Il rischio c’è. Per questo diventa ancora più importante dirci, senza girarci attorno, come si costruisce lo spirito di una coalizione, di un’alleanza. In campo non ci sono più aspiranti candidati, ma diverse visioni della politica. Da una parte la mia, aperta, inclusiva, laica nello spirito, condivisa da tanti altri: una visione comune, che tiene assieme chi sta dentro il segno di una sfida sul cosa fare, senza dogmi e ideologie. Dall’altra c’è l’idea che i partiti vadano collezionati come le figurine. Un senso di pragmatismo bislacco e superficiale. Oppure furbo...».


Sta citando il pragmatismo, manifesto ideologico del grillino Cancelleri?

«Cancelleri dice di essere pragmatico perché vuole vincere mettendo dentro anche Forza Italia. Eppure questo non è pragmatismo ma riduzione della politica all’arte della sopravvivenza. Io sono altrettanto desideroso di vincere. E non è una questione di qualità di persone: io in questi anni ho costruito rapporti di stima e amicizia con molti colleghi di Forza Italia, ho un’intesa brillante anche dal punto di vista umano col presidente Miccichè, che è pure il leader di Forza Italia».

 Qualcuno obietta: ma se siamo tutti assieme nel governo Draghi...

«E dice il falso, perché a Roma si governa con Forza Italia, ma anche con la Lega, per un’esigenza di salute pubblica non riproducibile in un’alleanza elettorale. Qui non si parla di modello Draghi alla siciliana, ma di un istinto di sopravvivenza, e anche di furbizia, per mettere assieme bandiere e persone che nulla hanno a che fare le une con le altre».


Il Pd, intanto, prende tempo. Magari vuole far logorare la sua candidatura. 

«Il Pd deve scegliere fra queste due opzioni diverse: da un lato una coalizione fondata su un’idea, un linguaggio, una visione del fare e dall’altro un’accozzaglia con chi vuol starci, tenuta assieme dalla presunta migliore competitività. Sono due idee diverse, incompatibili. La mia è chiara: voglio vincere, ma soprattutto avere un comune denominatore per governare in discontinuità radicale da Musumeci e anche da tutto il centrodestra, compresi gli assessori di Forza Italia». 


Questo rischia di farvi perdere l’appoggio dei moderati.

«È una cosa totalmente diversa. I moderati non sono una sigla politica, ma un sentimento diffuso e trasversale. Di chi ha paura degli eccessivi ideologismi, di un presidente col fez e il pennacchio o dei settarismi, di chi ha bisogno di un senso di utilità e di fattibilità delle cose. Magari i moderati vogliono ferrovie e strade, anziché il Ponte prima di tutto. I moderati, in Sicilia, non sono interlocutori a cui mostrare l’album per contare le figurine mancanti, né donne e uomini che aspettano il migliore offerente».


Questa scelta che tempi dovrebbe avere? Negli scorsi giorni ci risulta un vertice della coalizione a Catania. 

«Il tempo è adesso. Ma qualcuno dice: aspettiamo prima l’elezione del presidente della Repubblica. Ma cosa c’entra questa ineluttabile scadenza con la necessità di costruire, qui e ora, una visione, una sfida, una candidatura. Dovremmo smettere di fare melina a centrocampo e cominciare la campagna elettorale. Il che vuol dire: costruire una nostra idea di Sicilia. Che non può essere solo sottrazione rispetto alle miserie del governo Musumeci, né semplice somma delle forze di centrosinistra. Ci siamo visti, siamo d’accordo sul coinvolgimento di pezzi di civismo, di associazionismo, di storie personali vere, oltre che di moderati che abbiano un’esigenza di discontinuità con l’attuale governo. Io sono stato chiaro: non corro per una dignitosa sconfitta in cui qualcuno pensa di ricollocare se stesso. Penso che si possa vincere e mi sento umilmente e orgogliosamente in campo, a disposizione di una squadra che deve finire il ritiro».


E se gli alleati continuassero la melina?

«A settembre comincerò a girare, a parlare con i siciliani, oltre che con le forze politiche. Non voglio arrivare a dire “avrei dovuto” o “avrei potuto” farlo. Di rimpianti è lastricata la via delle sconfitte in Sicilia, che ha consentito alla peggiore politica di governare la Regione. E questo centrodestra, oggi frantumato e logorato è nel momento di maggior debolezza. Non c’è più tempo da perdere».


È disposto a cimentarsi nelle primarie di coalizione “minacciate” dal segretario regionale del Pd, Barbagallo?

«Le primarie hanno bisogno di un numero di candidati superiore all’unità. In questo momento c’è un solo candidato: io. Se ce n’è almeno un altro, che si organizzino e si facciano rapidamente. Altrimenti si prenda atto che non ci sono altri in lizza. Ma non nascondiamoci dietro formule da apprendisti stregoni, che sono solo il modo per andare a cuor leggero incontro all’ennesima sconfitta».


Chi preferirebbe sfidare: Musumeci o il candidato leghista evocato da Salvini?

«Sono pronto a sfidare tutti. Ovviamente mi piacerebbe anzitutto sfidare Musumeci. Per ragioni che non c’è nemmeno bisogno di spiegare ai siciliani...».

Twitter: @MarioBarresi 

lasicilia.it, 10 agosto 2021

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