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giovedì 22 luglio 2021

L’eterno e torbido mito della baronessa di Carini


Torna il romanzo di Natoli in una nuova versione illustrata da Tamara Bellezza. La storia di un femminicidio che ha i contorni del giallo e che affascina ancora

di MARCELLO BENFANTE

Già ne " La corda pazza" Leonardo Sciascia dedicava un breve ma intenso saggio al "caso della baronessa di Carini"; solo tre dense paginette che si aprivano con una suggestiva affermazione: «"Stu casu pri lu regnu batti l’ali", dice con bella immagine l’anonimo che cantò la tragica storia della baronessa di Carini. E si può dire che ancora, dopo quattro secoli, batte l’ali; e non più nelle piazze, poiché i cantastorie hanno tragedie più attuali da raccontare, ma tra gli studiosi di filologia e di storia». 

I secoli che ci separano dal terribile fatto si affrettano ormai a diventare cinque, ma ancora il caso di questo proto-d emminicidio continua a battere le sue ali e a librarsi altissimo nel cielo della poesia e del sentimento popolare. 

A conferma di questa sua immutata attualità, soprattutto in termini di ferocia maschilista, riappare ora il racconto che del triste caso fece Luigi Natoli, il celeberrimo William Galt de "I Beati Paoli", nel 1892, basandosi sull’appassionato lavoro del medico e folclorista Salvatore Salomone Marino di Borgetto, uno dei principali collaboratori di Giuseppe Pitré. Il libretto, arricchito da una bella introduzione di Salvatore Ferlita e dalle graziose illustrazioni di Tamara Bellezza, ispirate allo stile didascalico dei cantastorie, esce per le edizioni Lunaria (pagine 140, euro 14), riconsegnandoci un mito intramontabile di non scontata lettura, nonostante le sue trasparenze favolose. 

Resta infatti qualcosa di torbido e di irrisolto in questa storia cruenta e ancestrale, qualcosa che è sempre sfuggita in qualche modo all’acribia di storici e filologi, di studiosi e letterati, assumendo quasi i contorni ambigui di un " giallo", di un enigma criminale in cui alla certezza del delitto non corrisponde un’analoga inequivocabilità delle vittime e soprattutto dei moventi. 

La versione di Luigi Natoli si basa sulla ricostruzione che Salomone Marino diede in un suo noto studio del 1870- 1873, che tuttavia fu poi oggetto di un radicale ripensamento in seguito ad alcune perplessità espresse da Pitré sia riguardo al componimento originario (probabilmente di datazione ottocentesca), sia riguardo ai protagonisti del fatto delittuoso. 

Se in un primo tempo Salomone Marino era pervenuto, con un immenso travaglio di ricomposizione testuale, a una vicenda in cui la vittima era Caterina, la giovanissima figlia di don Vincenzo La Grua, barone di Carini, in una seconda interpretazione, i cui risultati furono pubblicati nel 1914, i protagonisti che emergono sono invece la baronessa Laura, moglie del La Grua, e il suo amante, trucidati insieme dal marito geloso che li aveva colti in flagrante adulterio. Il quadro entro cui s’iscrive il gesto efferato cambia quindi sostanzialmente, da scellerata violenza nei confronti di una figlia innamorata e ribelle al dispotismo paterno, a moglie infedele trucidata per gelosia o superbia, con esiti ugualmente commoventi e barbaramente sconvolgenti, ma fatalmente più prosaici. 

Non cambia invece il turbamento profondo, del popolo come degli intellettuali, di fronte alla brutalità infame della bellezza e della giovinezza trucidate. 

Luigi Natoli basa il suo racconto su queste intime emozioni di pietà e compassione, costruendo con sapiente misura una storia d’amore, di un amore assoluto, trionfante e "irreparabile", che tutto vince pur soccombendo, e a tutto è disposto fuorché a reprimere il suo sacro fuoco. 

Gli elementi romantici e malinconici si fondono quindi a quelli fiabeschi (la principessa, il castello, l’orco omicida), ma lasciano nel contempo trasparire aspetti gotici, neri, orrorosi, nella colonna sonora di lugubri upupe e corvi gracchianti o nella presenza di "spiriti volanti" e in certe macabre annunciazioni di un destino ineludibile. 

Né manca al racconto un tono più crudo, quasi sanguignolesco (la donna trafitta ai reni e al cuore dai suoi boia spietati, che sanguina dalle sue ferite sulla mano che infine imprime sulla parete il marchio d’infamia del proprio martirio, indelebile firma a futura memoria dei cantori, dei poeti). Né mancano accenni di sottile erotismo (dalle odi di Orazio che declama il giovane Vincenzo Vernagallo allorché scorge per la prima volta la bella Caterina, allo sfiorarsi delle mani in chiesa, al contatto dei corpi che si abbracciano nel «tepore delle carni» ) che sono tuttavia offuscati da un segreto avvertimento della sciagura. Così il ritratto un po’ oleografico dell’infelice eroina, insieme agli stereotipi della bionda chioma e del diafano incarnato, sovrappone la sensualità della «vita sottile e flessuosa», ma anche «un’espressione di malinconia languida e dolce». 

Un amour fou, insomma, destinato a infrangersi sugli scogli crudeli di un mondo violento. Nell’arco di un centinaio di pagine il ritratto del "giglio di Carini" si trasformerà nell’immagine post mortem, bellissima e agghiacciante, di un fiore reciso nel suo primo rigoglio. 

Vincenzo, che in questa versione natoliana sopravvive e lascia l’amara e dolorosa Sicilia, la scorge disperatamente sul catafalco: «Ella era calma e serena, sul bel volto era diffusa un’espressione dolce e malinconica, gli occhi semiaperti erano appannati, la bocca illividita lasciava intravedere i piccoli e bianchi denti». 

Amore e morte come sempre si compenetrano a vicenda. Tutto è ben noto nel repertorio collaudatissimo di Natoli, dagli stereotipi fisiognomici e psicologici ai meccanismi dell’intreccio, dai ruoli ai caratteri (il feudatario crudele, il frate invidioso e traditore, dal volto "giallo" e maligno, la folla insensibile e irriguardosa, più devota ai padroni che a Dio stesso). 

Eppure la storia della baronessa di Carini prende sempre e commuove, e sempre indigna e impietosisce. L’impronta rossa della sua mano insanguinata torna ancora a inquietare e ispirare versi e racconti (e perfino sceneggiati televisivi). 

Come scrisse Natoli in un saggio del 1910: «A nessun componimento della nostra letteratura popolare è toccata la sorte di avere tanti e così diligenti illustratori e imitatori, come a quel tragico poemetto, che corre sotto il nome di Baronessa o Principessa di Carini». Che è il dono inoppugnabile della più autentica letteratura. 

Tanto che Sciascia chiudeva la sua nota domandosi se la verità storica del caso, che tanto angustiò filologi e studiosi di demologia, più che da ricercare nella memoria orale del popolo, andasse cercato «tra i manoscritti delle biblioteche», ovvero tra le opere di un canone illustre, ancorché sepolto e obliato. 

E Ferlita, nella sua doviziosa introduzione, gli fa eco avanzando la supposizione, piuttosto ardita, che il vero autore del poemetto possa essere, chissà, il grandissimo Antonio Veneziano. 

La Repubblica Palermo, 22/7/2021

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