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lunedì, luglio 12, 2021

La lezione dello sport (dopo la vittoria della nazionale italiana a Wembley)


di EZIO MAURO

Anche la lotteria finale ha premiato la squadra migliore, e il Palese festeggia insieme la Nazionale e se stesso, per una vittoria vissuta come un riscatto dopo la fatica e la paura di due anni terribili. L’Italia che si ferma, in un rito collettivo, il Presidente della Repubblica in tribuna a Wembley, i caroselli per strada e i tricolori che tornano alle finestre. Ancora una volta scopriamo che lo sport veicola ed esalta il sentimento nazionale, come se fosse diventato l’unica espressione umana capace di generare e legittimare democraticamente lo spirito patriottico, che in quest’epoca di scetticismo si ritrae dalla politica, dall’arte, dal cinema, dal dibattito culturale. Allo sport riesce ciò che alle altre forme organizzate del nostro vivere sociale non riesce più. Forse perché è l’ultimo rifugio autorizzato dell’epica, che dunque accetta e pretende una retorica nel linguaggio, o magari perché non si consuma compiendosi come ogni cosa oggi, ma dura dilatandosi nella memoria dei gesti mirabili, senza esaurirsi con la fine del match, sopravvivendo oltre lo spazio televisivo. 

Tutto questo normalmente si immiserisce nella categoria istintuale e spesso selvaggia del tifo, dove ognuno retrocede alla logica primordiale del clan. Ma anche per il tifoso c’è sempre un momento in cui il fatto sportivo chiede di essere considerato per se stesso, indipendentemente dalla febbre del tifo. È il momento in cui l’emozione si combina alla geometria e sfiora la matematica, diventa suprema logica che solo il virtuosismo tecnico, tattico e atletico traduce in spettacolo. Qui sta il segreto dell’autonomia dello sport, affondato in mille contraddizioni, contaminato da mille infedeltà. Ma quel fondo di autentica interpretazione della mistica sportiva di una disciplina, quello stupore collettivo nel vedere la performance, il gesto, il colpo che vanno oltre la misura del prevedibile compiendo ancora una volta la magia dell’impossibile, riscatta tutto nella fusione perfetta della tecnica con l’estetica, fino all’esultanza per il superamento del limite. 

Vale per ogni sport, e ogni volta spiega la dimensione sociale del fenomeno, dal calcio come ossessione ormai globale, al tennis che negli gli studi del sommo Clerici riscopre in Francia gli antenati del XII secolo nel gioco della paume con le mani, coperte dai guanti bianchi, o nell’ Enrico V di Shakespeare, dove si parla di “palle da tennis” per la prima volta. O nella morale del rugby, definito dagli inglesi l’unico modo onorevole di essere violenti. O nell’epopea del ciclismo, riassunta nel Tour cantato da Gianni Mura, compendio di natura, fatica, paesaggio, salite, lavanda, talento, fino a far dire a Marc Augé che il Tour, in realtà, è un villaggio che viaggia. 

C’è in più la funzione mimetica dello sport, che pesca nel nostro deposito ancestrale di suggestioni per trasfigurare l’attrazione eterna per la violenza dei riti in una moderna liturgia simbolica. Che però riesce a mantenere tutta la potenza ordalica del duello, perchèimpegna ugualmente corpo, mente, nervi, coraggio e astuzia, così come Conrad pretendeva dai duellanti “abilità, bravura, vigore, risolutezza”. Dante aggiunge che gli avversari, nel duello, “devono scendere in campo non per odio né per amore, ma di comune accordo”. E introduce così un elemento specifico della contesa sportiva: la lotta dentro le norme, la capacità dei contendenti di autoregolarsi mentre cercano di superarsi. In questo lo sport è addirittura pedagogico, oggi come ieri, in quanto insegna che non tutto è possibile, nemmeno nel gioco, distingue il lecito dall’illecito, pretende la disciplina della forza, impone un arbitrato terzo per regolamentare il conflitto. 

Perché abbiamo bisogno di tutto questo, perché lo cerchiamo nello sport, perché gli attribuiamo un significato così generale, trasformando le sconfitte in proteste sociali, le scelte tecniche in dibattiti culturali, le mosse tattiche in concetti strategici? Probabilmente replichiamo nella modernità motivi custoditi nella memoria dei nostri istinti, rimessi in circuito dai rituali degli attori (Desmond Morris ha contato 28 diversi tipi di esultanza per un goal) che chiedono una risposta-adesione ritualizzata ai tifosi: trasformandoli da semplici spettatori a fedeli co-celebranti dello stesso culto che si sacralizza in campo, con gli elementi di ogni passione privata vissuta in pubblico, cioè la gioia e la sofferenza. Perché l’altra lezione dello sport è la sconfitta, l’insegnamento che non si può vincere sempre, perché il gioco è davvero tale se il risultato è ogni volta indeterminato, e tutto può davvero accadere. 

Ecco perché l’epopea sportiva, come ha detto Roland Barthes, esprime “quel momento fragile della storia in cui l’uomo, anche maldestro e gabbato attraverso favole impure, intuisce ugualmente un perfetto adeguamento tra sé, la comunità e l’universo”. Capita nelle giornate eccezionali, quando la Nazionale di calcio lotta e vince la finale, Coppi stacca tutti sulla salita decisiva, la Ferrari taglia il traguardo per prima, Berrettini si gioca fino in fondo la chance a Wimbledon. Qui scopriamo il potere ideologico dello sport, che influenza il sentimento collettivo del Paese: anzi, certifica un’appartenenza, costituisce un’identità, genera un’unità che non è tra diversi (come nelle intese politiche d’emergenza) ma tra uguali, qualunque sia la loro condizione, la provenienza, il sistema di idee. In questo senso l’evento sportivo supremo, come abbiamo visto ieri, diventa addirittura costitutivo dell’idea di nazione che la politica fatica a testimoniare, accontentandosi in una sua parte di pervertirla nel nazionalismo. Una fiammata collettiva di passione italiana, dopo il grande interdetto che ci ha distanziati per due anni l’uno dall’altro, come se la salvezza fosse soltanto individuale. Una fiammata sincera ma fugace: perché nello sport anche il più grande trionfo è effimero, e da domani tutta la posta ritorna in gioco. 

La Repubblica, 12 luglio 2021

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