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domenica 18 luglio 2021

G8 GENOVA - VENT’ANNI DOPO


LA MORTE DI CARLO GIULIANI IN PIAZZA ALIMONDA, LE TORTURE NELLA CASERMA DI BOLZANETO, LA MACELLERIA DELLA SCUOLA DIAZ VENT’ANNI DOPO, ECCO COSA RESTA DEI GIORNI DI UN G8 CHE SEGNARONO LA COSCIENZA DEL PAESE E IL DESTINO POLITICO DI UNA GENERAZIONE

La lezione di Genova

di EZIO MAURO

Manca il buio, vent’anni dopo. Via Cesare Battisti è addormentata come allora, deserta e silenziosa un minuto prima di mezzanotte, l’ora esatta in cui scattò l’assalto. Quattro lampioni alti e freddi dall’altro lato della strada illuminano la scena per sempre tragica della Diaz, il palazzone grigio sbarrato con le tre bandiere flosce a destra, la scritta della sua età in rilievo a sinistra — AD 1934 — un solo riverbero di luce fioca al primo piano, dal vuoto di qualche corridoio. Arrivarono a fari spenti, dopo aver isolato via Battisti dal traffico cittadino, a centocinquanta metri l’ordine fece scattare il passo di corsa. Mark Covell, inviato di "Indymedia", era sceso a fumare in strada. Lo intrappolarono con gli scudi, lo spinsero contro il muro, lo colpirono ai fianchi coi manganelli e alla testa coi calci finché svenne rimanendo venti minuti steso a terra mentre la truppa gli sfilava accanto per entrare nella scuola. Il cancello, dove oggi è appeso l’annuncio di un ingegnere che si propone per lezioni private di fisica e matematica, con una laurea da 110 e lode, era sbarrato, ma un blindato si lanciò contro, facendolo saltare. Le tre porte d’ingresso sono ancora quelle, sempre di legno verde. Le sfondarono con due grida di avvertimento, "Polizia, Polizia".

Erano già dentro, proprio qui, con i caschi e gli scudi, stavano alzando i manganelli per colpire, e cominciare quel lavoro che la Corte europea dei diritti dell’uomo definirà "punitivo, vendicativo e diretto all’umiliazione e alla sofferenza fisica e mentale delle vittime". La Corte di Strasburgo userà una parola precisa: "tortura". È questo che è successo a Genova in una normale notte italiana con aria di pioggia, l’impronta del sale e del libeccio, nell’estate tranquilla del 2001 che non sapeva ancora di finire con due aerei conficcati nelle torri di New York, mentre cambiava il mondo. 

Al contrario, l’Italia a prima vista sembrava quella di sempre. La protesta per la fiorentina messa al bando per "Mucca pazza", le ruspe che demoliscono sei costruzioni abusive nella Valle dei templi, Ciampi che scioglie le Camere, la salma di Cuccia trafugata al cimitero di Meina, lo scudetto alla Roma, mentre Berlusconi vince le elezioni, Nanni Moretti conquista la Palma d’oro a Cannes e finalmente arriva la sentenza su piazza Fontana, trentadue anni dopo la bomba. Ma un’altra bomba, sociale, è sospesa su Genova. Gli otto "Grandi" si riuniscono a Palazzo Ducale, attorno si rinchiude la Zona Rossa con misure straordinarie di isolamento e di sorveglianza. Fuori, la galassia no global col suo antagonismo, le ragioni dell’altra parte del mondo, un movimento fatto di mille organizzazioni di 50 Paesi, le Tute Bianche dei centri sociali che "dichiarano guerra ai potenti dell’ingiustizia" e le frange violente che nessuno comanda e nessuno controlla, quei Black Bloc tutti vestiti di nero pronti a attaccare e scomparire, a radunarsi sotto i tunnel per uscire a assaltare negozi, sfondare vetrine, incendiare i punti bancomat, attaccare i supermercati. 

Con i leader dei Paesi più important i del mondo in città, la tensione è altissima, il clima elettrico, l’ansia fabbrica presagi apocalittici. Si sorvegliano gli acquedotti, perché si teme un inquinamento mirato, si vigila sul materiale radioattivo negli ospedali per la paura di furti organizzati, si installano le batterie antimissili a protezione dell’aeroporto, si chiude lo spazio aereo su Genova, mentre segretamente (ma i medici li hanno visti) sono arrivati centinaia di sacchi militari per cadaveri, e una camera mortuaria d’emergenza è allestita all’ospedale San Martino. Un’ordinanza del questore avverte che i manifestanti potrebbero sequestrare funzionari di polizia per tenerli in ostaggio, ipotizza addirittura un attacco dal cielo, magari con palloncini no global pieni di sangue infetto, come dice qualcuno, o silenziosamente con i deltaplani. Sembra che proprio qui, e proprio adesso, si debba risolvere lo scontro decisivo tra la parte ricca e quella povera del mondo, anche se il presidente americano Bush non riconosce ai no global il diritto di rappresentare la disperazione dei diseredati, e il movimento — che ha per portavoce il medico Vittorio Agnoletto, di 43 anni — contesta ai "Grandi" il diritto di decidere a nome del pianeta. Una delegittimazione reciproca totale spacca in due la città, una sfiducia ideologica rifiuta e boicotta ogni progetto di governo mondiale dei fronti di crisi, una criminalizzazione preventiva, anch’essa ideologica, circonda l’intero universo no global spingendolo alla deriva, e non solo chi inscena la violenza e la porta per strada. È come se a Genova l’emergenza fosse dichiarata prima di incominciare, in una profezia politica che sembra una maledizione e sovraesponegli attori in campo caricandoli d’eccitazione caotica, nell’attesa diqualcosa di eccezionale, che dovrà comunque avvenire. 

Bisognerebbe che le polizie fossero riparate da questa tempesta ideologica ed emotiva, visto che devono stare sul terreno a tutelare l’ordine, per tutti, garantendo l’agibilità della democrazia, quell’uso pratico e materiale dello spazio di libertà da parte dei soggetti protagonisti che è la qualità della civiltà occidentale, perché favorisce l’inclusione e la cittadinanza. E invece le polizie sbandano, diventano una parte in causa, si comportano come se non avessero l’ordine repubblicano da proteggere ma conti privati da regolare. Non sono militari sotto pressione che perdono la testa, mele marce impazzite che derogano agli ordini ricevuti e alle regole d’ingaggio, senza più controllare l’uso della forza, stravolto nell’abuso improvvisato sul campo. Al contrario: qui gli ordini sono precisi e gli agenti — 4000 carabinieri, 5000 poliziotti, 1200 uomini della Finanza — sono guidati da alti ufficiali scesi sul campo coi reparti speciali, la vecchia Celere di Roma trasformata in Squadra Antisommossa agli ordini di Canterini, l’Antiterrorismo con La Barbera, lo Sco di Gratteri, la Digos genovese. E in cima alla catena di comando Ansoino Andreassi, vice del Capodella polizia De Gennaro. 


Dentro la Diaz è già notte. Un temporale violento aveva chiuso i campeggi consigliando al Comune di aprire la scuola ai manifestanti per dormire dopo i cortei. Molti sono già nel sacco a pelo steso sul pavimento di legno, un francese sta cercando un taccuino nello zaino, altri stanno facendo la fila per il bagno, bisogna cambiarsi, sistemare i fagotti, è l’ultima notte e domani si parte. La palestra è un accampamento con un centinaio di persone quando l’urto sordo del blindato contro il cancello semina l’allarme, non si vede fuori ma è chiaro che è un attacco, in due spingono quattro banchi contro la porta. Verranno rovesciati in un attimo dagli uomini che sono entrati, e stanno già calando la visiera del casco, corrono verso i ragazzi all’impazzata. Qui dentro non tutti sono giovani. Arnaldo Cestaro ha 62 anni, è arrivato a Genova da Bologna coi suoi baffi e il fazzoletto rosso al collo, quando i suoi amici sono ripartiti lui non sapeva dove dormire, gli hanno indicato la scuola. Si era appena coricato sopra una coperta stesa a terra. Non capisce cosa succede ma vede all’opera i manganelli "tonfa", un’arma da combattimento, e d’istinto si siede sul pavimento con le mani alzate sopra la testa, un gesto istintivo di difesa e di inermità. Non serve a niente, in un attimo sono davanti a lui, lo pestano sul cranio, sulle braccia, sulle gambe, gli fratturano l’ulna destra, lo stiloide, il perone e le costole. Urla, vede il sangue, non può alzarsi e chiede aiuto: gli agenti stanno già massacrando gli altri. Picchiano, bastonano, colpiscono coi calci, insultano. Adesso è un inferno con la luce accesa. 

Ma cos’è successo per scatenare quella furia? Dopo che i Black Bloc sono sembrati padroni della città, devastata dai loro assalti e dagli scontri che hanno paralizzato nella paura il centro di Genova, la polizia vuole recuperare non solo il controllo ma un ruolo e una funzione, anche rispetto ai carabinieri, vuole dimostrare che è tornata padrona della piazza. Tutto è successo venerdì 20 luglio, santa Margherita, il giorno di fuoco. Preceduti dall’avviso del tamburo che ritma gli attacchi, gli uomini in nero assaltano due banche, poi attaccano il carcere di Marassi, e puntano tre commissariati di polizia. Quando sbucano in via Tolemaide scatenano incidenti col corteo delle "Tute Bianche", che 200 carabinieri vogliono disperdere con i lacrimogeni anche se è autorizzato, gonfiando di fumo e di gas il dedalo di strade in un preavviso angosciante per la città impaurita. Sirene, barricate, un blindato che brucia, passanti intossicati, gli scontri che si disperdono e si moltiplicano tutt’attorno, per rilanciarsi in via Barabino e in piazza Manin, in una città che si rinchiude. 

Finché tutto precipita nella rotonda di piazza Alimonda, davanti alla chiesa di Nostra Signora del Rimedio, dove ha officiato per 84 anni la confraternita dell’Angelo Custode. Carlo Giuliani ha 23 anni, una canottiera bianca e un passamontagna blu, era in piazza Manin, poi in via Tolemaide, i lacrimogeni lo hanno fatto rinculare, i manganelli lo convincono ad attraversare correndo la nuvola di gas e finisce qui, di fronte all’Angelo. Dove sta giungendo anche Mario Placanica, 20 anni, carabiniere. Dopo gli scontri i cento uomini dei reparti arretrano, il contingente viene posizionato in via Caffa, con due Land Rover alle spalle. Placanica ha sparato i lacrimogeni col fucile, ha respirato fumo, gli occhi bruciano e piangono, la maschera sembra soffocare invece di proteggere. Vomita. Sale sul defender guidato da Filippo Cavataio, poliziotto in ferma biennale. Si raccolgono venti manifestanti, si avvicinano alle due macchine, una riesce ad andarsene, l’altra è appoggiata a un cassonetto dell’immondizia ribaltato a terra, non può più muoversi. I manifestanti lanciano pietre, il vetro posteriore della Land Rover salta. Placanica urla all’autista, «scappa, ci stanno ammazzando», poi si accucciano tutti e due. Un ragazzo col casco giallo raccoglie a terra un estintore, lo getta contro il finestrino posteriore del defender, dove rimbalza e rotola cinque metri più in là. È a questo punto che Carlo Giuliani si china, prende in mano l’estintore arancione, lo solleva sopra la testa, alza lo sguardo verso la jeep, è a sette metri, poi quattro: ed è lo stesso attimo in cui dal buco del lunotto sfasciato spunta una mano con una pistola puntata in orizzontale. Sono di fronte. Il ragazzo col casco dice di aver sentito un urlo dal defender: «Bastardi comunisti, vi ammazzo». Placanica ha già messo il colpo in canna alla pistola presa dalla fondina legata alla coscia, ha tolto la sicura. Spara. Due secondi e spara ancora. Spiegherà che voleva solo spaventare. Ma Carlo Giuliani al primo colpo si avvita su se stesso, crolla piegandosi sul fianco, rotola a un metro dalla ruota posteriore della jeep. Ha un foro sotto l’occhio sinistro. L’auto riaccende il motore, ha fretta: passa sul corpo del ragazzo con la ruota posteriore sinistra, poi lo schiaccia di nuovo ripartendo in avanti. Ristagnano ancora nell’aria i resti della nuvola di gas, che ha avviluppato tutto. 

Ma restano anche due fotografie che mi mostra Giuliano Giuliani, il padre di Carlo, nel salotto della casa sotto la collina Righi da dove si vede il mare. Qui suo figlio è cresciuto, ha giocato, ha studiato, è diventato adulto, fino ad andare a vivere da solo e poi a morire in piazza Alimonda. Le fotografie sono frammenti successivi di un filmato, subito dopo gli spari: «In questa, che è la prima, si vede un accendino accanto alla testa di Carlo, e un metro e mezzo a sinistra una pietra appuntita. Ma guardiamo la seconda, subito dopo: la pietra che prima era distante adesso è accanto alla sua testa, ed è macchiata di sangue. E ora c’è una ferita evidente sulla fronte di Carlo. È un disgustoso tentativo di depistaggio, a cui i giudici hanno finto vergognosamente di credere, sulla scia del vicequestore di Genova, Adriano Lauro, che ha inseguito un manifestante in piazza Alimonda, urlando: "Tu lo hai ucciso, bastardo, col tuo sasso lo hai ucciso, pezzo di merda, col tuo sasso". Cosa penso? La colpa di quel che è successo non è di Placanica, coi suoi vent’anni, e naturalmente non è di Carlo. L’estintore? Credo che lo volesse lanciarecontro la jeep, ma aveva visto la pistola armata e puntata verso di lui. Ha sparato ad altezza d’uomo. Poi i carabinieri fanno scempio della fronte di Carlo per deviare la responsabilità della sua uccisione dalla pistola di Placanica al sasso dei manifestanti. Ma il passamontagna che ci hanno riconsegnato è intatto: un falso organizzato, massacrando un cadavere ». 

Tutto questo — con i duecento feriti nei due giorni, i cento arrestati — entra per forza di cose nella Diaz, trasportato dalla rabbia dei ragazzi e da un’altra rabbia, di segno diverso, dei poliziotti. Ai parlamentari che sono corsi di notte in via Battisti, insieme col portavoce del Genova Social Forum Agnoletto, i funzionari dicono che nessuno può passare, perché è in corso una perquisizione. Ma dentro non stanno chiedendo i documenti. Calci, sputi, manganelli. Sono entrati poliziotti, carabinieri, uomini della Mobile, quelli del’Antisommossa, le nuove unità speciali create — spiegherà il prefetto — con pattuglie miste per passare a un’azione "più incisiva" chiesta dal Capo della polizia, fare arresti, cancellare l’impressione della città che le forze dell’ordine non avessero reagito davanti ai saccheggi e alle devastazioni, e soprattutto che non avessero contrastato i Black Bloc. Gli agenti sono cinquecento, coi fazzoletti che coprono il volto. Fanno sedere a terra 93 persone che hanno trovato dentro la palestra, ordinano di mettersi con la schiena contro il muro. Una squadra sale al primo piano e sul pianerottolo trova Melanie Jonasch, tedesca, 28 anni. Alza subito le mani, il manganello la colpisce sulle braccia, sulla testa, la getta a terra dove la prendono a calci, sbattendola col capo contro un armadio, finché sviene. Sotto è una furia: altri calci, manganellate, pugni, urla e minacce. Un inglese solleva la carta d’identità, ma non serve a risparmiarlo, due ragazze si abbracciano piangendo, un’altra implora: "No violence". I manganelli passano da uno all’altro, bastonano tutto quel che trovano, ritornano. Gli agenti continuano a gridare ai ragazzi che devono stare a terra. Ecco il sangue, comincia a macchiare il pavimento, i muri, i termosifoni dove si appoggiano le braccia e le teste pestate. Qualcuno riesce a trascinarsi nei bagni. Oggi che la Diaz è chiusa sono vuoti, puliti, silenziosi, si attraversa l’anticamera con l’odore di scuola e i tubi a vista, si apre la porta, c’è il lungo lavabo orizzontale con tre rubinetti. Si riempie in fretta di sangue, quella notte. I ragazzi lavano le ferite, guardano allo specchio i segni delle bastonate sul corpo, piangono per il dolore dei colpi. Ma gli agenti arrivano fin qui, aprono il ripostiglio a destra, spalancano le porte sui water, tirano fuori i feriti, li colpiscono ancora, li spingono verso la palestra che è diventata il palcoscenico dell’orrore, trascinano una ragazza per i capelli. Domando a Lorenzo Guadagnucci, giornalista del 

che era a Genova per studiare il movimento, di ricordare l’inizio dell’attacco. «Volevo scrivere un libro, ero arrivato qui per capire, quel mattino avevo lasciato il mio zaino alla scuola Pascoli, il palazzo di fronte alla Diaz, dove c’era il mediacenter del Social Forum, ed ero entrato da poco nella palestra per dormire. Avevo steso il sacco a pelo in un angolo dove c’era posto, a sinistra. Sono entrati urlando, hanno cominciato subito a picchiare, vecchi, giovani, donne, uomini. La ragazza alla mia destra riceve un calcio in faccia, mi sto chinando per aiutarla ma si buttano addosso a me in due, devo rannicchiarmi con la testa sulle ginocchia e le mani che tentano di proteggere la nuca, perché il manganello colpisce dovunque. Sono passati e io mi sento spezzato, non riesco a muovermi, ho gli occhiali storti, ma sono riuscito a salvarli. Ho il braccio scarnificato, gonfio come una palla, si vede l’osso. Guardo quel che posso intorno a me, sangue, pianti, urla, lamenti, la ragazza a destra si nasconde nell’abbraccio con un’amica, si tocca le ferite aperte. Ma stanno tornando. Il primo che mi ha colpito mi passa davanti e va oltre, il secondo ha la camicia bianca con la scritta "Polizia", è quello che mi ha massacrato il braccio, ricomincia a picchiare, schiena, fianchi, testa, mentre provo a nascondere il braccio ferito. Temo che stia usando un manganello elettrico. Non ragiono, l’istinto e il dolore mi fanno guardare la porta, l’unica speranza di salvezza. Devo uscire. Non penso a nient’altro». 

Il serpente comincia a mordersi la coda. Il blitz non trova Black Bloc. Allora si decide l’arresto collettivo di tutte e 93 le persone che erano dentro la Diaz al momento dell’assalto: l’accusa è di associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio, detenzione abusiva di armi da guerra, resistenza aggravata alle forze dell’ordine. Un’incriminazione di massa cala sull’intero movimento, trasformato in un’associazione criminosa. Si tratta di giustificare l’attacco alla scuola, l’accanimento degli agenti, la perquisizione trasformata nel recinto di una mattanza. Il mattino dopo la questura di Genova spiega che l’operazione è scattata dopo che dalle finestre della Diaz i no global «avevano bersagliato le pattuglie di polizia con lancio di bottiglie e pietre», e aggiunge che dei 93 giovani arrestati 61 presentano «evidenti e pregresse contusioni e ferite». Nella scuola «sono state sequestrate armi e oggetti da offesa che ricollegano il gruppo di giovani alle violenze scatenate dai Black Bloc». Infine l’accusa più grave: «All’atto dell’irruzione uno degli occupanti ha colpito con un coltello un agente di polizia che non ha riportato lesioni perché coperto da un corpetto». Le armi da guerra vengono esibite ai giornalisti durante la conferenza stampa col portavoce della polizia: sono due bottiglie molotov, una con l’etichetta dell’Ana, l’Associazione Nazionale Alpini. 

Ma la spiegazione ufficiale delle cause, degli obiettivi e delle ragioni del blitz non regge. Gli arresti non vengono convalidati. I ragazzi del mediacenter hanno filmato la facciata della Diaz, certificando che non c’è stato un attacco no global alle pattuglie. I medici e gli infermieri che hanno soccorso i feriti e li hanno accolti al pronto soccorso spiegano che le lesioni non sono "pregresse", ma nuovissime: sono il risultato dell’attacco alla palestra. 

I procedimenti penali contro i manifestanti accampati nella scuola e accusati di associazione per delinquere finiscono con l’assoluzione. Con molti tentennamenti, sotto la spinta dei magistrati più giovani, la Procura di Genova ribalta lo schema di lavoro sul G8, aprendo un’inchiesta sull’irruzione nella scuola e sui comportamenti degli agenti nelle due ore della "perquisizione". Dopo tre anni di indagine a fine 2004 vengono rinviati a giudizio 28 funzionari, dirigenti e agenti delle polizie impegnati nell’operazione. La sentenza di primo grado sanziona 12 tra gli imputati, uno per il delitto di falso, tre per calunnia, dieci per le lesioni, due per porto abusivo di armi da guerra. Il tribunale ritiene che alla Diaz sia stata violata non solo la legge ma «ogni principio di umanità e di rispetto della persona, perchè la forza può essere usata dalle forze dell’ordine solo per vincere una resistenza violenta che si oppone alla loro azione, e sempre adottando un criterio di proporzione». Regole completamente saltate alla Diaz, tanto che il verbale dell’operazione dovette essere redatto «con una descrizione dei fatti non corrispondente al vero». 

Ma è la Corte d’Appello che nel 2010 va al cuore del blitz, rivelando la sua natura. Prima di tutto secondo i giudici l’operazione non voleva identificare i Black Bloc, ma si poneva altri obiettivi, gli agenti erano armati "pesantemente" e già fuori dalla scuola decidevano di attaccare persone che non mostravano il minimo segno di resistenza, mentre non avevano nemmeno cercato di farsi aprire pacificamente la porta spiegando che si trattava di una perquisizione inoffensiva. Dentro la Diaz i poliziotti hanno aggredito i ragazzi del movimento «in maniera crudele e sadica, anche con manganelli non regolamentari». Le tracce di sangue nella palestra, nei corridoi e nei bagni «erano fresche, risultato di queste violenze e non degli scontri e dei saccheggi dei giorni precedenti, come sostiene una tesi vergognosa». Ecco lo scopo dell’irruzione secondo la Corte: «Eseguire numerosi arresti, anche in mancanza di finalità di ordine giudiziario, in quanto era essenziale porre rimedio all’immagine di una polizia percepita come impotente». Per giustificare l’azione «sono stati attribuiti agli occupanti delitti che non hanno commesso»: non è vero che hanno resistito alle polizie, non è vero che hanno lanciato oggetti mentre gli agenti erano nel cortile, e soprattutto l’aggressione a un poliziotto col coltello è «un’impudente messa in scena» come l’esibizione delle due molotov: i più alti funzionari delle forze dell’ordine «hanno deciso di sistemare dentro la scuola le due bottiglie incendiarie trovate altrove nel pomeriggio per giustificare gli arresti». Che essendo privi di base fattuale e giuridica per la Corte sono illegali. Due anni dopo la Cassazione conferma il giudizio e sostiene che «le violenze usate dalla polizia nell’intervento alla Diaz sono state di una gravità inusitata, contro persone disarmate, dormienti o sedute con le mani alzate, dunque esercitate con finalità punitiva e vendicativa», come una vera e propria tortura. 

È questo il quadro che si trova di fronte il dottor Paolo Cremonesi, 42 anni, mentre nella sua tuta rossa del soccorso sanitario, sotto il caschetto bianco con la croce rossa sta entrando nella palestra della Diaz a mezzanotte e mezza di quel sabato. Oggi è primario al Galliera, non ha mai più voluto rimettere piede nella scuola, ci torniamo insieme per la sua prima volta. «Ero distaccato sull’automedica dall’ospedale di Voltri, con l’autista e l’infermiere Lando Vignon. In quel momento eravamo scesi alla stazione di Brignole, per una crisi asmatica, il G8 era finito, la notte sembrava finalmente tranquilla. La radio appesa al braccio mi cerca, mi manda alla scuola Diaz in via Battisti, è successo qualcosa, ci chiamano con urgenza. Arriviamo, strade bloccate, blindati. Scendiamo con gli zaini del pronto soccorso, le stecche per immobilizzare le fratture. "Quante ne vuoi?", "Prendile tutte, non si sa mai". Entriamo in una confusione terribile, urla e lamenti, imprecazioni, ci sono cento ragazzi più la polizia. Guardo, e quel che vedo è da emergenza assoluta. Divido chi non ha ferite, — chiedendo di andare giù in fondo, vicino agli attrezzi — da chi sta male, sanguina, non può muoversi, chiedo di raccogliere quattro sacchi a pelo e di stenderli a terra, per far coricare i più gravi e visitarli subito. Con gli stranieri parlo inglese, un ragazzo inglese traduce in spagnolo. C’è ancora molta tensione, gli agenti mi dicono due o tre volte di stare attento ai no global, potrebbero avere coltelli o forbici nei loro zaini, l’elicottero che si abbassa sul tetto della scuola col suo rumore fortissimo e un faro potente che passa sulle finestre sciabolando di continuo accresce la confusione e l’ansia. Dico a tutti che sono un medico civile, spiego che andranno in ospedale, usciranno. Mando i primi feriti al pronto soccorso, finiamo le lettighe, usiamo i sacchi a pelo per trasportarli. Trovo traumi, gonfiori, lividi dappertutto, ferite da taglio, braccia rotte, una mandibola saltata, fratture alle gambe, mani spezzate. Finiamo presto le stecche, l’infermiere taglia a strisce il cartone di due scatoloni, andiamo avanti. L’ultimo braccio traumatizzato, con un taglio fino all’osso, lo immobilizzo con un quaderno a quadretti dalla copertina rigida. Non ho più niente, usciamo. Il giorno prima avevo visto Carlo Giuliani steso morto per strada, coi segni dei pneumatici addosso, quella notte ho visto il resto. Per me il G8 si apre e si chiude così ». Come in una staffetta della vergogna, anche nel carcere di Bolzaneto dove vengono portati i manifestanti arrestati si esce per tre giorni dalla Costituzione, dallo stato di diritto, dal sentimento di umanità. Pestaggi in cella, un rito di benvenuto che prevede 10, 12 contro uno in un corridoio umano di botte e colpi proibiti, punizioni arbitrarie, insulti, irrisioni, dominio. Ogni regola è saltata: schiaffi, pugni, calci, minacce, sputi accompagnati da oltraggi sessuali alle donne («puttana», «troia», «che bel culo», «stasera vi scoperemo tutte»), da violenze vere e proprie. Detenute costrette a spogliarsi, a ubbidire nude agli esercizi di divertimento delle guardie, obbligate a rimuoversi i piercing, anche dalle parti intime con le pinze, davanti agli agenti. Pulsioni omofobe, con l’ordine ai prigionieri di muovere il pene a comando, bastoni di ferro mostrati con la minaccia di «infilarveli in culo», insulti ripetuti, «siete gay e comunisti», anzi «froci, ebrei, omosessuali, comunisti e merdosi». Ossessioni fasciste ricorrenti: «Heil Hitler», «Un, due, tre, viva Pinochet», «Mussolini olè», «Chiedi aiuto a Che Guevara». Rivendicazioni della morte di Giuliani: «Uno di meno, siete uno di meno». Visi di donne infilati nel buco del cesso alla turca, ragazzi comandati a eseguire manovre umilianti in cella, nudi, mentre un agente con la coda di cavallo passa a salutarli con il segno della croce, come una minaccia finale. È un rituale che coinvolge medici e infermieri, finché qualcuno si ribella e racconta, come Mario Poggi che lavora in ospedale a Bologna ma in quei giorni ha accettato la proposta di un’esperienza da infermiere a Bolzaneto. Sarà testimone volontario per un processo che in appello riconosce la colpa di 41 imputati per 120 capi d’imputazione. La Cassazione nel 2013 bolla Bolzaneto definitivamente: «Il richiamo a regimi di sterminio e di razzismo è il più infimo grado di abiezione di cui può macchiarsi un pubblico ufficiale, che ha giurato fedeltà alla Costituzione repubblicana». 

Ci sono dunque tutti gli ingredienti della grande trasgressione, riuniti per un weekend maledetto a Genova, Italia. Ancora una volta la bellezza custodita delle nostre città, la cultura e l’arte, la civiltà costituzionale europea non bastano a salvarci, non ci preservano dal disumano che cresce insieme con noi, in agguato oggi come ieri. L’Austria protesta ufficialmente, il 

denuncia i comportamenti "da dittatura del terzo mondo", il Pse chiede un’inchiesta europea, il governo tedesco dice che la polizia italiana ha violato lo Stato di diritto. Com’è possibile questa variabile organizzata della devianza, quale clima l’ha favorita, dove pensava di arrivare? E cosa resta oltre all’orrore, qual è il suo significato? In una sera genovese prossima all’anniversario, in un angolo della città indaffarata ma tranquilla, lo chiedo a Enrico Zucca, il procuratore generale che ha ancora negli occhi lo stupore per quel che ha scoperto passo dopo passo nell’inchiesta, e ha denunciato come pubblico ministero al processo: per poi ottenere giustizia sul suo schema d’accusa, alla fine di un percorso circondato da mille ostacoli, avvertimenti, minacce, titubanze, proposte di accordi indecenti sottobanco, intimidazioni, boicottaggi e il biasimo sussurrato per aver rotto il patto istituzionale di establishment, portando alla sbarra le polizie, proprio nella Superba. 

«Quel che abbiamo visto è un’autonomizzazione degli obiettivi della polizia, rispetto alle finalità costituzionali del vivere insieme — spiega Zucca — . Voglio dire che improvvisamente la polizia esorbita dai suoi compiti e dai suoi limiti, utilizzando una forza primitiva, vendicativa, ritorsiva, con lo scopo della rappresaglia e la volontà di dimostrare ad ogni costo la continuità tra il Genova Social Forum e le frange estremiste. Ad ogni costo: tant’è vero che due terzi dei 320 arresti sono stati invalidati, non avevano nessuna motivazione. Ma la polizia in quei giorni non si assegna il compito civico e responsabile di vigilare e controllare, bensì di reprimere e punire, non pensa a contenere, ma a attaccare. È come se dicesse: adesso dobbiamo toglierci i guanti, cambiare registro, andare sul lato oscuro, usare uno strumentario d’eccezione organizzando arresti di massa, ricorrendo alla tortura, falsificando le prove. Lo hanno fatto, rifiutandosi poi di collaborare con la magistratura consegnando nomi e fotografie dei colpevoli, in un’omertà di corpo incomprensibile in una democrazia». E i poliziotti, cos’hanno da dire, pensando anche a Cucchi e a Santa Maria Capua Vetere? Nel 2008, dopo la sentenza di primo grado per la Diaz, 

Repubblica 

rende nota una lettera del capo della mobile di Roma Canterini agli agenti del suo reparto: «Io e voi sappiamo cosa è successo, ci siamo guardati negli occhi e guardandoci abbiamo capito quanto fosse alta la nostra professionalità e quanto il cameratismo e la dignità di ognuno si riflettesse nello sguardo di tutti. Coraggio ragazzi, ancora non ci hanno messi a terra. Il vostro Comandante vi è vicino e indossa il casco insieme a voi». Sei anni dopo, appena approvata la legge sulla tortura, l’agente Fabio Tortosa firma un post su Facebook: «Io ero quella notte alla Diaz, io ci rientrerei mille volte. Lo sappiamo, ci hanno inculato, ma che importa? Quel che volevamo non era gloria, ma contrapporci con forza, con giovane vigoria, con entusiasmo cameratesco a chi aveva impunemente dichiarato guerra all’Italia, un Paese che mi ha tradito ma che mai tradirò». Poi, nel luglio 2017, in un’intervista a Carlo Bonini su 

il capo della polizia Franco Gabrielli ammette che chiedere scusa per la Diaz e Bolzaneto non basta: «Lo dico chiaro, ci fu tortura. Tortura. E una caserma di polizia si trasformò in un garage Olimpo. Ed è falso, sottolineo falso, che nell’accertamento della verità giudiziaria sui fatti di Genova abbia influito una magistratura ideologizzata». 

Com Massimo Calandri, che mi guida a Genova nella memoria del G8, passiamo ancora una volta davanti alle colonne della questura, al palazzo di Giustizia, poi in via Tolemaide, di nuovo in piazza Alimonda e torniamo alla Diaz, il simbolo di tutto. E soprattutto della fragilità della democrazia, del suo testacoda avvenuto proprio in una scuola, lo spazio del sapere, della crescita nella conoscenza, ma anche il luogo di trasmissione della coscienza civile, della cittadinanza. Torno nella palestra col preside, Alessandro Cavanna, camminiamo da un lato all’altro, dal quadro svedese all’asse di equilibrio, su quello stesso parquet di allora: quando lo sollevarono per una ristrutturazione, mi dice, sotto c’erano le chiazze di sangue rappreso. Oggi al tabellone d’ingresso sono appesi i risultati degli esami di maturità delle quinte, la A, la C, la E, la F, tutto sembra tornato normale, l’incubo è lontano. Ma fuori un uomo anziano si è fermato sul marciapiede a guardare i fotografi e gli operatori che inquadrano la facciata con la scritta Diaz, conosciuta in tutto il mondo. «In questi giorni — dice — mi sembra quasi di risentire l’odore dei lacrimogeni ». È una memoria che sta nei sensi della città, sul suo corpo,sotto la pelle. Vent’anni dopo, è impossibile dimenticare.

La Repubblica, 18 luglio 2021

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