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domenica 23 maggio 2021

Ecco perché boss e mandanti dovevano fermare Falcone a tutti i costi

Il boss mafioso Totò Riina

di ENRICO BELLAVIA
L’isolamento del giudice e la protervia del Csm in balia delle correnti gli negarono ogni riconoscimento Ma i suoi strumenti di lotta al crimine sono studiati oggi in tutto il mondo
Nel mesto riproporsi degli anniversari, il ricordo vacilla, la memoria cede il passo alla retorica e le distorsioni alimentano la mistificazione. Giovanni Falcone era scomodo allora, come lo è adesso. Santino buono da esporre in processione il 23 di maggio, a patto di rimuoverne la cifra distintiva, quella ostinata navigazione controcorrente nel mare dei pescecani complici del nemico. I suoi detrattori di un tempo conquistano da alcuni lustri la ribalta celebrativa e lo evocano a sproposito.

I modesti epigoni del giudice che ha dato corpo e forma a quella che per comodità chiamiamo la lotta alla mafia corrono a mettersi in posa per ritagliarsi una lama di luce. L’isolamento del giudice, la protervia di un Csm che, allora come oggi, è il concentrato delle nefandezze correntizie delle toghe, gli negò ogni meritato riconoscimento. Che aveva guadagnato sul campo mettendo a punto un metodo d’indagine fatto di riscontri certosini al racconto dei pentiti. Inventandosi un trattamento per i collaboratori di giustizia, escogitando un apparato investigativo interforze in tema di criminalità, la Dia, e una centrale strategica di coordinamento delle inchieste, la Dna. In una dimensione nazionale e sovranazionale di risposta alla sfida criminale.

Strumenti che il mondo viene a studiare, mentre in Italia il declassamento del contrasto alle mafie nella lista delle priorità sembra essere una costante, indifferente agli avvicendamenti governativi.

Emarginato e umiliato, Falcone, già l’anno prima della morte, preferì acquartierarsi nell’avamposto della direzione degli Affari penali del ministero, per prepararsi a sferrare da lì il colpo decisivo a Cosa nostra. Quest’ultima lo intuì prima e meglio della politica che accusò il giudice di essersi riparato sotto il cappello dei partiti. La storia della vendetta per l’esito del maxiprocesso appare ridimensionare il movente della strage. Perché distoglie lo sguardo dal futuro e obbliga a una torsione all’indietro.

L’esito del maxiprocesso in Cassazione, intanto, fu favorevole all’accusa solo perché sottratto alla visione riduttiva e parcellizzata che aveva in Corrado Carnevale l’interprete più ostinato. Espressione di una magistratura accomodante, cavillosa, rassicurante. E fu solo uno dei successi che Falcone ottenne dalla poltrona di via Arenula. Costituiva la premessa per un corpus legislativo avanzato: la Dia soppiantava l’alto commissariato alla lotta alla mafia, la succursale del Sisde, un carrozzone di molte prebende e nessun risultato, e la Dna diventava un vero motore di inchieste capaci di cogliere i nessi al di là dei limiti geografici delle competenze giurisdizionali. Insomma, quel che Falcone avrebbe potuto fare ancora costituiva la vera minaccia, più di quello che aveva già fatto. Fermarlo a ogni costo era una necessità. Ci avevano provato nel 1989 all’Addaura, mobilitando picciotti e uomini degli apparati sui quali c’è ancora tanto da sapere. Prima e dopo cucinarono il piatto della delegittimazione con l’ingrediente del sospetto, dell’ingiuria, dello sfregio. Falcone sceriffo, Falcone vanaglorioso, Falcone che si fa l’attentato da solo. Che muove pentiti con licenza di uccidere. E poi lo spreco dell’aula bunker, la follia di un processo con centinaia di imputati, le sirene e la Palermo militarizzata.

Bastano le collezioni dei giornali per verificare di quale trasformismo siano capaci i maestri del pensiero dominante.

Della sua fine nel cratere di Capaci sappiamo molto ma non tutto. Trentasette mafiosi condannati e altri tre morti prima della sentenza. Sette stragisti rei confessi. Eppure non sappiamo ancora chi dal di dentro soffiò dritte essenziali per la preparazione dell’agguato, chi sottrasse file decisivi dal suo computer. Non sappiamo quali uomini intorno a lui abbiano lavorato per scavargli la fossa. Come e perché gli fosse stato negato un dispositivo prudenziale per il trasferimento da e per l’aeroporto che evitasse il percorso obbligato dell’autostrada, trappola sulla quale gli attentatori almeno da un mese confidavano. Prevedibili gli spostamenti dell’auto blindata, il tragitto e il rallentamento nella semicurva teatro dell’esplosione. Con la luce e di notte, come operai, gli assassini prepararono congegni ed esplosivo per giorni. Nessuno vide nulla, nessuno previde alcunché.

L’unica variante imponderabile la introdusse proprio Falcone, mettendosi alla guida dell’auto e non dietro. Solo per quello il 23 maggio è il giorno della sua morte, della moglie Francesca Morvillo e dei tre uomini della polizia che precedevano la sua auto: Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Vittime non collaterali ma bersagli necessari al piano che doveva segnare il punto di non ritorno nel confronto tra mafia e Stato, nello spazio indicibile in cui gli interessi dell’una e dell’altro coincidevano. In Sicilia e non altrove. Nella terra dove un uomo solo aveva osato sfidare la signoria del potere con l’arma della giustizia.

La Repubblica Palermo, 23 maggio 2021

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