martedì 6 aprile 2021

Ndrangheta, l'esercito dei nuovi pentiti che inchioda la politica in Calabria


di ALESSIA CANDITO
Nelle rivelazioni dei collaboratori il sistema che ha azzerato la democrazia e addomesticato i governi regionali. Uomini delle istituzioni, candidati, piccoli e grandi imprenditori legati ai clan, radicati soprattutto nei partiti di destra
La slavina è iniziata a Reggio Calabria, ma potrebbe travolgere l’intera regione. In poco più di un anno e mezzo, dieci nuovi pentiti si sono presentati di fronte ai pm della procura guidata da Giovanni Bombardieri, disposti a parlare del “sistema” che ha azzerato la democrazia, reso una farsa le elezioni, addomesticato i governi. Uomini delle istituzioni, politici, piccoli e grandi imprenditori, giovani e feroci capoclan, nuove leve. I nuovi collaboratori hanno storie diverse e vengono da mondi diversi, ma tutti stanno facendo tremare la classe politica calabrese in generale e la destra in particolare, che oggi conta su un esercito di più o meno storici campioni di preferenze indagati, arrestati o sotto processo per rapporti con i clan.

I politici sotto inchiesta per i rapporti con i clan
Imputati in diversi processi di mafia sono l’ex senatore Antonio Caridi di Forza Italia, l’ex sottosegretario regionale di An Alberto Sarra, l’ex consigliere regionale Sandro Nicolò di Fdi. Stesso partito dell’ex consigliere regionale Domenico Creazzo, a processo per scambio elettorale politico mafioso, mentre - Giunta per le autorizzazioni permettendo - ha scelto l’abbreviato il senatore di Fi, Marco Siclari. Sotto inchiesta ci sono poi l’assessore regionale Franco Talarico (Udc) finito ai domiciliari per gli accordi pericolosi fatti per ottenere voti a Reggio Calabria, Domenico Tallini, liberato dal Riesame dopo essersi dimesso da presidente del Consiglio regionale, l’ex sindaco di Rosarno, Giuseppe Idà, l’ex candidato della Lega, Antonio Coco. Indagato in un’inchiesta antimafia ma “solo” per aver fatto parte di un cartello di imprese costruito per truccare le gare c’è anche l’unico deputato leghista, Domenico Furgiuele. Ma soprattutto, nuovamente sotto indagine dopo aver quasi finito di scontare una condanna a 4 anni e mezzo per avere truccato i bilanci per coprire un buco da centinaia di milioni nei conti del Comune di Reggio Calabria, c’è l’ex governatore Giuseppe Scopelliti.

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Una carriera tutta a destra - dal Fronte della Gioventù al Pdl, fra i registi dello sbarco della Lega in Calabria - l’ex governatore e sindaco di Reggio per gli inquirenti è il simbolo di un sistema che si ripete, uguale a se stesso o quasi, dal 1970. E non si limita certo ai pacchetti di voti dirottati dalla ‘Ndrangheta su questo o quel candidato, ma ha a che fare con il reclutamento – se non la costruzione – del politico deputato ad intercettarli. Gente come Scopelliti, che per il pentito Consolato Villani “tutta l’Archi – quartiere feudo dei più potenti clan - l’ha preso, l’ha portato al Comune e gli ha detto ‘fai il sindaco’” perché come tale è stato scelto da un’élite che decide le strategie di tutti i clan. E da mezzo secolo detta l’agenda economica, politica e sociale in Calabria e non solo.

Laboratorio Reggio Calabria
Ecco perché conferma oggi il pentito Vecchio – ex assessore comunale, ex pentito, uomo del clan Serraino e massone - “fare Giunta con Scopelliti era una gran presa per il culo. Ci sedevamo, qualcuno ogni tanto dei suoi, del cerchio magico faceva qualche parte, ma era già tutto fatto, preconfezionato”. Dai clan. Con il numero due di quella stagione politica, Alberto Sarra, a fare da garante e paciere quando alcune famiglie storiche si sentivano trascurate dal sindaco che “dava troppo verso i De Stefano”, storico casato mafioso di Reggio Calabria. Risultato, spiega il pentito, “gli hanno tirato le orecchie anche l'altro schieramento, cioè i Condello”. Danneggiamenti ai mezzi delle partecipate del Comune, fischi in piazza. Poi c’è stato un incontro chiarificatore a Roma, dove il clan Alvaro controllava il lussuoso Cafè de Paris, ed è tornata la pace. Quando nel 2007 si è presentato per un secondo mandato, per Scopelliti è stato un plebiscito.

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La politica serve. Per distribuire lavoro e ramazzare lavori, dirottare finanziamenti, gestire consensi, garantire pace o caos sociale. Ma è solo un ingranaggio di un sistema in cui tutto - l’imprenditoria, le istituzioni, la società - si tiene e tutto ruota attorno alla ‘Ndrangheta. Appalti, finanziamenti, posti di lavoro, persino eventi culturali. “Se tu è vent’anni che mangi con loro (i clan ndr) ora perché devi dire che sei che sei estorto?” si arrabbia il boss Pino Liuzzo, pentito dopo oltre trent’anni da capo di una vera e propria “holding criminale” al servizio dei clan, capace di infiltrare il settore dell’edilizia privata reggina grazie alla sua società “Euroedil Sas”. E degli imprenditori della città, afferma, “Il 90% è così”. Maurizio De Carlo, cognato del boss Gino Molinetti “La belva”, ufficialmente era uno di loro, persino in prima fila nelle manifestazioni delle associazioni di categoria. Ma da sempre è stato un “burattino” del clan De Stefano e da collaboratore oggi conferma che a Reggio Calabria lavorare con la ‘Ndrangheta è regola, non eccezione.

Il mercato dei voti
Non si tratta di singoli episodi. O di singoli clan, in grado di arruolare il titolare di piccole e grandi società, pubblici funzionari o un aspirante amministratore. Quello c’è e gli esempi si sprecano. “Così come io avevo dialogato con i Serraino per ottenere voti – spiega il pentito Vecchio – Sandro Nicolò (ex consigliere regionale di Fdi ndr) dialogava con i Libri”. Lo stesso clan - ci si stupiva anche in ambienti di ‘Ndrangheta - che gli ha ammazzato il padre. In fondo è normale, fa capire Vecchio, “chi come me partecipa alla competizione sa bene quali sono gli schieramenti”.

Succede a Reggio Calabria, come a Sant’Eufemia dove l’ex consigliere regionale Domenico Creazzo (Fdi) è riuscito a farsi arrestare ancor prima di essere proclamato per aver venduto il proprio futuro politico agli Alvaro. O poco distante, a Rosarno, dove l’ex sindaco Giuseppe Idà (ex vicesegretario regionale dell’Udc), finito ai domiciliari e poi scarcerato dal Riesame, era tanto legato al clan Pisano da affidare a loro persino il “marketing” elettorale. “Mi ha scritto l'intervento a me Cicciu U Diavulu – lo sentono dire i carabinieri - ce l'ho qua poi ce lo vediamo”. Tutto questo però è solo l’epidermide di un sistema che a monte si regge su decisioni di ‘Ndrangheta. Quella che non si vede, ma governa.
La Repubblica, 6 aprile 2021

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