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domenica, aprile 18, 2021

La memoria. La Spagnola in Sicilia: l’antenata del Covid che spense le città


di AMELIA CRISANTINO
Le epidemie hanno segnato la storia dell’umanità, però solo con la Spagnola si giunse a pensare alla fine del mondo. Tra il primo caso registrato nel marzo 1918 e l’ultimo del marzo 1920 si accumularono milioni di vittime: sembrava un’influenza, poi sopraggiungeva la polmonite acuta e la fine era rapida. Non s’era visto niente di simile dai tempi della peste nera, ma lo stesso i libri di storia su quegli anni quasi non ne parlano. E chissà se il Covid-19 subirà la stessa rimozione.
Nel 1918 la Spagnola si sommava a un’altra catastrofe, si aggiungeva ai lutti portati dalla prima guerra mondiale. Nei due anni dal 1918 al 1920 avrebbe contagiato un essere umano su tre, però nei Paesi belligeranti la censura militare controllava le informazioni e si puntava a rassicurare piuttosto che informare. La Spagna era neutrale, i giornali spagnoli non subivano la censura e l’epidemia finì per chiamarsi " la spagnola", anche se gli indizi suggeriscono che era cominciata nel Texas e lì era rimasta a lungo.

Una volta scoppiata la pandemia la Sicilia si trovò impreparata ad affrontarla, come tutti quanti del resto. Ma nell’Isola stremata dalla guerra pesavano pure le emergenze pregresse e il quadro che ne risultava era alquanto critico. Il 30 settembre 1918 il giornale L’Ora scriveva delle misure «atte a fronteggiare il morbo » e, soprattutto, « provvedere che gli ammalati non siano privati degli alimenti necessari».

A Palermo la mortalità media giornaliera era stata fra le 20 e le 30 persone, ma il 25 del mese c’erano stati 177 decessi. Anche a Catania i numeri si stavano impennando, e ovunque mancavano i medici. Pare che nel settembre 1918 a Palermo ci fossero 150 medici per oltre 50 mila ammalati.

La malattia si trasmetteva per via aerea e allora come oggi il rimedio più sicuro era l’isolamento. Molto esigue erano, però, le possibilità di individuare l’agente patogeno, e quindi la cura o meglio ancora il vaccino: basti pensare che il virus responsabile della pandemia del 1918 fu isolato soltanto nel 1933.

Quanto alle cure, i rimedi erano molteplici ma tutti accomunati dall’essere inefficaci: ci si affidò a impacchi caldi o freddi, al chinino, alle purghe, alle iniezioni sottocutanee di olio canforato e di caffeina. Non c’erano antibiotici né sulfamidici (benché inefficaci contro i virus) e anche l’aspirina era guardata con sospetto, si temeva che potesse nuocere al cuore.

In un libro molto documentato Eugenia Tognotti ricostruisce le tre ondate della pandemia in Italia e scrive che la prima ondata fu blanda, somigliava a un’influenza stagionale e non scatenò il panico: comparve nella primavera del ’ 18 e a giugno sembrava scomparsa. Ma già a luglio arrivò la seconda ondata, un ceppo mutato s’era diffuso nelle trincee e il tasso di mortalità risultò più alto fra i giovani adulti: si pensò allora che i vecchi fossero aiutati dall’immunità acquisita in un’epidemia del 1889-90, che era sembrata paurosa ma era niente al confronto.

L’epidemia " spagnola" è stata raccontata da alcuni scrittori vicini alla memoria popolare come Vincenzo Rabito, che nell’estate del 1918 è in licenza dal fronte ma, una volta tornato in Sicilia, la sua Chiaramonte gli sembra ancora più angosciante della prima line. L’autore di Terra matta scrive che nel paese di poche migliaia di abitanti ci sono fra i 20 e i 25 morti al giorno e la paura suggerisce i rimedi più disparati: per non prendere la febbre si doveva «bere vino e mettere quacina squagliata con l’acqua davanti la porte», calce sciolta per eliminare gli insetti. E Tommaso Bordonaro da Bolognetta, l’autore de La spartenza, nel 1918 ha nove anni e avrebbe ricordato: «Anche mio padre e quasi tutto il popolo erava infettato e l’agente moriva accatastrofi nel nostro piccolo paese. Al giorno morivano tante volte due o tre in una famiglia…».

L’Italia aveva un tasso di mortalità molto alto, ma il governo guidato dal palermitano Vittorio Emanuele Orlando aveva deciso che non bisognava demoralizzare nessuno. E nell’Italia dove ancora prevaleva la dimensione paesana, soprattutto nel Meridione, furono proibiti non solo i cortei e i funerali ma anche i rintocchi funebri delle campane e gli annunci mortuari.

A Palermo si perse tempo nell’adozione delle misure di contenimento, poi cominciò la gragnuola dei divieti che oggi conosciamo bene: chiuse le scuole e i teatri, sospese le cerimonie religiose, proibito ogni incontro, chiusura anticipata di ristoranti e osterie. Nella città buia erano aperte sino a tarda sera solo le farmacie, e non c’era internet ad alleviare ogni divieto. Spesso aleggiava nell’aria l’odore del disinfettante, squadre di operai erano all’opera per pulire ogni cosa e i catechismi igienici di continuo raccomandati erano molto eloquenti: bisognava tenere le unghie corte e far bollire il latte, lavare la frutta, non avvicinare il volto agli apparecchi telefonici, non esporsi alle correnti d’aria ma evitare di coprirsi oltre il necessario e non avvolgere il collo in sciarponi poco salutari, non sputare per terra, non fare il baciamano e anzi nemmeno salutare stringendo la mano.

La regione italiana col più alto numero di morti fu la Lombardia seguita dalla Sicilia, anche se i dati sono in fondo solo indicativi perché non ci sono molte notizie certe: si moriva in silenzio, agì la rimozione del lutto privato di fronte a quello collettivo dei morti in guerra. Solo in un caso gli effetti della Spagnola sono rimasti ancora oggi visibili, un caso decisamente unico. Perché il padre fece imbalsamare e conservare nelle catacombe dei Cappuccini di Palermo il corpo della piccola Rosalia Lombardo, morta una settimana prima del suo secondo compleanno.

La Repubblica Palermo, 17 aprile 2021

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