lunedì 8 febbraio 2021

Il patto di Ballarò, così convivono la mafia siciliana e quella dei nigeriani


di ROMINA MARCECA

Nelle carceri è arrivato un ordine: "Gli africani vanno rispettati perché si comportano bene"

Il patto c'è, ormai è scontato, bisogna mettere a fuoco i contorni. Da almeno sei anni le mafie nigeriane sono presenti a Ballarò con il placet della mafia. Spacciano crack e fumo e favoriscono la prostituzione. Ma quello della mafia nostrana è solo un lasciapassare, per il quieto vivere in una delle borgate del centro a alta densità mafiosa, o sotto c'è il pagamento di un pizzo sugli introiti della criminalità organizzata extracomunitaria? E' questa la domanda alla quale hanno cercato di rispondere tre indagini dell'antimafia negli ultimi anni. Ma neppure i collaboratori hanno dato una risposta.

"Non ci sono prove certe che ci sia un accordo, con delle precise regole, tra le due mafie. Però, anche se non c'è una prova analitica, c'è tutta una serie di elementi per ritenere che vi sia una qualche forma di accordo esplicita o implicita che comporta una subordinazione a Cosa nostra", spiega il procuratore aggiunto Salvatore De Luca che coordina insieme al sostituto Gaspare Spedale le indagini sulle mafie nigeriane. "Riferiscono i collaboratori, ma abbiamo contezza anche da altre fonti, che negli anni passati anche gli appartenenti ai cult avevano paura di Cosa nostra e più in generale dei Bianchi, come ci chiamano loro", dice De Luca. I cult sono le diverse congregazioni alle quali appartengono i mafiosi nigeriani.


Dalle indagini sono emersi nuovi elementi piuttosto solidi. L'ultima inchiesta, "Showdown", è degli investigatori della Squadra Mobile della sezione Criminalità straniera e prostituzione, coordinata dalla vicequestore Silvia Como. "Nessun extracomunitario può spacciare senza l'autorizzazione del referente di Cosa nostra, cioè un uomo di fiducia sul territorio", continua il procuratore aggiunto. Che aggiunge: "In tempi più recenti, poi, abbiamo notato che c'è una certa benevolenza di Cosa nostra nei confronti delle mafie nigeriane. E' arrivata una direttiva per le carceri palermitane, un anno fa, in cui viene detto che i nigeriani devono essere trattati bene perché si comportano bene". E per Cosa nostra comportarsi bene non significa di certo essere un cittadino modello.


Ma quali sono gli affari dei cult, che prendono vita dalle congregazioni universitarie negli anni Settanta? Nel loro quartiere generale di Palermo, i cult spacciano e fanno prostituire le loro donne vittime di tratta e legate da violenti riti. Chiunque è affiliato a un cult ha la protezione assicurata. Prostituzione e spaccio sono rivolti sia agli italiani sia agli stranieri. "Il cult non gestisce direttamente lo spaccio degli stupefacenti, dà protezione ai suoi uomini. Non c'è una cassa dei cult ma gli associati versano una quota", spiega il procuratore aggiunto Salvatore De Luca.


La Black Axe, una delle mafie nigeriane, era già citata, nel 2016, nella relazione annuale della Dia che faceva riferimento a un controllo di Cosa nostra: "Gli appartenenti alla "confraternita" hanno creato una delle loro basi in Sicilia, in particolare a Palermo, con il consenso di Cosa nostra che, nel caso specifico, avrebbe optato per una strategia non interventista. Le famiglie mafiose, difatti, avrebbero mantenuto il controllo delle attività illecite che si svolgono nelle zone di propria competenza, limitandosi ad "imporre la propria protezione" ai traffici appannaggio dei nigeriani".


Basta fare una passeggiata a Ballarò per conoscere i luoghi delle mafie nigeriane. La borgata è divisa in due. Alle 11, causa pandemia, il mercato è semivuoto. E bastano poco meno di dieci minuti per intrufolarsi nei vicoli che sono territorio delle mafie nigeriane: via Angelo Musco, piazza Casa Professa, piazza Brunaccini e poi sempre dritto fino a piazza Colajanni e tornando indietro su via Albergheria. Secondo quanto raccontato da Austine Johnbull, il primo collaboratore tra le fila della Black Axe, questo è il regno di quattro cult: Eiye, Vikings, Mainfight, oltre alla Black Axe. Li contraddistingue il colore del basco che portano in testa. Sono vicoli malmessi, con palazzine basse e cadenti, ai lati delle stradine rifiuti, bottiglie di birra accatastate. Di mattina si incontrano pochi volti ma all'inizio dei vicoli c'è sempre una sentinella che osserva chi passa e da dietro le porte socchiuse qualcuno guarda il viavai. Tutt'attorno continua la vita del mercato. Via Nunzio Nasi e la parte bassa del quartiere è degli italiani. Ma extracomunitari e palermitani spacciano le stesse sostanze. "Quello che arriva sui giornali è un terzo di quello che c'è sotto - dice uno storico residente di Ballarò -. Ci sono accordi, è ovvio, ma quali non si sa. La notte è di loro dominio. Ognuno qua si fa i fatti suoi e non ci si immischia in cose più grandi di noi. C'è un equilibrio che serve per andare avanti, altrimenti le famiglie non potrebbero campare. Le aggressioni violente sono lo specchio di qualcosa che striscia nel sottobosco del quartiere".  Sulla Black Axe un anno fa è uscito anche un romanzo edito da Sellerio e scritto dal giornalista Gianmauro Costa dal titolo "Mercato nero" e che metteva in luce la violenza della Black Axe. La convivenza delle due mafie all'interno del quartiere ha partorito negli anni anche gravi spedizioni punitive da una parte e dall'altra, con feriti e arresti. Il segno che le tensioni nella gestione della spartizione del territorio rimangono.    

La Repubblica, 8 febbraio 2021

Nessun commento: