giovedì 18 febbraio 2021

Giustizia, cosa svela il caso Prestipino

Michele Prestipino

L’annullamento del Tar della nomina del Procuratore di Roma

DI CARLO BONINI

La decisione di martedì del Tar del Lazio che ha annullato la nomina con cui, un anno fa, il Csm aveva indicato in Michele Prestipino il nuovo Procuratore di Roma e la formidabile manipolazione con cui la notizia è stata offerta all'opinione pubblica raccontano quale soglia di non ritorno rischi di assumere la questione che, per comodità, viene genericamente riassunta sotto il titolo "giustizia". Ma che, più correttamente, ha a che fare con il veleno che, da trent'anni, intossica l'infinita transizione italiana: il rapporto tra magistratura e politica.

Michele Prestipino è un eccellente magistrato. E un galantuomo. Il Tar, annullandone la nomina, ha ritenuto che altri concorrenti all'incarico - il procuratore generale di Firenze Mario Viola e il Procuratore di Palermo Franco Lo Voi - avessero altrettanti titoli. E ora sarà il Consiglio di Stato a stabilire se così stanno le cose. Se cioè fu legittimo o meno da parte del Csm preferire Prestipino a Viola e Lo Voi sulla base della circostanza che entrambi i due magistrati (figure altrettanto specchiate) erano stati sporcati dallo svelamento del suk tra le correnti, che aveva i suoi mercanti in fiera nell'ormai ex magistrato Luca Palamara e nel suo dante causa politico Cosimo Ferri, e di cui le loro candidature erano la risultanza. Il Consiglio di Stato, detta altrimenti, dovrà stabilire se aver scelto un candidato estraneo al sospetto di lottizzazione sia stato o meno un criterio legittimo rispetto a quello della mera valutazione dei titoli.


Semplice, si dirà. E invece, nelle macerie prodotte dal caso Palamara, la vicenda Prestipino diventa altro. Il Procuratore di Roma viene infatti proposto come l'ennesimo frutto avvelenato (e per questo da estirpare) della stagione del correntismo e dunque agitato come l'ultimo scalpo portato a casa dalla sgangherata ma rumorosissima brigata di mozza orecchi messa insieme per riscrivere la storia di questi ultimi trent'anni. Ma non quella della magistratura. Quella della politica di questo Paese. Dal luglio del 2019, quando il caso Palamara deflagrò, nuovamente mobilitati in nome di un insperato Armageddon, uno stuolo di male invecchiati pretoriani della stagione del Berlusconi "Stato di eccezione", di garantisti che confondono il legittimo primato della politica e dunque della "non ingerenza" con quello di immunità dal principio di uguaglianza di fronte alla legge, ha visto prendere corpo l'occasione che mai avrebbero immaginato.


Di fronte a una magistratura mai così debole e delegittimata agli occhi del Paese, colpevolmente in ritardo con la propria autoriforma, è stato un gioco da ragazzi impadronirsi di Palamara per trasformare la sua personale resa dei conti con quelli che considerava gli amici di un tempo in un affresco di "Sistema" (titolo dato all'omonimo libro-intervista con Alessandro Sallusti). Dalla tesi semplice semplice: nella notte tutti i gatti sono neri. E in quella notte, la magistratura ha fatto politica e ha deviato il corso della recente storia repubblicana.


Dell'afflato per la "verità" delle memorie di Luca Palamara basterebbe dire - come ha notato Cataldo Intrieri, un avvocato di prim'ordine e libero da qualunque sospetto di "fiancheggiamento" delle toghe rosse - che omettono di citare anche solo una volta nel "Sistema" una figura non esattamente secondaria come Cosimo Ferri. Ma il punto non è evidentemente la disperazione e il rancore di Palamara (che verrà presto liquidato dai suoi nuovi compagni di strada quando ne verrà meno l'utilità).


Il punto è che nel grande vuoto aperto dalla sua vicenda converrà forse che la neoministra della Giustizia Marta Cartabia metta in agenda, insieme alle indifferibili riforme della giustizia civile, un profondo intervento riformatore che sciolga i nodi del rapporto irrisolto tra politica e giustizia, lasciando la storia agli storici (e non a un magistrato radiato e sotto processo per corruzione). Che sottragga la magistratura al suo cupio dissolvi, e non abbia come bussola la vendetta. Non resta molto tempo. In un silenzio distratto, una dopo l'altra, le Procure, gli uffici gip, i tribunali dei principali distretti del Paese, lo stesso Csm, sprofondano nelle sabbie mobili del sospetto, della calunnia, delle rese dei conti, mettendo a rischio la tenuta dell'intero sistema che garantisce la legalità. E questo un Paese che vuole ricostruirsi non può permetterselo.

La repubblica, 17 febbraio 2021

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