mercoledì 20 gennaio 2021

BOLOGNETTA, Cosa nostra si riorganizza con il racket del caro estinto. Fermati due imprenditori


di SALVO PALAZZOLO

Blitz dei carabinieri a Bolognetta: gli indagati gestivano gli affari del capomafia arrestato. Uno di loro intercettato al telefono col sindaco, parlavano dei lavori al cimitero

Il capomafia di Bolognetta, grosso centro alle porte di Palermo, è in carcere da due anni. Gli affari del clan erano affidati a due insospettabili imprenditori, che erano riusciti a imporre il loro monopolio nel settore delle pompe funebri. Un vecchio affare per i padrini e i loro complici, che torna sempre di attualità quando c’è bisogno di fare cassa. E in questo momento Cosa nostra ha bisogno di tanta liquidità per fare fronte al sostentamento delle famiglie dei tanti carcerati.

I blitz si susseguono, ma l’organizzazione non sembra avere battute d’arresto. Questa notte, i carabinieri della Compagnia di Misilmeri hanno eseguito un provvedimento di fermo d’urgenza emesso dalla procura di Palermo nei confronti di Carlo Salvatore Sclafani, 46 anni, e Mario Pecoraro, 47, sono i due imprenditori di Bolognetta che continuavano a ricevere ordini dal carcere, dal capomafia Stefano Polizzi, arrestato nel blitz del dicembre 2018 che ha bloccato la riorganizzazione della Cupola di Cosa nostra.

Le indagini coordinate dal procuratore aggiunto di Palermo Salvatore De Luca hanno svelato che i due imprenditori avevano buoni contatti all’interno del Comune di Bolognetta ed erano riusciti ad ottenere diversi lavori per le proprie ditte edili. I carabinieri parlano di una “situazione di infiltrazione dell’amministrazione comunale, che, condizionata nel suo operato, ha affidato alle ditte dei due indagati commesse pubbliche senza seguire i previsti iter amministrativi in violazione del principio di trasparenza ed imparzialità”.


Le intercettazioni

Le indagini dei carabinieri hanno svelato che Pecoraro aveva un ottimo rapporto con il sindaco di Bolognetta, Gaetano Grassadonia. Un capitolo del provvedimento di fermo della procura si intitola proprio: “Le confidenze con il sindaco Grassadonia”. Il primo cittadino non risulta indagato, ma gli inquirenti mettono in risalto che Pecoraro era in grado di “sollecitare (con notevole confidenza)” il primo cittadino per l’assegnazione di alcuni lavori. Quelli riguardanti l’estumulazione nel cimitero cittadino. Pecoraro diceva: “Buongiorno, dimmi una cosa, che qua minchia mi tempestano di chiamate… con questi morti… com’è finita? Almeno prepariamo le carte”. E il primo cittadino rispondeva: “Le carte sono pronte, ho tutto fatto già”. Mancava però il via libera dell’Azienda sanitaria. “Manca l’ok dell’Asp. Io ho tutto pronto, le carte sono pronte”, diceva il primo cittadino all’imprenditore arrestato oggi. E l’imprenditore si offriva di chiamare lui l’Asp. Il sindaco diceva: “Parla pure con Pippo Pirrone (il capo dell’ufficio tecnico del Comune – annotano i carabinieri) perché io ho tutto pronto”. E ancora rassicurava: “L’ordinanza è fatta, è pronta, è scritta, è timbrata e tutte cose”. Subito dopo, l’imprenditore chiamò l’Asp e parlò con un tale Urso, anche questa telefonata è stata intercettata. I toni furono del tutto diversi. “In modo del tutto intransigente ed irremovibile – annota la procura – il funzionario comunicava la sua impossibilità ad intervenire a causa delle restrizioni e dei divieti imposti con l’ordinanza regionale emessa dal Presidente della Regione Sicilia in occasione dell’emergenza covid-19, annunciandogli che tali lavori sarebbero slittati, probabilmente, per il prossimo mese di ottobre”.


La replica del sindaco

Il sindaco respinge le accuse: "Io non stavo rassicurando nessuno - dice in un comunicato stampa - Informavo, rispondendo alla domanda, dicendo che l'ordinanza di mia competenza era pronta e che si attendeva l'Asp. L’amministrazione Grassadonia è al fianco delle Forze dell’Ordine e dello Stato - scrive il sindaco di Bolognetta - e continueremo, come fatto sino ad oggi, a svolgere la nostra attività amministrativa nel pieno rispetto delle leggi, in nome della trasparenza e dell’imparzialità. La mafia e la criminalità non hanno avuto e non avranno mai spazio nel nostro operato". 

I sequestri

Con il fermo è scattato il sequestro di tre società, che valgono quattro milioni di euro, una ditta opera nel settore delle pompe funebri. Chi non sottostava al monopolio del caro estinto gestito dal clan veniva intimidito: “Una vera e propria minaccia fu fatta a un imprenditore – spiegano gli investigatori – per limitare l’operatività della sua azienda e non danneggiare quella riconducibile ai due indagati”.

Un altro capitolo dell'indagine riguarda la preparazione di una documentazione falsa da produrre alla Corte d'appello di Palermo, per ottenere la revoca della dichiarazione di fallimento di una società.    

La repubblica, 20 gennaio 2021

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