mercoledì 6 gennaio 2021

L’analisi. Se il Reddito di cittadinanza ci condanna alla povertà come destino


di FRANCESCO PALAZZO 
Secondo i dati più recenti, il reddito di cittadinanza è stato erogato sinora dall’inizio a 1.294.030 famiglie. La Lombardia, il Piemonte, l’Emilia Romagna e il Veneto insieme hanno totalizzato 250.001 nuclei familiari. Meno della sola Campania che si è fermata, si fa per dire, a 265.826. E quasi quanto tutta la Sicilia, che in questa particolare classifica raggiunge il secondo posto, dietro la Campania, con 234.691 beneficiari familiari. La Calabria, che ne conta 87.789, fa di più di Emilia Romagna, Veneto, Trentino Alto Adige e Val d’Aosta messe insieme. I confronti e gli incroci potrebbero proseguire. Il reddito di cittadinanza è a trazione meridionale. Nulla che non si sapesse sin dall’inizio. Dobbiamo tuttavia essere contenti di tale conferma? Ovviamente no, anche se pare ci siano posizioni, per carità rispettabili, che gongolano di fronte a un simile affresco. Va ricordato che tale misura intende contrastare come finalità principale la povertà. La stessa cosa faceva nella passata legislatura il Reddito di Inclusione, ma con meno stanziamenti, anche se allora si misero molti miliardi direttamente sul lavoro, che è sempre la strada maestra. Secondo l’ISTAT l’incidenza della povertà assoluta in Italia è del 5,8% al nord e dell’8,6 al sud. Se passiamo, sempre attraverso la stessa recente fonte ISTAT (riferimento anno 2019, pubblicazione giugno 2020), alla incidenza della povertà relativa, il divario, già serio, s’impenna alla grande. Andando dal 6,8 per cento del nord, al 21,1 del mezzogiorno (media italiana 11,4). Possiamo proporre alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi che studiano e si specializzano una frontiera di questo tipo, ossia una mera gestione di questo ampio, non fisiologico, spaccato di povertà strutturale e di lungo periodo, non spostando di un millimetro tutto il resto? No. E del resto lo capiscono bene da soli. Se ne vanno. Per sempre e senza tanti rimpianti. E magari, quando saremo in pensione, andremo noi a trovare loro. La domanda che dobbiamo porci è la seguente. Vogliamo che il sud sia gestito cercando di mettere panni caldi sulla povertà, che certamente va sostenuta, oppure riusciamo a capire, noi prima di altri, senza lamentarci, che non è più ammissibile tale divario tra il nord e il sud del paese? Se l’opzione preferita è la prima che abbiamo detto, siamo più o meno sulla strada giusta dal 1861.

Come si può dire, gestiamo la decrescita che genera desertificazione di cervelli e lasciamo agli altri il banco. Se è la seconda strada che vogliamo percorrere, dobbiamo cambiare completamente registro. A cominciare da questo drammatico periodo che viviamo. Sbracciamoci, dunque, senza piangerci addosso, come troppo spesso facciamo, non appena le condizioni dell’emergenza sanitaria lo consentiranno.

Ce la faremo oppure ci contenteremo delle morbide brioches, dei "picciuli manzi", soldi calmi, facili, come un tempo venivano chiamati, evitando il pane duro dell’impegno e della responsabilità? Dipende da noi meridionali e non da altri. Se questo ancora non è chiaro, stiamo perdendo tempo. Ma secondo voi, dal punto di vista dell’autodeterminazione, se il Ponte sullo Stretto avesse dovuto unire la Lombardia e l’Emilia Romagna, non sarebbe già pronto da decenni? Quest’anno spegneremo le 160 candeline dell’Unità d’Italia e le 75 della nostra Storia Repubblicana, lo ricordava nel messaggio di fine anno il Presidente della Repubblica. Qualsiasi misura di contrasto alla povertà ha sempre presentato, mutatis mutandis, le differenze sopra descritte da una parte all’altra dello stivale. È storia antica. Sino a quando tali provvedimenti costituiranno la politica principale per gestire metà di un paese che è tra i più ricchi al mondo grazie soltanto ad alcune aree geografiche, e quindi sino al momento in cui anche il mezzogiorno non produrrà lo stesso livello di prosperità, non staremo impiegando bene le nostre esistenze.

La Repubblica Palermo, 5 gennaio 2021

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