lunedì 11 gennaio 2021

Dopo le decisioni di Facebook e Twitter su Trump: Popper nella Silicon Valley

Donald Trump

di RICCARDO LUNA
E se avessimo fatto male? Se avessimo esagerato? Per provare a capire il senso e la portata della clamorosa espulsione di Donald Trump da tutti i social network, ma sostanzialmente da Facebook e Twitter, dobbiamo necessariamente partire dallo smarrimento che molti hanno avvertito quando la cosa, invocata da tempo, è accaduta: il presidente, uscente ma pur sempre il presidente della democrazia che ha posto la libertà di espressione al posto d’onore della Costituzione del 1789; il presidente degli Stati Uniti d’America è stato bannato, gli è stata tolta la parola a tempo indeterminato nelle piazze digitali globali dove tre miliardi di persone dialogano e si informano (e dove lui maramaldeggia da almeno quattro anni).

Smarrimento che diventa sgomento se pensiamo che la decisione di espulsione non è stata presa da qualche organismo democratico, da una autorità di garanzia, neppure da quella farlocca allestita da Facebook qualche tempo fa per dirimere casi controversi: è stata presa dai rispettivi amministratori delegati di Facebook e Twitter. Pollice verso: cacciatelo. Due privati cittadini che decidono chi ha diritto di parola e chi no. E se il rimedio si rivelasse peggiore del male?

Che fine fa la citazione attribuita al filosofo Voltaire alla fine del ‘700 e che sta alla base del pensiero liberale e della libertà di espressione, "non sono d’accordo con quello che dici ma difenderò con la vita il tuo diritto di dirlo"? Cestiniamo anche quella?

Queste domande sono legittime ma, lo anticipo, la risposta è no: l’espulsione di Trump non è esagerata, non è una censura, non è un attentato alla democrazia. Era doverosa, purtroppo, e semmai tardiva. Trump andava fermato prima: quando sui social ha insultato e diffamato avversari politici, demonizzato il ruolo del giornalismo, sfiorato il conflitto con potenze straniere, irriso il coronavirus e il lavoro degli scienziati in prima linea per combatterlo. A più riprese in molti hanno invocato un intervento per arginare la tracimazione di tweet e post violenti che ogni giorno proveniva dalla Casa Bianca, ma la risposta era stata un nuovo pacchetto di regole contro l’ hate speech e le fake news che non nascono sui social ma sui social dilagano; nuove stringenti regole dalle quali i leader politici sono praticamente esentati. Invece di ritenere chi guida un governo più responsabile dell’eventuale violenza delle proprie affermazioni, la scelta della Silicon Valley era stata una licenza di spararla grossa; e intanto incassare i profitti della pubblicità acquisita dagli stessi leader politici. Il business davanti a tutto.

Ma che democrazia è quella che leva la parola al presidente democraticamente eletto? A questa domanda ha risposto un altro filosofo, Karl Popper, nel 1945. Dopo aver visto le democrazie crollare e l’ascesa del nazifascismo, il teorico della società aperta ha spiegato in sostanza che "la tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza"; perciò, per quanto possa apparire paradossale, "nel nome della tolleranza, va affermato il diritto di non tollerare gli intolleranti". Questo paradosso elegante va maneggiato con cura per evitare abusi: per impedire che venga usato per comprimere il dissenso. Ma levare la parola ad un violento in certi casi non è un diritto: è un dovere.

Resta il fatto che una decisione così importante l’abbiano presa i capi di due multinazionali: Facebook e Twitter, con un tempismo sospetto di voler guadagnare crediti con il presidente eletto, così facendo si sono rese istituzioni, parte fondamentale del sistema di pesi e contrappesi che garantisce la democrazia. È una anomalia ma solo apparente: Trump ha violato le regole della comunità di Twitter e Facebook ed è stato espulso, non dalla vita politica, ma da quelle comunità.

La democrazia non è salva, le lacerazioni sono troppo profonde, ci vorrà tempo: ma da oggi forse inizia una nuova vita anche per i social network.

La Repubblica, 10 gennaio 2021

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