domenica 3 gennaio 2021

A 127 anni dalla strage di Marineo del 3 gennaio 1894: diciassette morti

DINO PATERNOSTRO


Si udirono tre squilli di tromba, poi la voce del maggiore Giacomo Merli, comandante della truppa, che gridava ai suoi soldati: «Caricare! Puntare! Fuoco!».
Partì la prima scarica di fucileria, seguita da un’altra e da un’altra ancora, mentre la strada davanti al municipio fu invasa da una nuvola di fumo acre e giallognolo. «La gente si scavalcava e s’accalcava senza vedere e senza capire più niente, urlando, pazza di terrore, nel tentativo di fuggire; poi ci fu la prima scarica di fucileria e tutta la piazza fu invasa da una nuvola di fumo acre e giallognolo». Poi «moltissima gente per terra, decine di corpi di uomini e anche qualche donna», che «urlavano, scalciavano, rimbalzavano sull’acciottolato (...): alcuni agonizzavano, spalancando la bocca e rompendosi le unghie e i polpastrelli contro i sassi della strada nel tentativo di afferrare ciò che gli stava sfuggendo (...), alcuni, infine, fermi in posizioni scomposte, con le gambe e le braccia sottosopra e gli occhi spalancati». Con queste drammatiche parole, da cui traspare una forte indignazione civile, lo scrittore Sebastiano Vassalli racconta la strage di Marineo, avvenuta durante la manifestazione contro le tasse comunali, organizzata dal Fascio dei Lavoratori. Era il 3 gennaio 1893. A restare uccisi sul selciato furono Concetta Lombardo Barcia di 40 anni, Giorgio Dragotta di 26 anni, Matteo Maneri di 36 anni, Filippo Barbaccia di 65 anni, Giovanni Greco di 34 anni, Antonino Francaviglia e Filippo Triolo di 43 anni, Ciro Raineri di 42 anni e Michele Russo di 25 anni. Per le gravi ferite riportate, morirono invece nei giorni successi Anna Oliveri di 1 anno, Maria Spinella e Antonino Salerno entrambi di 2 anni, Giuseppe Daidone di 40 anni, Antonino Manzello di 32 anni, Giuseppe Taormina di 46 anni, Cira Russo e Santo Lo Pinto di 9 mesi. In tutto 17 persone, tra cui 4 donne e 5 bambini.

Ancora oggi ci si chiede come mai le truppe regie spararono contro una folla inerme, provocando un simile massacro. Infatti, come confermò nel 1970 Vincenzo Quartuccio (all’epoca dei fatti aveva 8 anni e morì a 105 anni), la gente «nun era armata, sulu avia quarchi bastuni e quarchifurcuni». Nel suo romanzo storico, Vassalli sostiene che a spingere l’esercito a far fuoco sui manifestanti furono le provocazioni di alcuni mafiosi, venuti da fuori, assoldati dalla cricca di potere che spadroneggiava al municipio. Furono loro ad esplodere i primi colpi di fucile contro i soldati, sostiene lo scrittore. E questi, impauriti, risposero al fuoco, provocando il massacro. La tesi non è affatto azzardata, se si pensa che anche le guardie campestri, dipendenti dal comune, «gareggiarono con i carabinieri per la tutela dell’ordine», sparando sui compaesani, come è riportato nella delibera del consiglio comunale di Marineo. E il tono non sembra affatto dispiaciuto per essere stati costretti a far fuoco su della povera gente. Se, infine, si pensa che il successivo 15 gennaio al maggiore Giacomo Merli (era stato lui a dare alla truppa l’ordine di sparare) il consiglio comunale concesse la “cittadinanza marinese”, per i «servizi resi al paese in queste straordinarie emergenze», allora il cerchio si chiude. E tutto lascia pensare che a volere la strage per liquidare il Fascio dei Lavoratori, considerato un pericoloso “partito avversario”, fu l’amministrazione comunale dell’epoca, capeggiata dal notaio Michelangelo Triolo. Un fatto non eccezionale nella Marineo dell’800, dove i delitti politici per la conquista (o la difesa) del potere municipale furono una triste costante. Già nel luglio 1837, infatti, erano state uccise ben 33 tra «le persone più distinte del paese», mentre nel settembre 1848, uno dopo l’altro, erano stati assassinati tutti gli esponenti più in vista del municipio. Dal 1881 al 1892, infine, il potere municipale era caduto nelle spregiudicate mani del sindaco Filippo Calderone, capomafia del paese. Contro di lui nulla poté nemmeno l’onesto delegato di polizia, Stanislao Rampolla Del Tindaro, che ne aveva proposto la destituzione, ma subì l’onta del trasferimento, a seguito del quale si suicidò. Morto Calderone ed eletto sindaco Triolo, i “calderoniani” si erano infiltrati nel Fascio, iniziando un’opera di opposizione contro il partito municipale. E’ probabile, quindi, che la strage del 3 gennaio fu “il modo marinese” per stroncarla.

In base alla ricostruzione degli eventi di quella tragica giornata del 3 gennaio, lo storico S. F. Romano sostiene che «l’eccidio era avvenuto in un momento nel quale ormai una parte della folla, almeno quelli del Fascio, non tumultuavano e minacciavano, ma facevano una dimostrazione di soddisfazione». Infatti, il comandante della truppa aveva fatto «pressioni sul sindaco perché riunisse il consiglio e si prendessero “delle deliberazioni per soddisfare in qualche modo la popolazione esasperata”. Il consiglio si riunì, abolì il dazio sulle farine ed annunziò la revisione dei ruoli delle tasse». I contadini del Fascio, quindi, erano soddisfatti per gli importanti risultati conseguiti e decisero di uscire per le strade, con la fanfara in testa, per sottolineare la vittoria ottenuta. «Un gruppo di persone si spingeva intanto dinanzi alle baionette schierate dei soldati e dei carabinieri rivolgendo, pare, parole di sfida agli uomini della forza pubblica. E poiché sembrò di udire echeggiare da una cantonata un colpo di arma da fuoco, i carabinieri fecero fuoco, e il maggiore comandante delle truppe ordinò di far fuoco anche ai suoi, provocando una strage tra la popolazione inerme».    

D’altra parte, fin da subito, per il consiglio comunale di Marineo, aveva definito il locale Fascio contadino«un’associazione a delinquere», che intendeva «distruggere gli atti delle colonìe e delle gabelle e, negando anche le tasse, la incolumità, il buoncostume e l’ordine delle famiglie dissestate col devastamento delle proprietà, con le imposizioni estese di scioperare e lasciare incolte le terre, con l’incendio di fienili e pagliai, con l’abigeo su larga scala per ogni sorta di animale». E lo deliberò all’unanimità il 22 ottobre 1893, chiedendo l’intervento deciso del Real Governo per far cessare «uno stato così anomalo».

La realtà, però, era diversa da come si volle rappresentarla. Scrivono, infatti, Antonino Di Sclafani e Ciro Spataro che il comune dell’entroterra palermitano nel 1893 contava 9.673 abitanti, la gran parte dei quali contadini poveri. I “jurnatera” lavoravano - dal lunedì mattina al sabato sera - nei feudi dei signori, guadagnando mediamente 1 lira al giorno, ma spesso semplicemente «una manciata di favi pizzicati», ricordava Vincenzo Quartuccio. I “mitatera”, che avrebbero dovuto avere uno “status” superiore, alla fine dell’annata agraria non portavano mai a casa la metà del prodotto, ma appena un quarto. E da questo quarto pagavano al padrone una serie di orpelli angarici (la “semenza”, il “diritto di sfrido”, il diritto di “cuccìa” per il campiere, il diritto alla candela ad olio), dando persino un tumulo di grano per la festa di San Ciro. In sostanza, spesso tornavano a casa solo con la pala e il tridente. Furono queste insostenibili condizioni economico-sociali, legate alla questione agraria, che determinarono in tanti comuni siciliani la nascita dei Fasci dei Lavoratori. Con l’aggravante, in alcuni comuni come Marineo, dell’insostenibilità delle tasse comunali, che i “padroni” del municipio facevano pagare alla povera gente. Per esempio, il 14 febbraio 1893, il Regio Commissario del comune, cav. Felice De Nava, per risanare il bilancio, aumentava spropositatamente il dazio consumo sulle farine, il gas, l’olio, il riso e lo zucchero. Per alcuni mesi l’appaltatore della tesoreria, Vincenzo Mastropaolo, si era rifiutato di riscuotere le tariffe maggiorate. Ma, il 14 luglio, la nuova amministrazione del sindaco Michelangelo Triolo «gli impose di riscuotere». Questa amministrazione già il 21 maggio, dovendo ridurre le spese, aveva scelto di diminuire del 50% la «distribuzione dei medicinali, le elemosine ed altro per i poveri».   

Non stupisce, quindi, la facilità con cui, nel pomeriggio di domenica 7 maggio 1893, Antonino Marretta, Francesco Bongiorno e Carmelo Giordano riuscirono a costituire il Fascio di Marineo, con l’obiettivo di combattere i ladroni del municipio, dissanguatori della povera gente. Al nuovo sodalizio s’iscrissero subito centinaia di contadini, che il giorno dopo si recarono a Piana dei Greci per ascoltare la parola di Nicola Barbato, uno dei capi più noti del movimento dei Fasci. Il 30 luglio 1893, al congresso provinciale dei Fasci, svoltosi a Corleone, dove si adottò lo statuto unico e si approvarono i famosi “Patti”, fu il presidente Carmelo Giordano a rappresentare la sezione di Marineo. Nel Fascio, sostenuto anche da padre Ciro Romeo e dall’arciprete Fiduccia, c’era una forte presenza femminile. Purtroppo, a settembre, nel Fascio s’infiltrarono i componenti del circolo filo-calderoniano “L’Avvenire”, che vi aderirono in massa.

A Marineo, i tumulti popolari del 3 gennaio 1894, conclusisi con un orrendo massacro, erano stati preceduti dall’assalto e dal saccheggio dei casotti daziari del giorno prima. Il 4 gennaio, però, il governo Crispi dichiarò lo stato d’assedio, sciolse d’autorità i Fasci in tutta la Sicilia, ne arrestò i capi e li fece processare dai Tribunali militari, dove furono condannati a pene severissime. A Marineo finì peggio. Nei giorni successivi alla strage, infatti, mentre tante famiglie contadine piangevano i loro morti, le forze dell’ordine procedettero all’arresto di ben 68 persone, tra cui 4 donne, tutte accusati di aver provocato i gravi disordini. E la sentenza del Tribunale militare non si fece attendere. Già il 31 marzo 1894, dopo un processo-farsa, dove nella sostanza si negò il diritto alla difesa, i giudici condannarono a 282 anni di carcere 41 degli imputati. Pene durissime subirono i principali esponenti del Fascio: Francesco Cangelosi 18 anni di carcere, Francesco Palazzo 16 anni, Carmelo Giordano 11 anni e 6 mesi. Furono assolti, invece, 27 imputati per «non provata reità». La sentenza è un encomio alle forze dell’ordine e al maggiore Merli che le guidava, il quale fece di tutto per persuadere la moltitudine «ad allontanarsi ed evitare quindi il doloroso dovere di fare fuoco per tenere saldo il rispetto della legge e dell’ordine». In qualche passaggio “concede” che la «durezza di qualche imposta locale oppure il modo esoso di ripartirla e di riscuoterla» fu «non sempre ingiusta cagione dell’agitarsi delle minoranze». Concluse, però, che i manifestanti furono manovrati da «alcuni facinorosi pescatori nei torbidi e morbosi sognatori di rivoluzioni e di stragi». Per la verità, quelle “minoranze” che “si agitavano” erano più di 4.000 cittadini marinesi. E, ammesso che i loro capi sognassero “rivoluzioni e stragi”, quella vera era stata provocata dalle “encomiabili” truppe regie, che spararono alla folla disarmata. Ma queste sono “sottigliezze”, che la Corte di Cassazione nemmeno valutò. Con sentenza del 21 maggio 1894, infatti, dimostrò grande velocità... nel rigettare il ricorso degli imputati, mettendo la parola fine a quello che poté considerarsi “il maxi-processo” contro i contadini di Marineo.

Tratto dal volume di Dino Paternostro “La strage più lunga. Calendario della memoria dei dirigenti sindacali e degli attivisti del movimento contadino e bracciantile, caduti nella lotta contro la mafia (1893-1966)”, Edizioni La Zisa, Palermo 2020

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