mercoledì, gennaio 20, 2021

1924-2021: Addio Macaluso, comunista per sempre


di
FILIPPO CECCARELLI 
È morto a 96 anni il politico sopravvissuto alla storia del suo partito Fu chiamato a Roma da Togliatti. Diventò confidente di Berlinguer, favorì l’ascesa di Sandro Pertini al Quirinale e non aderì mai al Pd
Può sembrare un paradosso ricordare Emanuele Macaluso come un grande Sopravvissuto proprio in occasione della sua morte, a 96 anni, dopo una lunghissima vita intensa e accompagnata dalla più alta e generale considerazione. Ma il fatto che avesse vissuto ben oltre la durata del Pci e se ne sia andato il giorno prima del centenario finisce per collocare la sua figura quasi al di là del tempo; come se fosse la sua stessa vita a fissare la misura del secolo, dalle lotte contro lo sfruttamento dei "carusi" nelle zolfatare alla vuota superficialità del presente, rispetto al quale spesso scuoteva la testa, ma senza mai smettere di curiosare, interpretare, capire e a volte anche divertirsi.

Sull’archetipo del Sopravvissuto ha scritto pagine indimenticabili e perturbanti Elias Canetti in Massa e potere, quanto di più lontano dalla cultura marxista e dalle applicazioni togliattiane su cui Macaluso si era formato e che mai volle abbandonare. «In battaglia altri sono caduti attorno a lui». Eppure sta esattamente nell’essere entrato in rapporto con tanti morti, e tenerli in vario modo nel cuore, che sembra aver concesso a Macaluso una sapienza superiore, fosse l’atteggiamento dei grillini sulle tentazioni del potere o il ricordo di Massimo Bordin, l’evoluzione della mafia o l’impoverimento della classe politica.

Acuto e lucidissimo per la verità lo era sempre stato. Lo si capiva dagli occhietti vispi e lampeggianti disponibilità all’ascolto, ma pure all’ironia. Era un uomo di breve statura e dalla voce appena un po’ stridula, i baffi distintivi, gli abiti così decorosi e comuni da sfiorare, al giorno d’oggi, l’eleganza. Nulla gli era più distante dallo snobismo, dal narcisismo e dall’assenza di interiorità.

Appena apriva bocca se ne avvertiva l’origine, quel senso di antica e profonda consapevolezza che rende i siciliani il sale della terra. Il fulcro della sua passione è stata fino all’ultimo ciò che nella sua parlata suonava come la "poleteca", la politica, entità quanto mai sfuggente e fraintesa, ma che nei suoi giudizi e addirittura nel suo composto gesticolare risultava, prima che mestiere, vocazione, ideale, tecnica, autodisciplina, quindi stile, arte e anche soddisfazione. Un gradino sopra la "poleteca" Macaluso poneva la cultura politica, il che implicava che si dovesse leggere e studiare per andare al cuore del problema e trovare una soluzione, ma comprendendo e rispettando, possibilmente, il punto di vista dell’avversario e la sua forza. Anche per questo era scettico sull’odierno primato della comunicazione, da cui derivava ogni sorta di male, fino al nichilismo.

Nel Pci ebbe presto una strepitosa carriera. Poco più che trentenne, reduce dalle battaglie sindacali per l’occupazione delle terre e contro la mafia, nel 1956 entrò in Comitato centrale e da segretario regionale gestì l’"operazione Milazzo", il primo serio tentativo di spaccare la Dc. Nel 1962 Togliatti lo vuole a Roma, sia in direzione che in Segreteria; eletto alla Camera nel 1963, l’anno seguente tiene la relazione alla V Conferenza organizzativa; Longo lo conferma al vertice, dove pure è responsabile della Stampa e Propaganda e dell’Organizzazione.

Sono anni in cui l’individualismo non è considerato una virtù; mentre nell’Italia bacchettona una tempestosa vita privata, che coincide con un grande fascino personale, lo porta a pagare a livello giudiziario il rapporto con una donna sposata e su un piano esistenziale la tragedia di un’altra che si toglie la vita – come poi ha scelto di ricordare in tempi recenti.

Divenne popolare, se così si può dire, a metà degli anni Ottanta, quando da direttore dell’ Unità sigla "em.ma" efficaci e a volte integralisti corsivi – l’"abuso di Macaluso" denunciano i craxiani – e gestisce con una certa tolleranza lo sfogatoio autodissacrante della satira domestica. Eppure già prima di allora è un personaggio di grande rilievo. A lui Berlinguer confida i sospetti su un attentato in Bulgaria; sempre Macaluso denuncia l’esistenza di "santuari" durante il caso Moro; ed è, con Mancini e Andreotti, l’inventore dell’elezione di Pertini al Quirinale, contro Craxi.

Ma fino a un certo punto, perché l’isolamento del Pci è peggio di Bettino. In nome del riformismo, sia pure caricaturizzato in "migliorismo", contesta Berlinguer e alla bandiera della questione morale, insieme con Napolitano oppone una prospettiva socialdemocratica. Diffida di Occhetto e del nuovo partito post-comunista: Da Cosa non nasce cosa è il titolo di un suo libro (con Paolo Franchi). Tutto quello che accade dopo lo vede fuori, lontano, ma al tempo stesso vicinissimo, come nessun altro capace di individuare magagne presenti e limiti futuri. Né aderisce al Pd. Quando spiegava il perché era più che convincente. Il Grande Sopravvissuto sa quello che gli altri non vedono e vede quello che gli altri non sanno.

La Repubblica, 20 gennaio 2021

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