domenica 6 dicembre 2020

Il personaggio. Corrado Lorefice: “La mafia sfrutta il Covid, noi dobbiamo fermarla”

Corrado Lorefice

di
GIORGIO RUTA
Il 5 dicembre 2015 l’ex parroco di Modica arrivò a Palermo da arcivescovo “ Sarà un Natale essenziale, riscopriamo la solidarietà”
Sono trascorsi cinque anni da quando il Papa nominò un prete di provincia arcivescovo di Palermo. Don Corrado Lorefice arrivò come un marziano, scegliendo come guida ideale padre Pino Puglisi. Adesso di tempo ne ha trascorso abbastanza per avere la consapevolezza di una città «complessa, affascinante, piena di ferite». In un colloquio di un’ora, concede le sue sofferenze umane e svela una grande preoccupazione: «La crisi Covid rischia di far incidere la mafia ancora di più sul sistema economico. I cristiani devono essere impegnati nella sfida più importante che sta vivendo Palermo». Lorefice si siede in una saletta dell’arcivescovado e si sfila gli occhiali.

Ha capito perché il Papa l’ha nominata arcivescovo?

«“Il metodo che utilizzo si basa sul brano biblico della scelta di Davide”, mi disse. Samuele inviato da Dio per consacrare il suo eletto va da Iesse che gli presenta i sette figli, ma lui sceglie l’ottavo, che stava portando in pascolo il gregge, il più piccolo: Davide».

Così, da “più piccolo”, lei arrivò il 5 dicembre del 2015 a Palermo e citò subito Peppino Impastato e la Costituzione: scelta insolita per un presule.

«Oggi più che mai servono cristiani radicali nella testimonianza del Vangelo e dei più alti valori umani. Per gli italiani, questi valori si ritrovano nella Costituzione. Ho citato l’articolo 3, quello sull’uguaglianza: quanto è attuale».

Che città ha trovato?

«Palermo è affascinante, ti cattura. Ho scoperto un porto accogliente: sono orgoglioso di essere il vescovo di una città che dichiara la sua apertura ai migranti. Ma come diceva il cardinale Pappalardo, oltre a essere bella, è una città che porta con sé i suoi drammi. E che ha sofferto la prepotenza della mafia che condiziona i singoli ma anche le istituzioni. L’illusione che poteri paralleli allo Stato possano darti il necessario è culturalmente devastante».

Avverte il rischio di un’avanzata della mafia, per la crisi Covid?

«Sì. Oggi chi ha intenzione di fare profitti illeciti, tipico della mentalità mafiosa, può condizionare il sistema economico. Vista la situazione, molti rischiano di svendere una casa o un’attività commerciale. Penso che la comunità cristiana, insieme alle altre istituzioni, debba essere impegnata su questo fronte».

Lei, con un decreto, ha cacciato i mafiosi dalle confraternite. Ci sono ancora incrostazioni di illegalità nella Chiesa?

«Ho la certezza che nel mio clero non c’è connivenza con la mafia, ma il problema è che si sfruttano le confraternite per altri fini: questi non sono luoghi per avere visibilità e per sentirsi benedetti nell’illegalità. Sappiamo pure che ci possono essere interessi economici attorno alle feste religiose che per lo più vengono organizzate da comitati. Nessuno deve strumentalizzare la comunità cristiana».

Qual è stata la reazione al diktat?

«Apprezzamento ma anche qualche opposizione. Questo vale anche per l’allontanamento dei massoni».

Cosa pensa della guida della città? Lei ha scritto al sindaco Orlando una lettera pubblica, piena di dolore, mentre al cimitero dei Rotoli si accatastavano le bare.

«Palermo è una città complessa, che non può dipendere soltanto dai suoi amministratori. Deve crescere il senso di responsabilità di tutti. Se permangono situazioni di illegalità e di interesse personale, la città rischia di essere travolta ancora di più dalle emergenze».

Quando arrivò a Palermo, lei era un semplice prete di provincia. Come l’ha accolta il clero?

«Mi sono sentito subito parte di questa Chiesa. Anche se non sono mancate le difficoltà: sono giunto qui in un momento storico particolare come l’arrivo di papa Francesco. Ho sentito la necessità di lavorare per una Chiesa dei più fragili. Questa linea l’abbiamo condivisa e la portiamo avanti col confronto».

C’è un caso che ha segnato i suoi cinque anni. È quello di Giovanni Salonia. Dopo che lei lo aveva proposto come vescovo ausiliare, è finito al centro di uno scandalo, indagato per molestie e poi assolto. Intanto, però, la nomina non è mai avvenuta.

«Accade anche questo dentro la Chiesa. Purtroppo la calunnia può diventare un mezzo che può bloccare. I tribunali, grazie a Dio, hanno dato giustizia».

È stata la vicenda che più l’ha addolorata in questi anni?

«Non sono mancati i problemi. Penso alla scomunica di don Minutella e, soprattutto, alla vertenza dell’Opera pia Ruffini (in cui sono stati licenziati 42 lavoratori, ndr). Questa è una storia che mi fa soffrire molto: ho dovuto fare delle scelte per la crisi economica in cui versava l’ente. Ho chiesto un piccolo sacrificio per conservare i posti di lavoro, ma non sono stato capito e mi addoloro. E poi la tragedia della pandemia: ho anche pianto preti morti per il Covid».

Invece, tra i momenti più emozionanti c’è stata la visita di due anni fa del Pontefice.

«È venuto a confermare la via tracciata da padre Pino. Ricordo quando Francesco, a pranzo da Biagio Conte, aveva accanto François, un ospite della Missione, che non era mai stato a Roma. Il Pontefice si girò verso di me e mi disse: “Don Corrado, François deve venire a Roma. Organizza: tutto a spese mie”. E dopo una giornata faticosa, sotto la scaletta dell’aereo, me lo ricordò: “Mi raccomando”».

È andato?

«Sì, e gli ha regalato un grembiule fatto da lui. Il Papa l’ha indossato in carcere per la lavanda dei piedi. C’era scritto: “Tu lavi i piedi a me”».

Il Covid ha imposto sobrietà alla Pasqua, ha cancellato il Festino e farà saltare la processione dell’Immacolata. Che Natale sarà?

«Penso che questo dovere di essenzialità ci fa riscoprire che la festa cristiana non può che essere di solidarietà. Non abbiamo potuto manifestare i segni esterni della nostra fede, ma quanto è stata concreta? Con la Caritas abbiamo accompagnato 13mila famiglie in questi mesi di crisi».

Con chi trascorrerà il Natale?

«Gli altri anni abbiamo condiviso il pranzo e il calore umano con i fratelli. Quest’anno non si potrà fare, ma avrò altri modi per esprimere la mia vicinanza. Spero, quando le norme lo permetteranno, di andare a casa, a Ispica e a Modica, perché sono i luoghi che mi hanno aiutato a maturare tutto questo».

Le manca la vita da parroco?

«La cosa più bella per un vescovo è stare in mezzo alla gente. Cerco di farlo il più possibile. E anche se sono una figura pubblica, cerco di conservare la semplicità».

Si concede qualche momento di evasione?

«Quando posso, scappo in sella alla mia bicicletta».

E dove va?

«Questo non glielo dico».

Lorefice si alza e saluta. Ci sono le esequie di una vittima del Covid da celebrare.

La Repubblica Palermo, 6 dic 2020

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