CFC - CENTRO FISIOTERAPICO DEL CORLEONESE

venerdì 25 dicembre 2020

Il Natale di tutti fra storia fede e teologia


by Augusto Cavadi

Gesù di Nazareth è nato certamente circa duemila anni fa, ma non sappiamo né il luogo né la data né tanto meno l’ora.

Questo velo di ignoranza non costituiva problema per le prime generazioni cristiane alle quali i simboli interessavano molto più dei fatti di cronaca: da qui la decisione di scegliere il 25 dicembre, Natalis Solis Invicti (giorno natale del Sole invitto) come data convenzionale di nascita del loro Maestro.

Una data, per altro, con illustri precedenti in tante culture: dall’egiziana (che vi festeggiava la nascita di Osiride e di suo figlio Oro) alla babilonese (che celebrava la nascita del dio Tammuz dalla dea Istar, rappresentata con il bimbo in braccio e un’aureola a 12 stelle).

Queste elementari informazioni di storia delle religioni – oggi note a tutti, tranne che ad alcuni politici ferocemente attaccati a tradizioni di cui non sanno nulla –  comportano, fra tante altre conseguenze, l’invito a respirare a pieni polmoni: ad ampliare gli orizzonti mentali dalla nostra cerchia tribale sino ai confini del pianeta.

Non perché Cristo sia il centro della storia universale (questo qualcuno lo può credere per fede, non constatare nei fatti né tanto meno augurarsi di imporlo forzatamente a chi crede diversamente), ma perché egli volle essere monopolio di nessuna cultura e profeta di un annunzio universale.

Infatti, come documentano gli studi biblici più attenti e più onesti degli ultimi cento anni, il Predicatore errante palestinese non intese rivelare segreti sovrannaturali per spiriti eletti, ma ricordare – con l’efficacia eloquente della testimonianza sino alla morte – il progetto di Dio sull’intera umanità: un sistema sociale intessuto di relazioni libere, giuste, anzi solidali, fraterne, compassionevoli. Nel linguaggio dell’epoca e del contesto culturale in cui egli visse, tale progetto – per moltissimi versi il capovolgimento della tavola dei valori su cui si basavano e si basano i regni umani – veniva denominato anche “regno di Dio”.

La pandemia ci sta rubando molte cose belle, affettivamente care e psicologicamente confortanti (quando non ci ha privato di genitori ottantenni, di coniugi sessantenni o anche di figli quarantenni), ma  non dell’essenza del natale. Che – se è esegeticamente vero ciò che ho scritto – non è la festa dei “bimbi” né della “famiglia” né meno ancora dell’ “Occidente cristiano”.

E’ la “memoria sovversiva” (J-B. Metz) di una scomodissima proposta spirituale-etico-politico-economica che, se interpretata rettamente e accolta con sincerità, comporterebbe una “inversione di marcia” (meta-noia: con-versione di prospettiva mentale)  del nostro atteggiamento verso gli altri, gli animali, l’ambiente naturale, il lavoro, il guadagno…

Insomma, una festa assai poco consolatoria e rassicurante da celebrare assumendo, nel silenzio di queste giornate insolitamente silenziose, il  proposito  di compiere nel 2021 un passo – circoscritto, ma preciso e concreto – verso un mondo un pò meno orribile di come l’abbiamo ereditato.


Natale 2020


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