CFC - CENTRO FISIOTERAPICO DEL CORLEONESE

giovedì 17 dicembre 2020

Il libro di Spiridione Franco. Storia della rivolta del 1856 in Sicilia organizzata dal barone corleonese Francesco Bentivegna in Mezzojuso e da Salvatore Spinuzza in Cefalù


Il 20 dicembre del 1856 ricorre l'anniversario della fucilazione di Francesco Bentivegna, barone in Mezzojouso, organizzatore di una delle prime rivolte che puntano alla liberazione della Sicilia dall'oppressore borbonico; impossibile la riuscita, pochi i rivoluzionari che seguirono il barone nelle sue idee di libertà, tra cui Salvatore Spinuzza che nel marzo del 1857 ne seguirà la triste sorte
. Breve rivolta ma fondamentale, importantissima, poichè Francesco Bentivegna, da vero e proprio leader, darà quel fulgido esempio che verrà seguito dai rivoluzionari del 1860, da Francesco Riso e dalle squadre siciliane, e che culminerà con l'arrivo di Garibaldi il 27 maggio del 1860. In suo ricordo e in suo onore noi Buoni Cugini pubblichiamo lo scritto di Spiridione Franco, amico e compagno di lotta del barone Bentivegna.

Lo scritto è quindi un diario, in cui l'autore narra i fatti del 1856 senza nulla aggiungere, facendo emergere la grande figura del barone Francesco Bentivegna e del fratello Stefano.

"Leggetelo, studiatelo con amore, o giovani carissimi, questo racconto quanto sincero, altrettanto fedele, e così comprenderete quanto dobbiate gelosamente custodire l'unità della Patria, che a noi e costata tanto sangue e tanti sagrifizii". (Spiridione Franco)

Il nostro ringraziamento va al professore Santo Lombino, direttore scientifico del Museo delle Spartenze di Villafrati, che ha arricchito il volume con la sua prefazione. 

In tutto lo scritto, Spiridione chiama in causa i testimoni dei fatti e delle sue azioni che sono ancora in vita al momento della stesura e della pubblicazione del memoir, mettendo in nota i loro nomi e cognomi perché chi vuole possa verificare che egli dice la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. Come del resto fanno da sempre tutti gli autobiografi che si rispettino (Santo Lombino)

Pagine 157 

Prezzo di copertina, € 15,00. 

Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito ibuonicuginieditori.it (consegna in tutta Italia a mezzo corriere). Puoi acquistare anche con messaggio w.a. al 3894697296 o con mail a ibuonicugini@libero.it

On line su Amazon e Ibs

In libreria presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133, Palermo)

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DALLA PREFAZIONE DI SANTO LOMBINO

Alla fine dell’Ottocento, a più di quarant’anni dai fatti, Spiridione Franco, nativo di Mezzojuso e di famiglia benestante, che aveva partecipato alla rivolta del 1848 e a quella del 1856, nonché alla spedizione dei Mille fino a Volturno, decide di scrivere della fallita rivoluzione del novembre 1856 e dà alle stampe a Roma questo memoriale che intesta a Bentivegna e al suo martirio […].

Dopo aver rievocato la partecipazione da protagonista di Francesco Bentivegna al moto anti-borbonico del 1848, alla fine del quale per i suoi meriti di combattente e di leader molto apprezzato era stato eletto rappresentante della città di Corleone al Parlamento siciliano, Franco spiega come dopo la repressione di quel moto il patriota corleonese non si sia mai rassegnato e abbia continuato a cospirare partecipando allo sfortunato tentativo di Nicolò Garzilli (gennaio 1850). Il mazziniano corleonese si pose con tenace concetto, senza sosta e senza paura, a tessere una fitta rete cospirativa, ricostruita in modo egregio dallo storico Pippo Oddo nel libro “L’utopia della libertà” (2006), che comprendeva patrioti di Palermo e della provincia. Gli esponenti di questa rete a loro volta erano in costante corrispondenza con gli esuli democratici e mazziniani di Genova e di Malta, che seguivano con grande attenzione le vicende dell’Isola, ritenuta non a torto una delle “polveriere” da cui poteva partire la rivoluzione per l’unità nazionale.

Ma torniamo al novembre 1856 […].

L’assembramento degli insorti all’inizio promette bene, e nella zona coinvolta la “masnada” o “empia setta” attorno al 22 novembre 1856 arriva a contare più di 450 armati. Quella “gente trista e materia a rivoluzione” riesce ad assaltare le catene daziarie e le vetture postali, aprire le carceri per liberarne i detenuti, raccogliere con modi sbrigativi fondi presso gli esattori comunali, a sventolare le bandiere tricolori su palazzi e campanili, a farsi sfamare per le contrade che attraversa, a farsi quasi sempre accogliere con entusiasmo dalle popolazioni.

I problemi nascono quando qualcuno fugge alle maglie della ribellione protestandosi liberale (anzi “lupo di liberalone” come tra il serio e il faceto lo definisce il nostro autore) e, in cambio di ricompense e prebende, va a riferire tutto agli uomini di Ferdinando di Borbone a Palermo, dove invece nessuno scende in piazza o prende le armi per dare vita a un’insorgenza parallela e complementare a quella di Mezzojuso. A questo punto le cose si mettono male e alla vista di migliaia di soldati del Regno delle due Sicilie che si dirigono a marce forzate verso i centri abitati, molti dei rivoltosi capiscono che le forze sono impari e il loro manipolo non potrà mai opporsi alla repressione armata. Cominciano presto le defezioni e molti rimettono i remi in barca, anzi abbandonano la barca prima che affondi, ritornando alle loro abitazioni da dove possono vedere le truppe della repressione che vengono a riprendersi il territorio. Inutilmente il barone mazziniano, un po’ di sua iniziativa, un po' su consiglio di Spiridione, si reca a Corleone per chiedere aiuto ai cospiratori che lo hanno seguito in precedenza e che lo stimano molto, ma non riesce a smuovere gli animi.

È il momento della delusione e dello scoramento per il gruppo dei patrioti, nascosti nel bosco della Lacca, ricco di castagni, querce, rifugi, che fino ad un certo punto protegge i suoi ospiti. Il barone popolare scioglie le squadre degli insorti lasciando ciascuno libero di fare le sue scelte. Lui ed il fratello Stefano si rifugeranno nella natia Corleone cercando ospitalità. Qui, mentre altri li aiutano volentieri, un nobile locale, tale Milone, preferisce acquisire crediti presso le autorità borboniche e va ad informarle che i due fuggiaschi si nascondono nella sua masseria. Sarà facile a questo punto accerchiarli, tanto più che Francesco Bentivegna non riesce più nemmeno a camminare per dei “bobboni” che lo angustiano. Il fratello scappa, ma lui è preso e portato in carcere a Palermo.

[…] Il processo, celebrato con celerità inusitata da un Consiglio di guerra “eretto con forma subitanea” e non da una Corte criminale come previsto dalla legge vigente, si rivelerà una tragica farsa dato che l’imputato è considerato in partenza dal pubblico ministero “un delinquente nato” e i magistrati non vorranno saperne di attendere il responso sui ricorsi presentati e sostenuti con forte passione dall’avvocato Giuseppe Maria Puglia alla Suprema Corte di giustizia.

Dopo la sentenza, il condannato viene portato a Mezzojuso, luogo di innesto del moto rivoluzionario e lì “moschettato” in piazza dall’esercito borbonico e abbandonato in una fossa comune. Verrà riesumato e sepolto con tutti gli onori quattro anni dopo. Nel 1860 infatti i Mille di Garibaldi ed i picciotti riusciranno a sconfiggere l’esercito borbonico, cosa che non era stata possibile nel 1856 con il tentativo di Bentivegna e nel 1857 con quello altrettanto generoso di Carlo Pisacane. In pochi anni sono mutati gli equilibri internazionali, il Piemonte ha sconfitto l’Austria con l’alleanza con la Francia nella seconda guerra d’indipendenza, gli inglesi si sono visti rassicurati sulla natura non classista della rivoluzione italiana sotto la guida della dinastia sabauda e del moderato primo ministro conte di Cavour.

Santo Lombino

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